Linda Cirino.
.
Greta e le altre.
.
Titolo originale: The Second Front.
Traduzione di: Maria Cristina Leardini.
2002 Neri Pozza Editore, Vicenza.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
.
 da tempo ormai che Joan sa che inventare la
vita di qualcun altro, crearne i pi piccoli vezzi
e preferenze,  pi facile che essere se stessi. Si
acquisisce una naturalezza insospettata.
Ora, ad esempio, Joan  Greta Ellington, una
donna gentile che lavora a New York nell'archivio
di una ditta di interruttori, una che non
fa domande n pettegolezzi, indossa gonne a
pieghe, usa cipria profumata, cammina a passetti
briosi, legge bestseller presi a prestito
nella biblioteca comunale, e parla scandendo
bene le parole.
Joan detesta ciprie e gonne, e da buona newyorkese
si mangia le parole, omette le consonanti
e le accavalla senza interruzione, eppure
 perfettamente a suo agio nei panni di Greta.
Ha persino comprato delle scarpe di mezzo
numero pi piccole per darle quell'andatura
graziosa e incerta che una donna come lei non
pu non avere.
Certo, a volte Joan deve fare i conti con se
stessa. Quasi ogni mese, Greta Ellington, esattamente
come Susan Fisher, Mary Greens,
Ellen Drew e un'altra mezza dozzina di donne
venute prima di lei, deve cessare di esistere per
far posto a una giovane donna che  costretta
a lasciare sulla segreteria telefonica un messaggio
per un figlio quasi mai visto, un messaggio
che il padre provveder poi opportunamente a
cancellare.
 doloroso tutto questo, cos com' faticoso
cambiare identit pi o meno ogni sei mesi,
poich non si pu restare legati a lungo alla
stessa copertura, col rischio che qualche stupida
disattenzione - una marca di dentifricio,
magari, o un'altra sciocca abitudine - ti possa
fare scoprire.
Per Joan sa anche un'altra cosa: sa di essere
una di quelle persone le cui azioni daranno
una vita migliore alle vittime dell'ingiustizia.
Per questo, non esiter a mettere in gioco i
suoi affetti e la sua stessa esistenza per la causa
in cui crede.
Romanzo che illumina il sottile filo che separa
la sete di giustizia dalla follia, Greta e le altre
segna il prepotente ritorno di Linda Cirino
dopo il successo del suo precedente romanzo
La donna delle uova.

L'AUTRICE.
Linda Cirino  nata e vive a New York. Ha scritto numerosi saggi, tra cui un'importante storia letteraria di New York. Il suo primo
romanzo, La donna delle uova, pubblicato in Italia da Neri Pozza, ha ottenuto, nei numerosi paesi in cui  apparso, un notevole successo
di pubblico e di critica.


Greta e le altre.

Verso l'Idaho, settembre 1975.
 strano come si inizia sempre a pensare ai posti dove si  gi
stati, quando si parte per un nuovo viaggio. Non si pensa
tanto a dove si sta andando. Di quello non c bisogno di
preoccuparsi. Ripercorriamo ci che abbiamo fatto finora, lo
confrontiamo con quello che avevamo in progetto di fare. Le
due cose non coincidono mai, e diffcilmente si avvicinano.
Un quadro sfocato fatto di casualit, nient'altro. Quella che
credevamo una linea d'azione perfettamente logica ora non ci
sembra altro che una giornata accidentalmente razionale collegata
al giorno prima e in qualche modo adattata al giorno
dopo. Impossibile fare la minima previsione: solo in retrospettiva
le cose diventano prevedibili. Meglio concentrarsi sul
passato, davvero. Del passato si pu iniziare a trovare un
senso. Ci sono dettagli che ci erano sfuggiti quando lo stavamo
vivendo, quando lo stavamo creando. Le cose passano cos
rapidamente che non si ha mai la possibilit di rifletterci
sopra. Non si fa che accatastare minuti, ore. Non c' un copione
gi scritto del nostro spettacolo. Sul momento, quello che
facciamo ha un senso, risponde a determinati principi che
crediamo di avere,  il nostro modo di agire. Come se ci fosse
una vera possibilit di scelta e se, con la riflessione, la valutazione,
il ragionamento, la potessimo scoprire.  come quando
scegli le arance al supermercato. Poco dopo ti ritrovi per
strada, in macchina con qualcuno che non stimi, e pensi alle
altre possibilit, alle strade non prese, alle arance lasciate nella
cesta. Vedi coesistere la prevedibilit e la casualit, la razionalit
e l'impulsivit.
Anche adesso, dentro, un senso di inevitabilit mi paralizza,
mi fa sedere immobile, respirare appena, gli occhi fissi
avanti. Non sto veramente registrando il paesaggio che mi
scorre accanto, le altre automobili, gli alberi, niente. Sono
attratta da una forza cui obbedisco ma che non comprendo.
Specialmente da quando, accanto all'inevitabilit, sento il
rammarico. Un rammarico triste, pungente. Non per una
singola omissione, non per un fallimento definibile, descrivibile,
non per gli errori che potrei elencare, le alternative che
avrei potuto trovare pi ricche di soddisfazioni, ma un rimorso
pi generalizzato, liquido, contaminante. E l'auto prosegue
come su un binario con un'unica destinazione, senza deviazioni.
Pur sapendo che potrei fermare quell'auto e scendere e
lasciarla proseguire senza di me, so che non lo far.

New York City, primavera 1975.
Greta Ellington.
Indirizzo?
1735 Avenue P, Brooklyn.
Telefono?
555-6875.
Ricever la tessera per posta. Nel frattempo, pu prendere
in prestito quattro libri con questa tessera provvisoria.
Grazie.
Mi piaceva l'idea di riunire in questo nome due dei
personaggi che amavo di pi. Lei cos perfetta e bianca, lui
cos sanguigno e nero. Ancora adesso il cuore accelera i
battiti ogni volta che ripeto la scena, anche se questa bibliotecaria
non ha la minima intenzione di mettermi in
difficolt con il modulo di iscrizione. Voglio solo dei libri
da leggere. Li restituir prima della scadenza. C' cos
poco da fare, se non leggere.
C' qualcosa di oscuramente presuntuoso nell'inventare
una persona. All'inizio pensavo che avrei dovuto fare
molta attenzione ai nomi e a cose simili, ma non  veramente
necessario. Non  come assumere l'identit di un'altra
persona; non c' bisogno di controllare necrologi o
altro. Cambio tutti i dettagli pi o meno ogni sei mesi.
Non ha senso restare legati a lungo alla stessa copertura.
Meglio continuare a spostarsi, continuare a cambiare.  la
disattenzione pi stupida - una marca di dentifricio,
un'abitudine distratta, come quella di rosicchiarsi le unghie
- quella che potrebbe esporti, farti scoprire. Come
quando scorgi le ginocchia del burattinaio dietro la tenda.
La bibliotecaria accetta Greta come una persona reale. Ad
oggi ho creato forse una dozzina di persone, tutte donne,
tutte me. Questo nome, per, ha un suono cos gradevole
- Greta Ellington - cos elegante...
Avevo gi procurato un lavoro a Greta tramite un'agenzia
di impiego temporaneo. L'avevano mandata a riorganizzare
gli archivi di una ditta che si occupava di assemblaggio
di interruttori. Era un lavoro insipido e ripetitivo,
ma non era quello il mio vero compito. Il mio vero compito
consisteva nel far emergere questa nuova persona, nel
farle vivere una vita propria. E questo richiedeva tutta la
mia attenzione. Greta Ellington era gentile con gli altri
impiegati e lavorava sodo. Fuori dall'ufficio se ne stava per
conto proprio: niente vita sociale, niente domande, inevitabili
per quanto banali, niente complicazioni. Tutte cose
enormemente rischiose. Bisognava ricordare tutte le piccole
bugie raccontate: se mi piaceva Il padrino, se preferivo
Paul o Ringo, o i capelli biondi. Un milione di argomenti
insignificanti sui quali non avevo un'opinione, n il minimo
interesse. Erano proprio queste le banalit che potevano
tradirmi. Una volta vidi un film in cui una spia veniva
smascherata perch mangiava all'americana, passando la
forchetta a destra dopo aver tagliato la carne, e troppo
tardi si accorgeva che l'abitudine rivelatrice non era sfuggita
all'occhio attento dei suoi contatti britannici. Era il
meno rilevante dei vezzi quello che mi avrebbe potuto
tradire, ed era per questo che cercavo di tenere Greta lontana
da qualsiasi chiacchiera compromettente. Leggere era
la sua principale occupazione serale. Ad ogni nuova sfaccettatura
che Greta aggiungeva alla sua personalit, io
scomparivo un po' di pi - sempre pi lei, sempre meno
me stessa. Greta faceva le cose a modo suo. Sul lavoro
dovevo badare che rispondesse alle varie domande oziose
con la sua voce. Quando decise di adottare un gattino
randagio, ne scelse uno con il mantello a chiazze, mentre
io forse avrei preferito uno dei minuscoli siamesi. Assommando
preferenze e peculiarit, giocavo a inventare Greta
Ellington.
A poco a poco mi trasformai in Greta anche fisicamente.
In genere io portavo salopette di jeans e camicie da
lavoro, ma in un mercatino dell'usato scelsi dagli espositori
qualche gonna e qualche camicetta, prendendo esclusivamente
quelle che non mi piacevano.
Pensavo: C'era davvero qualcuno che andava in giro
con questa atroce fantasia a pois. Piacer anche a Greta...
Sembro sempre pi tozza con le gonne a pieghe. Ottimo,
prendo questa.
Anche se nel mercatino c'era tutto quello che poteva
servire a Greta, comprai solo un paio di capi per non
attirare l'attenzione. Nei giorni successivi completai il mio
guardaroba in vari negozi, con scarpe, biancheria e cinture,
tutte un po' troppo strette o scomode o in tessuti che
pizzicavano oppure orrende. Gli indumenti che prudevano
servivano a ricordarmi costantemente chi non ero. Arrivai
persino a comprare delle scarpe di mezzo numero pi piccole
per alterare l'andatura, perch il fastidio mi tenesse
sempre all'erta. Nel giro di una settimana, Greta aveva
tutto quello che le serviva nell'armadio e nel com. I miei
jeans e gli altri indumenti, gettati via.
Per rendere meno complicate le mie decisioni per Greta,
le attribuii l'esatto contrario dei miei gusti in tutti i
campi, come gi avevo fatto per l'abbigliamento. Quando
ordinava il pranzo, quando comprava le verdure al supermercato,
quando sceglieva un quotidiano da leggere, in
qualsiasi situazione Greta andava contro le mie preferenze.
Mi sembrava il sistema pi facile per differenziarla da me.
Recentemente avevo avuto difficolt a impedire a me stessa
di interferire nella vita della mia copertura e pensai che
avrei potuto evitare il problema semplificando il pi possibile.
Nelle situazioni che richiedevano una risposta automatica,
quella di Greta doveva essere - consapevolmente -
proprio quella che io non avrei mai dato. In ogni momento
dovevo essere cosciente di recitare la parte di Greta
Ellington. Avevo anche altri modi per fissare delle caratteristiche
che appartenessero solo a lei. La mia normale
parlata ha una tipica cadenza newyorkese piuttosto incalzante,
spesso mi mangio le parole, ometto le lettere, le
accavallo senza interruzione, con la mente che corre pi
veloce della voce. Greta invece scandiva bene le parole,
pronunciava sempre le consonanti finali, articolava ogni
sillaba con chiarezza. A me pareva quasi una straniera, ma
nessuno sembrava badarci, non nella cosmopolita New
York City. Feci tutto, tranne rendere Greta mancina. La
sua vita doveva essere accuratamente modulata in modo da
risultare coerente con il suo carattere. Nonostante il mio
amore per i film, smisi di andare al cinema per tutto quel
periodo. Invece dei miei soliti hamburger e frullati, sopportavo
le tazze di t di Greta, le uova in camicia, il polpettone.
Non la tradivo mai, nemmeno quando ero da
sola, vale a dire per la maggior parte del tempo. Greta
preferiva farsi il bagno, usava cipria profumata, si lavava i
capelli corti una volta la settimana, mangiava lentamente,
camminava a passetti briosi, la sera a letto leggeva i bestseller
presi a prestito in biblioteca fino alle 10,30 e poi si
metteva subito a dormire.
Sembra difficile da credere, ma inventare la vita di
qualcun altro, crearne i piccoli vezzi e le preferenze,  pi
facile che essere se stessi. Se si evita per qualche anno di
essere se stessi, in un certo modo si perde la naturalezza
che ci appartiene. Voglio dire, avrei veramente preferito il
siamese? Avevo davvero peculiarit solo mie? Che cosa c'
in me, adesso, che qualcuno potrebbe riconoscere come
caratteristico di Joan?
Soltanto una volta al mese riemergevo. Alle dieci di
mattina, ora del Montana, il dieci del mese, telefonavo al
capo per sentire se c'erano messaggi. In quelle occasioni la
mia vera voce mi sorprendeva: l'accento, la rapidit, il
suono stesso che veniva da un punto diverso della gola.
Quando sentivo il bisogno di chiamare la mia famiglia,
usavo il telefono pubblico all'angolo.
Ciao, mamma. Ciao, pap. Ciao, Martin. Volevo solo
salutarvi. Mi chiedevo come ve la passate. Io sto bene.
Non succede granch qui. A dire il vero,  un periodo
piuttosto noioso, ma in compenso ho letto molto. Come
sta zio Ziggy? Ditegli che io sto bene e che sono forte.
Allora, Martin, hai dato una bella festa per il tuo compleanno?
Credevi che non me ne sarei ricordata, vero? Be',
difficile che mi dimentichi quel giorno. La nonna ti ha
dato qualcosa di bello da parte mia?  stato stupendo
passare la giornata con te allo zoo. Magari ci torniamo.
Chiedi a zio Ziggy di portartici, cos gli potrai raccontare
del nostro giro. Stai diventando cos grande! So che crescerai
ancora molto prima che ci rivediamo. Be', adesso devo
andare. Era solo per non tenervi in pensiero per me, come
al solito, e per dirvi che sto bene. Ti voglio bene, Martin.
Ciao.
L'idea della segreteria telefonica  il sistema pensato da
mio padre per mantenere un contatto. L'immagine perfetta
di mio padre: una forma di comunicazione alla lontana,
un contatto, ma a distanza, un pensiero affettuoso, inciso
su nastro. Chiamo da qualsiasi posto, loro sentono la mia
voce e poi, come promesso, cancellano il nastro. Mia
madre  soddisfatta di questi contatti,  una flebile rassicurazione.
A dire il vero, il semplice sapere che questa
comunicazione a senso unico  possibile  confortante
anche per me, con mia grande sorpresa.
Martin  mio figlio. Chiamato cos in onore di Martin
Luther King Jr. Lo stanno crescendo i miei genitori. Era
stata una loro idea quella di tenere Martin a vivere con
loro e io avevo accettato, anche se all'epoca mi era sembrato
un segno di debolezza. Un'indulgenza verso me stessa.
Mi capita a volte di pensare che forse un giorno io e
Martin potremo vivere insieme.
Chiss se sentono tensione nella mia voce. Quando si
recita la parte di qualcuno che si  inventato, non c'
niente sotto, non c' nessuna storia psicologica e tutto ha
un senso. Non c' bisogno di continuit, di una motivazione,
di una giustificazione logica. Non ci sono risentimenti,
non ci sono ostilit che covano sotto la cenere. Nel
ruolo di me stessa, invece, sono diventata pi incerta. Se
ne accorgono? Io la sento, quella nota di panico appena
sotto le chiacchiere. E poi, da quando in qua sono una che
chiacchiera? Sicuramente intuiscono che non va tutto bene
o, almeno, non secondo i loro parametri. Spero che Martin
sia meno triste, se di tristezza si tratta, sentendomi cos
allegra.
Alcuni trovano difficile concentrarsi su questa parte del
lavoro. D'accordo,  piuttosto singolare trasformare l'attesa
in qualcosa di significativo.  per questo che Greta ha un
impiego. Mi concentro sul pensiero che sono parte del futuro,
che il presente  solo un momento nell'evoluzione
della societ, che ci che faccio incider sulla sua conformazione.
Mi penso come una di quelle persone le cui azioni
daranno una vita migliore alle vittime di una societ ingiusta.
Quando una mente consapevole riesce ad accogliere un
simile concetto, non c' pi spazio per l'autocommiserazione
o l'impazienza. Anche nei giorni in cui mi chiedo se le
azioni di una singola persona - le mie azioni - possano
veramente fare la differenza, mi rendo conto che, ehi, se ti
arrendi tu, tu che riconosci le ingiustizie, tu che sai quante
persone conducono una vita di privazioni, tu che sai quanto
sono diseguali le opportunit, allora chi lo far?
Gli altri non capiscono quali siano le mie motivazioni.
Quante volte mi hanno chiesto qual  il segreto. Persino
Stephanie. Ricordo che una volta mi chiese: Come fai a
restare cos calma, Joan? Come puoi rinunciare a tanto
cos facilmente?
Le risposi: Come fai a giudicare quanto siano facili le
cose per me? So controllare bene le mie reazioni, ecco
tutto.
Un'altra volta mi disse: Joan, tu sei sempre cos sicura
di quello che fai. Sai sempre che cosa  giusto. Non ti vedo
mai in dubbio, preoccupata, in ansia.
Che c' da sorprendersi?  cos che deve essere. Devi
fare tabula rasa sul piano emotivo. Se anche tu sei indecisa,
non puoi aspettarti che gli altri ti seguano nell'azione. Non
vai in giro a mostrare a tutti l'evoluzione delle tue scelte o
le tue incertezze. Quello  un fatto privato. Presenti il
prodotto finito, per cos dire. Naturalmente, io mi misuro
con un metro diverso. Io sono il commissario tecnico,
detto le regole e poi resto in disparte, come arbitro. A noi
serve gente che si dia da fare, anche se ha dei dubbi o delle
debolezze, ma io non rivelerei mai i miei dubbi e le mie
debolezze, a meno che non avesse qualche utilit strategica.
Quando sei nel comitato direttivo hai la responsabilit
di dare l'esempio, di fungere da modello ideale. Di fatto,
 cos tanto tempo che metto a tacere i miei sentimenti
personali, che controllo le mie reazioni con tanta cura, che
adesso non riesco pi a dire quanto siano sinceri, o se
invece non siano soltanto necessari al movimento.
Questo non  solo un lavoro, una cosa che faccio per
un certo numero di ore al giorno e poi stacco. Non ci sono
fine settimana liberi, non ci sono ferie. Sarebbe ridicolo.
Lavorare nel movimento non  un hobby, non  qualcosa
che puoi mettere da parte come un lavoro a maglia, per
riprenderlo pi tardi quando te ne viene la voglia. Riempie
ogni parte di te: non pensi a nient'altro, non c' spazio per
nient'altro, nella vita.
Ci volle molto tempo prima che la mia famiglia riuscisse
ad afferrare l'intensit della mia dedizione al movimento.
Trovavano interessanti i nuovi gruppi con cui entravo
in contatto, stimolanti le persone che portavo a casa. Il
tutto rientrava perfettamente nello stile di vita degli Yates:
le lunghe serate trascorse davanti al fuoco, a parlare di
politica. Ci volle davvero molto tempo prima che capissero
che non avrei passato la vita come avevano fatto loro, a
discutere all'infinito. Generazioni di Yates avevano speso
ore e ore a dibattere sul Talmud o sul socialismo russo o
sul sindacalismo operaio o su qualche altra idea grandiosa
e capitale. Avevamo una lunga tradizione in questo campo,
e ci volle un po' prima che capissero che io non mi sarei
fermata l.
Gli Yates si consideravano attivisti. Be', picchetti, proteste
e cortei sembravano in effetti manifestazioni attiviste
allora; per me, ora, non sono che deboli esercizi intellettuali.
La mia infanzia era stata permeata da discussioni su
tematiche importanti. Quando le altre bambine chiedevano
i vestiti per la Barbie, io frugavo nel mio armadio alla
ricerca di vestiti da donare alle famiglie bisognose in Europa.
Quando le altre bambine collezionavano i gialli di
Nancy Drew, io ragionavo di come le idee di Thoreau si
potessero applicare alla societ contemporanea. Passavo ore
ad ascoltare mio padre e mia madre scontrarsi con zio
Ziggy sulle questioni del giorno. Seduta in grembo a mio
padre, gli sentivo crescere in petto la tensione provocata da
quelle accese discussioni. Quando erano presenti altre persone,
come spesso accadeva, i due fratelli in genere si
schieravano fianco a fianco e facevano fronte comune; ma
quando erano da soli, le differenze tra di loro erano sin
troppo evidenti, come una bandiera capovolta. Ziggy, il
pi vecchio, propugnava l'azione. Mio padre opponeva
dubbi, metteva in luce il lato negativo, sollevava obiezioni.
Il filosofo sociale dalla fervida mente contro l'avvocato del
diavolo; il risanatore idealista contro il cinico. Istintivamente
parteggiavo per Ziggy. Eppure Ziggy non scese mai
in campo per mettere alla prova i suoi ideali, per quanto
fosse convinto che era quella la cosa giusta da fare. Parlava
molto, ma non faceva nulla. Intuitivamente gravitavo verso
l'ottimismo delle argomentazioni di Ziggy. Crescendo
capii che sarebbe spettato a me fare il passo successivo,
dimostrare che mio padre si sbagliava. Sarei entrata in
azione in prima persona, mi sarei impegnata a fare qualcosa
che potesse migliorare la vita della gente, che potesse
cambiare in meglio le cose.
S, ci volle un po' prima che la mia famiglia si rendesse
conto che non me ne sarei rimasta con le mani in mano.
Che non avrei trascorso le mie giornate solo a parlare. 
assolutamente sbagliato vedere la mia vita come un semplice
prolungamento della vita della mia famiglia. Ho fatto
una svolta di novanta gradi rispetto a loro. Loro saranno
sempre degli intellettuali, e orgogliosi di esserlo, per di
pi. Non vedono quanto sia inadeguato, quanto sia inefficace.
Io non posso sprecare la mia vita in chiacchiere.
Voglio essere sicura di fare tutto quello che posso perch
le mie idee si trasformino in realt. Non che agisca mai in
modo irrazionale. Passo almeno altrettanto tempo di Ziggy
e di mio padre a voltare e rivoltare ogni singolo aspetto di
una situazione. Al termine della discussione, per, si decide
il passo successivo, ed  tempo di passare all'azione.
Non c' altro da dire. Le discussioni non sono sogni. Si
comprende la realt e si cerca di cambiarla.
Quando stabilisci che cosa deve essere fatto e qual  il
tuo ruolo, chiudi la discussione, chiudi la mente. Non puoi
avere dubbi sulla rete, sull'acrobata che ti dovr afferrare al
volo. Ti lanci dalla piattaforma con fiducia, senza pi dubbi,
sicuro di quello che fai e del tuo ruolo nel quadro complessivo.
Mentre sali verso la piattaforma, molto in alto
sopra tutti gli altri, ti lasci alle spalle tutti i ripensamenti,
come i pomodori marci scartati dal nastro trasportatore.
All'universit si corre il rischio di cadere nella trappola
intellettuale delle notti infinite passate a discutere e ad
approfondire, come se si fosse veramente in una torre
d'avorio. Ad un certo punto mi avvicinai ad alcuni amici
e chiesi loro se credevano veramente nella parit dei diritti
o se gli piaceva semplicemente parlarne. Li sfidai a venire
con me a incatenarsi agli sgabelli di Woolworth's(1) con
quelli del NANA, National Association for Negro Advancement.
Erano pronti a fare qualcosa per dare ai negri
un'equa opportunit o gli bastava parlarne? Alcuni riconobbero
che era da ipocriti partecipare alle riunioni in un
ambiente dove gli studenti erano dei bianchi privilegiati e
condannare l'ingiustizia sociale giocando a bridge. Gli altri
non poterono obiettare nulla, ma dovettero ammettere, a
se stessi e ai compagni, che non si sentivano abbastanza
coinvolti nella causa da fare la cosa pi razionale, la cosa
che andava fatta: incatenarsi agli sgabelli. Qualcuno doveva
farla, certo, ma non loro. E allora la feci io, con le
uniche due ragazze che trovai d'accordo con me. Sperimentammo
il carcere e le voci preoccupate dei nostri genitori
al telefono. Sperimentammo il brivido del pericolo
e la soddisfazione di seguire fino in fondo quello in cui si
crede, indipendentemente dalle conseguenze.
Incatenarsi agli sgabelli di Woolworth's fu un'azione
senza rischi, ma allo stesso tempo paurosa. Mio padre mi
salv, naturalmente. Da buon avvocato mi aveva preparato
a una tale situazione, pur senza immaginare che potesse
succedere davvero. La preoccupazione principale di mia
madre era che la polizia non mi avesse maltrattato, che
non avessi condiviso la cella con qualche soggetto violento.
Queste cose vennero fuori pi tardi. Mio padre non
aveva voluto dirle che mi avevano spogliata e perquisita e
che dividevo la cella con delle prostitute - anche loro vittime
della societ - e con i topi. Le mie due amiche ebbero
reazioni diverse: Stephanie mi segu per un po' di
tempo all'interno del movimento, l'altra divent una casalinga.
 inutile perdere tempo con la gente che ha dei
limiti.
Mi sento vicina a Stephanie. Abbiamo vissuto molte
esperienze insieme. Lei fa sempre quello che pu. Nessuno
mi conosce meglio di lei, nemmeno Urey mi conosceva
cos. Anche quando non ci troviamo d'accordo,  lei quella
che recita il ruolo di mio padre di fronte allo Ziggy che c'
in me, lei che sa di potermi provocare senza che per questo
io la giudichi una persona disincantata, lei che sa di non
rischiare la mia ira. Non mi inganno se penso che Stephanie
avrebbe potuto prendere la mia strada; lei si rimprovera
per non essere riuscita a spingersi tanto oltre.
Il mio futuro si era definito all'universit. Nonostante
i momenti di sorpresa e indecisione, mi mantenevo attivamente
impegnata e restavo lontana dai vacui intellettuali
non appena si rivelavano tali. La mia determinazione
deriva dalla consapevolezza che, se molti concordano
con l'obiettivo, pochi poi sono pronti a raggiungerlo senza
badare ai rischi. Perch non lasciare che le cose evolvano
da sole, che la politica segua il suo corso, che il tempo
passi? Nel frattempo, la sofferenza e l'ingiustizia si infiltrano
nella vita dei poveri, delle famiglie che non hanno
modo di difendersi, delle persone innocenti che cercano
solo qualche foglio di giornale per rappezzare un muro
perch non entri la pioggia. Non che io sia una persona
impaziente, di per s, ma l'ingiustizia mi fa ribollire il
sangue, non mi d tregua. Soprusi e ingiustizie li sento
sulla pelle, proprio non riesco a tollerarli. Il dolore  tale
che  come se ci fossi io sulla strada, davanti a un caseggiato
indegno di un tenore di vita decente, circondata dai
fagotti delle mie povere cose che si inzuppano di pioggia,
e nessuno che chieda perch, nessuno che mi mostri dove
andare, solo uomini-automi che portano fuori le mie cose
da una stanza fatiscente.  solo un caso fortuito alla nascita
che mi risparmia da tutto ci. Che rilevanza pu
avere il colore della mia pelle per la gente? Questo non
l'ho mai capito.
Le cose che faccio sono inevitabili, sono ineluttabili per
me. Evolvono direttamente dalle cose che sento e che
penso. Le mie azioni fluiscono con l'energia e la naturalezza
di un torrente di montagna: qualsiasi direzione esso
prenda, scaturisce sempre dallo stesso luogo, e per quanto
profondamente cambi, o sembri cambiare, nasce sempre
dalla stessa sorgente e scorre impetuoso verso la stessa
meta. Tante volte ho conosciuto persone che concordano
con me da un punto di vista filosofico, ma che non riescono
a capire come le mie azioni siano la logica conseguenza
del mio pensiero. Quante volte ho litigato per questo e
quanti si sono allontanati da me, perch, pur avendo gli
stessi obiettivi, non erano d'accordo sull'azione. Non potrei
mai accettare la loro inerzia: non agire davanti ai problemi
del mondo non  un'opzione accettabile.
Mi ci volle qualche tempo per trovare la mia nicchia. La
politica era fuori questione. Era troppo simile ai gruppi di
discussione all'universit, troppo simile ai dibattiti mai
conclusi di Ziggy e di mio padre. Come se l'obiettivo fosse
la discussione continua: sollevare nuove questioni, citare
opportuni precedenti e correnti filosofiche, fare pronostici.
Ore di speculazioni infinite, di strategie, di teorizzazioni.
Cos labirintico il percorso, che l'obiettivo veniva sminuito,
smarrito in un intricato groviglio di irrilevanza. Convincere
il senatore A a sostenere un certo progetto di legge,
fare pressioni sul senatore X, anche se non vuole che si
sappia che tratta con noi. Parlare con un segretario amministrativo
del gabinetto del senatore B, con un consigliere
di gabinetto del senatore Z, con l'amante del senatore Q.
Tutto questo era deprimente. Pensavo di avere molta tolleranza
per i discorsi teorici, ma c'erano persone che si
consumavano in questi giochi, si paralizzavano nell'enumerazione
di tutte le potenziali ripercussioni e complicazioni.
Alla fine era nauseante veder languire, per volere
dell'amante di qualcuno, programmi che avrebbero aiutato
tante persone.
Questo era pi di quindici anni fa. Ora la mia vita ha
uno scopo, una cosa su cui zio Ziggy mi diceva di non
scendere mai a compromessi. Fu Ziggy a svelarmi la mortalit.
Non l'importanza di fare qualcosa che ci rendesse
immortali, ma l'imperativo di fare qualcosa che giustificasse
la nostra esistenza. Era di questo che avevo bisogno. Mi
rese intollerante al nonsenso e alla banalit. Ziggy mi spieg
la vita quando ero ancora piccola. Mi mostr la morte,
in modo che potessi capire e apprezzare la vita. Non la
morte vera, naturalmente, ma mi mostr delle persone
dalla vita cos vuota da essere praticamente morte. La
morte in s esiste in una galassia separata, completamente
distaccata dalla vita. Viviamo nell'indifferenza per la morte.
Nostro compito  vivere. Morire non richiede sforzo, 
non-vita;  a-vitale, senza vita, nel senso di a-morale. Per
rendermi consapevole dei problemi degli altri, per controbilanciare
la mia esistenza borghese e materialista, Ziggy
mi port a fare un giro negli strati pi bassi della societ,
mi mostr le orde invisibili, i dimenticati, gli individui pi
irrilevanti per la societ. Bast fare una lunga passeggiata,
un giorno d'estate, fino al ponte della ferrovia. L'ampio
viale era tagliato dal reticolo d'ombre disegnate dai binari,
piloni d'acciaio imbullonati al marciapiede, filari di pilastri
architettonici. Alla base di ogni pilastro, un mucchio di
ossa scomposte e di stracci, un ammasso abbandonato che
di tanto in tanto gemeva, si lamentava, beveva un sorso,
pisciava contro i piloni. Camminammo lentamente, puliti
e determinati, la nostra aura borghese che teneva tutto
come dietro la teca di un museo. Osservammo, scrutammo
con attenzione, silenziosi ed educati, senza disturbare
il tableau vivant che si presentava ai nostri occhi. Intrusi
piovuti dalle classi pi agiate, avremmo potuto essere due
invitati a un ballo di societ che non partecipavano alle
danze, due spettatori che assistevano a uno spettacolo.
Muti, nessuna interazione, nient'altro che visitatori, visitatori
non invitati. Mentre stavamo l, a una certa distanza,
risuon una voce maschile forte e indistinta, furiosa e
offesa. Che cosa hai fatto? mi parve che dicesse. A chi si
rivolgeva? La voce si lev in un grido di orrore, poi interrog
con ira, poi mormor come tra s e s, ma sempre
con quelle stesse parole, all'infinito. Che cosa hai fatto?
L'enfasi cadeva ora su una parola, ora sull'altra, ma sempre
quella voce attaccava, accusava, pretendeva di sapere. Gesticolando,
l'uomo si rivolgeva a un pilastro, protestava
davanti al supporto d'acciaio, irritato, infuriato nel non
ricevere risposta.
Ziggy non fece alcuno sforzo per proteggermi o per
consolarmi davanti alla scena di cui eravamo spettatori.
Eravamo come due esploratori incappati in una trib di
barbari per qualche ragione dimenticati dal processo di
civilizzazione. Qualunque cosa facciano questi barbari,
non incresper mai la placida superficie delle nostre vite;
loro non cercheranno di portarci via niente, sprofondati
come sono nel loro elemento, con l'unica speranza di risalire
di qualche centimetro. Le istituzioni della societ
non hanno niente da offrire a queste figure perdute, che
non hanno scuole, lavoro, chiese, nulla. Sono ai margini.
Niente posta, niente persone care. Ziggy aveva voluto creare
in me la consapevolezza. Immaginava che avrei assorbito
quello che vedevo, che l'avrei filtrato attraverso l'intelligenza
e che sarei diventata come lui. Adesso brilla il senso di
colpa negli occhi di Ziggy, l'accusa in quelli di suo fratello,
anche se non ci sono parole. Ziggy ha passato tanto tempo
a lambiccarsi il cervello per capire come le sue lezioni di
sociologia abbiano potuto produrre un esito tanto nefasto.
Ero per lui una figlia elettiva. Si era creata fra noi un'affinit
spirituale sin dalla mia prima infanzia. Persino i miei
genitori riconoscevano a Ziggy la capacit di comprendere
i miei bisogni meglio di loro. Quante volte l'avevano svegliato
nel cuore della notte, che per favore scendesse a
vedere perch la piccola Joan non voleva dormire. Lui
aveva sempre le parole magiche da sussurrarmi all'orecchio,
la canzone speciale da cantare, il passo dolce e dondolante
che mi incantava e mi cullava nel sonno. Anche
quando non volevo mangiare chiamavano Ziggy, che scendesse
un momento a ragionare con me. Lui li mandava
fuori dalla stanza e dopo qualche minuto ero l che ascoltavo
la sua voce calda e profonda, aprendo la boccuccia
alle cucchiaiate di cibo. Negli anni, il nostro legame si era
fatto indissolubile. La differenza d'et  irrilevante, siamo
due rami della stessa pianta. I miei genitori incoraggiavano
questo rapporto privilegiato: Ziggy che non aveva bambini
suoi, Joan che adorava lo zio, loro che dovevano lavorare.
Dopo la scuola andavo nell'appartamento di zio Ziggy,
dove mi aspettavano il latte e i biscotti.
Venne fuori che nemmeno Ziggy approvava le mie scelte,
e cos mi preparai a una vita lontana dalla mia famiglia.
Un sacrificio minore. Mio padre la prese male. Cerc di
dissuadermi. Dovevo essere la sua erede, la sua erede intellettuale.
Aveva dei progetti su di me. Pi sottile di Ziggy,
mio padre immaginava che sarei andata a lavorare con lui
senza nemmeno dover essere persuasa. Mio padre, che ispirava
affetto persino ai suoi nemici, che non passava mai
davanti a un mendicante senza lasciare una parola gentile
e un dollaro, non riusciva a guadagnarsi il mio rispetto.
L'ho sempre amato. Era difficile resistere ai suoi modi
delicati, ai bei tratti del viso - tanto simili ai miei - anche
solo per i pochi minuti di tempo che mi concedeva. La
sincerit dava maggior valore ai suoi abbracci, alle sue
parole, ma non serviva a compensare il poco tempo che
passava con me. Non bastava. C'era sempre Ziggy, per.
Cos intenso, cos disponibile, la sua devozione cos chiara
e generosa. Forse li mettevo l'uno contro l'altro. Mio padre
aveva il mio amore incondizionato, ma Ziggy era divenuto
il mio mentore, sul piano intellettuale, morale, filosofico.
Mia madre, secondo le classiche teorie freudiane, era
l'elemento di frizione, il modello negativo di comportamento.
Tolleravo mia madre, la capivo, capivo la sua condizione
anche da piccola, e la compativo. Forse aveva superato
molte donne della sua generazione, ma il suo servilismo
cieco, le sue volontarie rinunce non erano da
ammirare. Usciva tutti i giorni con mio padre, scriveva
sotto sua dettatura, archiviava i suoi documenti, gestiva
l'ufficio, poi tornava a casa con lui e si metteva a cucinare,
sicuramente gi esausta quando si accorgeva di me. Questo
moderava i nostri conflitti, ma sapevo di essere io, e non
mia madre, a detenere il controllo. Nessuno aveva veramente
autorit su di me. Per un certo periodo mio padre
aveva saputo calmarmi o ragionare con me ma, essendo
una figura assente, alla fine aveva dovuto rinunciare al
proprio ascendente. Ziggy con i suoi modi professorali
riusciva a convincermi, e sembrava portare la discussione
di futili questioni infantili a un altro livello. Quando per
compresi che non aveva alcun vero potere su di me, che
era solo un surrogato, ignorai anche i suoi tentativi di
impormi una disciplina, del resto piuttosto fiacchi. Sin da
piccola ero io a stabilire i miei imperativi, e li rispettavo
rigorosamente.
A dieci anni avevo per certi aspetti la maturit di un
adulto. Ero io l'autorit, la persona alla quale anche i leader
tra i miei compagni di gioco si rivolgevano per chiedere
consiglio. In strada, appianavo futili dispute e mediavo
in caso di sentimenti feriti o regole controverse. Nessun
dubbio, nessun favoritismo. La cosa importante era assumere
tutta la responsabilit, proiettare all'esterno la certezza
che la mia decisione fosse la decisione giusta, senza
appello. Restituisci il giocattolo, hai perso la partita. Ero
l'arbitro di ogni gioco di strada e in mancanza di altra
autorit si faceva sempre come dicevo io. Tutti sapevano
che ero imparziale: inserita in nessun gruppo, ero fuori, un
terzo polo. Non avevo amicizie vere, nessuna che durasse
pi di una stagione o due. Nessuno era al mio livello. Sono
sicura che c'erano altri bambini capaci e tuttavia questi
bambini dovevano intuire la verit: io non avevo bisogno
di loro. Nessuno si ergeva a mio giudice.
La solitudine e l'indipendenza divennero mie compagne
abituali, nessuno aveva la mia fiducia. Ero a mio agio
in compagnia di me stessa, appagata da come stavano le
cose. Non ero il tipo da fngere, da cercare di ingraziarmi
qualcuno per essere accettata. Questa mia indifferenza pu
aver minato molte amicizie. Prendevo da sola le mie decisioni
e mi comportavo di conseguenza. Ero il super ego
di me stessa, genitrice di me stessa, mi davo regole e limitazioni.
Stephanie  la persona che potrebbe dirmi cosa fare. Non
mi interessava se all'universit sconcertavo gli altri studenti,
come pure i professori. Gi alle elementari avevo superato
la fase delicata in cui affiora la maturit e i valori si definiscono
e il carattere si plasma. Anche se sembravo una
qualsiasi ragazza del college - fatta esclusione per la mia
avversione ai cosmetici e ai fronzoli - non ero alla ricerca
di niente, non mi atteggiavo, non mettevo alla prova i miei
limiti, non vagliavo opinioni. Le idee ronzavano nelle riunioni
studentesche come se la scelta di quale seguire dipendesse
da un fattore puramente arbitrario. Si sentiva
gente blaterare confusamente di questioni importanti, determinanti
per la loro vita, come se il loro futuro dipendesse
dal tempo che fa. Quanti avevano scelto la materia
di specializzazione perch le lezioni si tenevano in un orario
comodo, o perch gliel'aveva suggerito il compagno di
stanza, o perch si diceva che il professore era un tipo
interessante? Possibile che le persone si lasciassero veramente
influenzare nelle loro decisioni da cose del genere?
Mi piaceva uscire con i ragazzi come tutte, ma senza la
loro fatuit, senza la loro urgenza. Non sono mai stata un
tipo verginale, nemmeno prima delle mie prime esperienze
sessuali. Avevo esplorato la mia sessualit gi da tempo, per
cui sapevo riconoscere la tensione bruciante, il fremito tra
le cosce che segnalava i miei bisogni. Arrendersi a queste
sensazioni, provocate dalle mani e dal corpo di un'altra
persona, era stata una rivelazione meravigliosa. Sin dall'inizio
le mie propensioni furono per gli uomini e fui sempre
prevalentemente eterosessuale, pur accettando e cercando
uno sfogo sessuale anche con le donne, quando ero dell'umore.
La sessualit non  una questione cruciale per me.
In quei giorni, prima che l'etica puritana venisse finalmente
scardinata, la maggior parte degli studenti veniva al
college principalmente per ricevere un'educazione sessuale.
Le mie esperienze pi intime le ho sempre tenute per me.
Io sola so che cosa penso.
Il femminismo e la liberazione sessuale iniziarono a
infiltrarsi tra gli studenti universitari e, con il passare del
tempo, il mio modo di essere non sembr pi cos radicale.
I maschi erano attratti dalla mia disponibilit, addirittura
stupefatti dalla mia schiettezza. Non ero pudica n
leziosa, non ero portata ai doppi sensi o alle smancerie.
Ero aperta e, nel momento in cui capivo di essere attratta
da qualcuno, lo esprimevo liberamente. C'erano ragazze
all'universit che, una volta uscite dalla casa dei genitori,
smaniavano di andare a letto con tutti quelli che potevano.
Ce n'erano altre per cui il sesso era un dissidio interiore e
aspettavano che arrivasse il ragazzo giusto. Altre ancora
dicevano una cosa e ne facevano un'altra.
Le lezioni mi interessavano, ma non avevo soggezione
dei professori. Avevo fiducia nelle mie capacit di assimilare
ci che spiegavano e non mi facevo scrupoli a mettere
in discussione l'interpretazione o l'analisi di uno di loro.
Non era forse quello il mio punto di forza? Svolgevo le
attivit di classe senza grandi sforzi. Le energie migliori,
naturalmente, erano indirizzate altrove.
Non appena arrivata all'universit, contattai la sezione
locale del National Association for Negro Advancement.
Alla scuola secondaria ero stata parecchie volte nel Sud con
i gruppi del movimento a fare marce di protesta e picchettaggi,
ma adesso in questa citt del Nord c'era molto lavoro
da fare. Assunsi da subito un ruolo attivo ed entusiasta,
offrendomi volontaria per qualsiasi cosa. Gran parte della
mia giornata era dedicata alle attivit del NANA, senza alcun
riguardo per gli eventuali conflitti con gli orari accademici.
L'impegno per i diritti civili aveva sempre la priorit e
saltavo tutte le lezioni che dovevo. Molte delle persone con
cui lavoravo non avevano idea che fossi iscritta all'universit
a tempo pieno. Alle riunioni ero sempre io a proporre
altre manifestazioni, altri picchettaggi, altri sit-in.
L'impegno per i diritti civili ai tempi dell'universit mi
fece maturare e rafforz le mie idee. Appartenevo a un
gruppo di persone che condividevano gli stessi ideali, che
lavoravano tutte per la parit dei diritti. Quali che fossero
le nostre differenze in altri ambiti, per quanto diverso fosse
il nostro bagaglio culturale, su questo eravamo uniti. Mi
elettrizzava stare fianco a fianco con loro, sfidare la polizia,
urlare il nostro messaggio, cantare i nostri slogan. Tendere
la mano a una mano tesa e formare un cerchio, guardarsi
intorno e sapere che tutti proviamo la stessa assoluta certezza rispetto a quello che stiamo facendo, alla sua importanza.
Stupisce, talvolta si fatica a capire, che altri la pensino
diversamente. Ci sono momenti di tale chiarezza, di
estatica certezza che inonda la mente di luce bianca, che
viene da dubitare della sanit mentale di chi dissente. Le
abbiamo viste tutti le foto odiose dei bianchi che sputano
addosso ai bambini neri, che li scherniscono, con odio,
con disprezzo palese, bambini che vogliono solo andare a
scuola. Be', immagino di essere simile a questi bianchi per
quanto riguarda l'ossessione, il fanatismo. Loro sono di l,
dall'altra parte della strada, e si chiedono se noi siamo
pazzi, stupidi, malvagi, posseduti; e noi, da questa parte, ci
chiediamo esattamente la stessa cosa di loro.
La prima volta che venni arrestata fu durante un fine
settimana nel Mississippi. Venni difesa dagli avvocati del
NANA ed ebbi lo stesso trattamento riservato a tutti gli altri
dimostranti. Mi trascinarono gi dalla scala di marmo del
tribunale e mi scaraventarono in un cellulare. Avevo opposto
resistenza passiva e mi ero accasciata in una specie di
finto svenimento quando i poliziotti mi avevano ordinato
di andarmene. Loro si erano infuriati e non erano stati
particolarmente gentili. Le manette mi diedero fastidio
finch non ricordai il trucco di tenere le braccia inerti
senza strattonare, in modo che il metallo non mi segasse
i polsi. Non sapevo bene se i poliziotti mi avessero sfiorato
il seno intenzionalmente oppure no, ma decisi di ignorare
la cosa. Nemmeno le donne di guardia nel carcere furono
gentili, n quando mi spogliarono per la perquisizione, n
quando mi spintonarono lungo i corridoi fino alla cella. In
seguito, quando mia madre mi chiese se avevo avuto paura,
mi resi conto di essere stata cos presa dal senso di
ingiustizia da non aver lasciato spazio alla paura.
I miei genitori avevano compreso i motivi dell'arresto e
non si dimostrarono n orgogliosi n arrabbiati. Sapevano
del mio impegno nel movimento e sapevano che il gruppo
organizzava manifestazioni di resistenza pacifica. Avevamo
discusso la teoria una sera a cena, e il principale lato
negativo, oltre al disagio fsico, era che essere arrestati significava
anche essere schedati dalla polizia. Naturalmente per
me non significava niente sacrificare un lavoro in un'ambasciata
o nei Corpi di Pace, in ogni caso troppo insipidi
per i miei gusti.
Mi ci vedete a rappresentare il nostro governo da qualche
parte del mondo? dissi. Non che non sia fedele agli
Stati Uniti, ma come posso essere fedele a questo governo
cos com'? Come potrei sostenere ciecamente le politiche
del governo di un paese dove la gente viene trattata in
questo modo? E come possono gli americani andare in
Africa a costruire strade, quando i discendenti di quegli
stessi popoli vivono in questo paese in una condizione di
povert e di umiliazione?
I miei genitori accettarono l'arresto, o meglio, io non
chiesi la loro approvazione e loro non espressero disapprovazione.
Zio Ziggy era visibilmente orgoglioso. Sembrava
una prosecuzione dei suoi insegnamenti il fatto che io mi
dedicassi a sanare le ingiustizie sociali al punto da trascurare
il mio stesso interesse. Ero capace di fare questo piccolo
sacrificio per portare avanti la causa di coloro che non
ne erano altrettanto capaci. Per molti versi vorrei essere
stato con te in quella prigione del Mississippi, Joan. Tu stai
trovando quello che gli asceti ricercano in una vita intera
di isolamento e di preghiera. Il significato della vita sta
prendendo forma per te e io ne vedo la bellezza. Mi chiedo
davvero perch non sono l con te. Dovrei esserci. Che sia
perch perderei i soldi della pensione, come ipotizzi tu?
Non lo so. Con questa lettera Ziggy mi allontanava da s:
si congratulava con me con una mano e con l'altra si chiudeva
gli occhi.
Fu in quella occasione che incontrai Urey, in Mississippi.
Lui era stranamente cortese e deferente, e io pensai che
i suoi modi fossero tipici del Sud. Era un'ancestrale reazione
automatica di fronte a una faccia bianca? Sentivo per
lui un miscuglio di solidariet e ammirazione, immaginavo
la forza d'animo che doveva avere per affrontare le
umiliazioni quotidiane. Ero sin troppo consapevole di essere una
semplice spettatrice, mentre lui viveva in prima persona la
realt della segregazione. Venne arrestato con me e dopo il
rilascio quelli del NANA chiesero a entrambi di presentarci
a rapporto.
D, che cosa possiamo fare per esservi di maggiore
aiuto e supporto?
Non saprei proprio, avevo risposto. Ho avuto pi di
quanto mi aspettassi. Avete pagato la cauzione per farmi
uscire, mi avete messo a disposizione un avvocato, mi
avete avvertito di quello che mi sarebbe potuto capitare. Se
uno lo sa in anticipo, non  pi cos degradante. Sapevo
perch ero l. Tutto quello che avete fatto  stato in pi. E
vi ringrazio per questo.
Secondo te era davvero indispensabile lasciarvi dentro
per tutta la notte?
C' un valore simbolico in tutto questo. Che cosa facciamo?
Dormiamo in un letto scomodo, mangiamo cibo
marcio, soffriamo umiliazioni e privazioni per qualche ora.
Serve solo a ricordarci che la nostra sofferenza  destinata
a finire, mentre ai neri di queste parti la condizione in cui
vivono deve sembrare eterna.
Ti guardavo con stupore, la tua sincerit era cos grande,
cos esplicita, mi disse Urey in seguito. Avevo gi
partecipato a molte dimostrazioni prima di allora, ma non
avevo mai incontrato nessuno che fosse infervorato come
te. Nessuno tra i bianchi, voglio dire. E poi non chiedevi
niente per te. Non avevi bisogno di niente, a differenza di
altri. Il coinvolgimento di Urey non era cos semplice. Le
alternative per lui erano i campi di cotone e il sussidio. Io
non ho rinunciato a niente entrando nel movimento. La
mia famiglia si era gi disgregata e all'ottavo anno di scuola
mi avevano gi mandato nei campi. Mia mamma era a
Chicago e lavorava presso una bella famiglia con tre figli
e dieci stanze. Mandava a casa dei soldi regolarmente, ma
la vedevo di rado. Mia zia non era cattiva con me, ma
aveva gi abbastanza da fare con i suoi cinque figli. E io
ero abbastanza intelligente da capire che non gliene serviva
anche un sesto. Nessuno dei miei amici  entrato in una
scuola secondaria. Non aveva senso. A che scopo? A mia
zia servivano tutti i soldi che fossi riuscito a guadagnare.
Questo era chiaro. Nessuno nel Mississippi pensava che un
negretto dovesse continuare a studiare pi di otto anni.
In tanti, neri e bianchi, pensavano che fosse gi troppo
anche quello. E poi, chi avrei incontrato alla scuola secondaria?
Nessuno di noi conosceva un nero che fosse iscritto.
Nessuno sapeva nemmeno da che parte cominciare. L'idea
mi era passata per la testa solo perch uno dei miei insegnanti
me l'aveva suggerita. Avevo riso e la cosa era finita
l. Non avevo possibilit di scelta. Quando sentii che il
NANA organizzava queste manifestazioni, presi al volo la
possibilit di fare qualcosa, invece di raccogliere cotone
e aspettare. E cos fu questa la mia scuola secondaria e il
mio college e adesso sono un professionista. In tutti questi
anni non ho mai incontrato un bianco che ti somigliasse.
Io ti tratto come una bianca, ma tu non sembri notare il
mio colore. Lo ignori. Hai dato alla mia pelle la stessa
attenzione che avresti dato ai capelli rossi di qualcun altro.
Tu non hai quell'aria remota dell'antropologo affascinato
che osserva i nativi e prende appunti. O sei diversa, oppure
sei un'attrice incredibile.
Durante l'incontro al NANA, feci notare che probabilmente
io avevo ricevuto un trattamento di favore, in quanto
donna e in quanto bianca, anche se mi era parso che
alcuni poliziotti fossero pi accaniti proprio nei confronti
delle donne e dei bianchi che avevano partecipato alla manifestazione.
Ma l'abitudine era cos radicata, pensavo, che
comunque ero stata trattata meglio dei neri.
Dopo la riunione, io e Urey fummo mandati a riposare
in una baracca dalle pareti inconsistenti, dove viveva Laurie
Adams. Invece di sdraiarmi sulla branda che mi venne
indicata, chiesi alla donna se potevo darle una mano. Dapprima
riluttante, alla fine mi permise di aiutarla a stendere
il bucato sul retro. E da qui passai ad aiutarla a preparare
il pranzo, a badare ai piccoli, ad addormentare il neonato,
a spazzare la grande stanza e a togliere le erbacce dal giardino.
Alla fine del pomeriggio era come se facessi parte
della famiglia, pi di Urey. In seguito, lui mi parl spesso
di come mi aveva osservato mentre piegavo le grandi lenzuola
bianche con Laurie Adams nel tardo pomeriggio,
con la brezza che le gonfiava e il sole grande nel cielo.
Ripartii per il Nord con il resto dei militanti la sera
stessa, esaltata da quell'esperienza. Era stato sconvolgente
provare quel rancore cos aperto, cos forte, anche se non
direttamente mio. E tuttavia Urey proiettava un orgoglio
rilassato, una sicurezza che ricordo ancora con profonda
ammirazione. Mi chiedevo perch fossi su quell'autobus,
perch stessi lasciando quel posto dove tanto restava ancora
da fare. Urey si incontr con il NANA per organizzare la
dimostrazione successiva.
Non vissi quella prima esperienza in Mississippi come
un evento cruciale. Era l'opportunit che aspettavo. I capigruppo
mi avevano imposto di prendermi alcuni giorni
di riflessione prima di decidere se farmi arrestare. Mi presi
questo tempo, ma mi sembrava una cosa assolutamente
naturale da fare. Sapevo che c'era bisogno di pi volontari
che si lasciassero arrestare, ma non era quello l'argomento
principale delle mie riflessioni. Farsi arrestare era un dettaglio
che rientrava in un quadro molto pi generale. Mi
induceva a confrontare il mio arresto con le esperienze che
altre persone vivevano: i linciaggi, le .fontanelle solo per la
gente di colore, i posti in fondo sugli autobus. Ero orgogliosa
di partecipare alla manifestazione, di bloccare l'ingresso
al tribunale per dimostrare la mia protesta contro la
decisione di proibire ai neri di sedersi al banco dei locali
pubblici per mangiare. Sembrava una cosa cos piccola da
fare. Nessuno mi diceva: Joan, sei convinta di voler manifestare
per questo? No. Mi dicevano: Joan, sei sicura di
voler essere schedata? Io invece mi chiedevo come mi
sarei sentita se mi fossi tirata indietro, se avessi pensato a
proteggere me stessa quando erano gli altri a essere in
pericolo: non noi che dovevamo farci arrestare, ma gli altri,
quelli che subivano ogni giorno gravi ingiustizie. La
decisione la presi d'istinto: era la cosa giusta da fare e mi
sarei vergognata di me stessa se avessi rifiutato. Non pensai
a mio padre e al suo profondo rispetto per la legge. Non
pensai per niente ai miei genitori. Mi pass per la testa che
Ziggy sarebbe stato orgoglioso di me, o che avrebbe dovuto
esserlo, questo  vero, ma non fu certo un pensiero
determinante.
Quando ritornai a scuola, non condivisi le mie esperienze
con i compagni di corso (non si potevano definire
propriamente amici). Si seppe in seguito, quando l'amministrazione
scolastica pubblic un nuovo regolamento che
vietava agli studenti di farsi arrestare intenzionalmente e si
scopr che la causa di tutto ero io. Non avevo voluto agire
di nascosto, ma in realt, anche se c'erano altri simpatizzanti
per la causa dei diritti civili, le uniche disposte a
partecipare attivamente eravamo io e Stephanie. Le simpatie
degli altri erano cos esclusivamente intellettuali che
quasi quasi avrei preferito la loro indifferenza. Il risultato
era lo stesso. L'atmosfera era favorevole al movimento, ma
mancava la convinzione di fondo. Le reazioni si divisero in
modo piuttosto netto tra lo sdegno e l'ammirazione. Gli
sdegnosi, naturalmente, non riuscivano a capire come ci si
potesse sottoporre intenzionalmente all'arresto da parte
della polizia, come dei ladri, delle prostitute, dei criminali
comuni. Gli ammiratori, pur se pochi, riconoscevano il
valore dell'arresto come arma nella battaglia per i diritti
civili, ma non erano capaci di superare in prima persona
le pressioni che impedivano loro di partecipare. Alcuni
non se la sentivano di affrontare i genitori che erano contrari
o che senza dubbio si sarebbero dichiarati contrari,
oppure temevano di ipotecarsi il futuro con questa macchia
sulla fedina penale, che un datore di lavoro avrebbe
potuto non gradire. Nel caso un giorno avessero voluto un
impiego nella pubblica amministrazione, in un'ambasciata
all'estero, nell'insegnamento, qualsiasi altra cosa, questo
colpo di testa sarebbe potuto riaffiorare dal passato per
perseguitarli. Non persi molto tempo con nessuna delle
due fazioni. Gli sdegnosi non nutrivano alcun rispetto per
me e per gli ammiratori ero io a non nutrire rispetto.
Io e Stephanie restammo sveglie molte lunghe notti a
sviscerare la questione, a fare l'avvocato del diavolo.
E tutto cos orientato sul proprio tornaconto, diceva
lei. Questi idioti non sanno andare oltre le loro ipotetiche
carriere. Si comportano come fosse la stessa cosa essere
ammessi all'albo degli avvocati o dover bere alla fontanella
dei neri. Passano il tempo a studiare le cause della Prima
guerra mondiale o la metrica shakespeariana, ma quando
si tratta di realizzare qualcosa che faccia una differenza
reale per la gente reale, ecco che si bloccano.
Io non ho tempo da perdere a cercare di capirli. Ci
sono cos tante cose da risolvere, che non si pu anche
cercare di giustificare il comportamento degli stupidi.
Quello che per loro  ovvio, per noi  ridicolo. E viceversa.
Ma poco per volta noi faremo il nostro lavoro e saranno
loro poi a doversi adattare ai nostri risultati. Rifletteranno
pi avanti sulle loro scelte.
Sai, Joan, tutto questo  veramente straordinario. Stiamo
facendo qualcosa che potrebbe cambiare davvero la
vita di qualcuno. Per il meglio, e per sempre. I miei genitori
non immaginano nemmeno che esista una possibilit
del genere. Si fanno le loro otto ore e poi tornano a casa
a badare a noi ragazzi. Non pensano mai a tutto quello che
sta al di fuori delle loro quattro mura:  tutta roba estranea,
roba che non ha niente a che fare con loro.
Stephanie mi diceva che l'avevo iniziata a un nuovo
modo di pensare, un nuovo modo di agire. Era una cosa
nuova per lei, ma ne era entusiasta. Le piaceva l'idea che
le nostre azioni potessero penetrare nella societ e lasciare
un segno, che fossimo parte di una forza benefica volta a
correggere eclatanti ingiustizie. Le brillavano gli occhi e
diceva che avremmo avuto la benedizione del cielo. Come
se ci che facevamo ci garantisse un posto in paradiso.
Non approfondii questo aspetto.
Le attivit del comitato locale del NANA occupavano
quasi tutto il mio tempo. Tenevo i bambini delle donne
che dovevano recarsi all'ufficio dell'assistenza sociale e
davo lezioni a quelli che avevano bisogno di un aiuto scolastico.
Insomma, mi rendevo disponibile. Serviva sempre
qualcuno che coprisse i neri che venivano arrestati ai sit-in.
Gli organizzatori volevano che pi della met dei dimostranti
arrestati fossero neri, per evitare l'accusa che
fossero dei politicanti, dei bianchi o degli estranei a fomentare
il movimento. Ma diffcilmente i neri erano studenti
o persone senza famiglia: per loro essere arrestati era
pi complicato che per gli studenti bianchi, che avevano
solo la scuola di cui preoccuparsi. Bisognava badare ai
bambini, bisognava mantenere i contatti per garantire che
il lavoro degli arrestati venisse svolto. Chi lavorava a giornata
non poteva perdere la paga, quindi qualcuno li doveva
sostituire. Io collaboravo a molte di queste iniziative di
supporto.
Non dimenticher mai l'espressione sulla faccia di quella
donna, quando bussai alla sua porta e annunciai: Wanda
Driscoll oggi non pu venire, ma ha chiesto a me di
sostituirla.
La donna era rimasta senza parole, e io ero semplicemente
entrata e avevo pulito la casa come mi aveva spiegato
Wanda. Quando ricevetti i dieci dollari alla fine della
giornata, l'unico commento della donna fu: Non avevo
mai saputo il cognome di Wanda.
Mi organizzai la vita in modo da avere la flessibilit
necessaria per fare quello che per me era importante. Non
permisi mai a niente di interferire con il mio impegno per
i diritti civili. Gli organizzatori sapevano che ero sempre
disponibile. Mantenevo l'impegno scolastico a un livello
che mi consentisse di continuare gli studi. Nessuno dei
miei professori vide mai una particolare genialit nei miei
lavori, ma li giudicavano soddisfacenti.

New York City, primavera 1975.
Trasalivo ogni volta che qualcuno mi rivolgeva la parola.
Uscendo dalla biblioteca, una donna mi si avvicina senza
motivo, un'anima bisognosa di uno straccio di contatto
umano, per quanto anonimo. Pi tardi forse racconter a
un altro sconosciuto un'esperienza interamente costruita
sul trompe l'oeil.
Oh, ma lei si chiama proprio come la Garbo? Sua
madre doveva esserne una grande ammiratrice.
Quanto mi ci voleva per convincermi dell'innocenza di
questo tipo di domande? Gli altri non sanno che io sono
un'altra persona. Ma dentro c' sempre il brivido, la paura
di essere braccata. Questa donna ha tirato in ballo mia
madre. Come rispondo? Solo pi tardi mi rendo conto che
erano solo chiacchiere oziose, un modo per riempire i silenzi.
E tuttavia non riesco a controllarmi bene, sussulto,
temo che la mia risposta nervosa risulti palesemente idiota,
inadeguata, falsa. Il che  assolutamente vero.
Certo. Mia madre  una sua grandissima ammiratrice.
Spero che questa specie di conversazione finisca e venga
istantaneamente dimenticata da questa peregrina delle biblioteche.
Situazioni del genere mi convincono che la soluzione
migliore sia non rispondere. Grugniti. M-mmm.
Alzate di spalle. Tutto, ma non una conversazione.
La settimana prima un fattorino in bicicletta, sfiorato
da un taxi in corsa, era caduto proprio davanti a me
mentre aspettavo il verde. La gente aveva cominciato a
fermarsi. Io, con il povero fattorino disteso sulla strada, ero
paralizzata dal panico. Il panico degli istinti contrastanti:
quello di Greta e quello di Joan. Greta diceva: Scappa, non
immischiarti, e Joan invece allungava la mano, sconvolta,
per aiutarlo a rialzarsi. Un istante dopo un operaio balzato
gi da un furgone mi spinse da parte e prese in mano la
situazione. Mentre si inginocchiava a parlare all'uomo ferito
inizi a dare ordini a destra e a manca. Si tolse la
giacca a vento e ne fece un cuscino da mettergli sotto la
testa, gli slacci i primi bottoni della camicia in modo che
potesse respirare meglio. Cercate un panno bagnato, chiamate
un'ambulanza, qualcuno ha un fazzoletto? Sar stato
un marine o qualcosa di simile. Sparava ordini puntando
il dito addosso ai presenti. Non mi vide. E io sgattaiolai
via, angosciata all'idea di farmi scoprire proprio mentre
tendevo la mano alla vittima sanguinante di un pirata della
strada. Fra un attimo magari avrebbero preso i nomi dei
testimoni o chiss che altro. Non ero affatto orgogliosa del
mio comportamento. Nei giorni successivi cercai la notizia
sui giornali, ma non ne trovai traccia.
Essere Greta accresceva la mia visibilit. Ero costantemente
in scena, recitavo in uno spettacolo senza intervalli.
Diventava impossibile anche il semplice camminare in una
strada affollata alle cinque del pomeriggio, quando mezza
citt torna a casa in fretta. Sembra che tutti ti ignorino, ti
sembra di essere anonima, praticamente invisibile, finch
un tassista esagitato a caccia di clienti sfiora un ciclista e
il ciclista ti cade ai piedi. Solo tu noti il riflettore che si
punta su di te, le facce che si girano, verso di te.
Cercavo di proteggere Greta da questo tipo di situazioni
chiudendo gli occhi davanti alla realt... un atteggiamento
assolutamente contrario alla mia natura. Dovevo rendermi
insensibile a ci che mi circondava, soffocare l'immediata
reazione istintiva davanti a certi fatti, come la spietatezza
di un pirata della strada. Greta doveva restare impassibile
proprio davanti alle cose che pi contavano per me.
Mi ripromisi anche di stare alla larga dai nomi che mi
piacevano, i nomi dal suono straniero, tutti i nomi che
non fossero tra i cinque pi comuni. Greta era stato un
errore, un imprudente atto di indulgenza verso me stessa.
38
 Vogliamo mobilitare cuoche e bidelli dell'universit. I
professori, le segretarie... tutti ottengono degli aumenti
annuali, invece le cuoche e i bidelli lavorano a salario minimo
gi da cinque anni.  ora che l'amministrazione capisca
come sarebbero le cose senza di loro.  solo una
coincidenza che cuoche e bidelli siano neri? Ed  un'altra
coincidenza che nessuna delle segretarie - e per inciso
anche pochissimi degli studenti - siano neri? Siamo in
una universit del Sud o siamo nel cuore della terra degli
yankee?
Con questo discorso Jack Wellner, responsabile della
sezione locale del NANA, punt il dito su un aspetto della
comunit universitaria dato tanto per scontato che persino
noi, in teoria i pi sensibili a queste problematiche, restammo
per un attimo ammutoliti come davanti a una
rivelazione, prima di ammettere:  vero. Inizi un periodo
di intense attivit in seno all'universit. Io venni assegnata
alla sensibilizzazione in loco delle cuoche e dei bidelli.
Di comune accordo con Jack, fissammo due obiettivi a
breve termine: mobilitare cuoche e bidelli e creare un
gruppo di supporto studentesco. Qualsiasi concreto miglioramento
nelle condizioni lavorative o salariali sarebbe
stato un di pi. Stephanie venne incaricata di organizzare
per loro una serie di lezioni settimanali sui temi di attualit,
tenute dagli studenti. Era un modo per guadagnarsi la
loro fiducia e ci dava la possibilit di stilare un elenco degli
inservienti di ciascuno studentato. Per loro le lezioni erano
un'opportunit di interagire tra loro e di entrare in contatto
con noi. Inizialmente erano molto deferenti verso gli
studenti che fino al giorno prima avevano dovuto solo
servire. Le lezioni si dimostrarono uno strumento potente
dietro una facciata innocua. Discutere sui temi di attualit
aumentava la consapevolezza di entrambe le parti. Cuoche
e bidelli erano spesso troppo stanchi per leggere i giornali
oppure non erano abituati a trovare le notizie rilevanti per
la loro situazione personale.
Perch organizzate delle manifestazioni contro Woolworth's
qui al Nord, se anche noi possiamo mangiare al
banco senza problemi?
 una specie di azione di solidariet. Tutti i Woolworth's
appartengono alla stessa famiglia. Noi vogliamo
dimostrare che non ci piace quello che fa Woolworth's nei
suoi negozi del Sud.
E funziona?
Noi pensiamo che possa funzionare. Anche se dovremo
andare avanti per molto tempo, ci aspettiamo di vedere
dei risultati. Oggi abbiamo dieci persone che non comprano
pi da Woolworth's. Domani forse ne avremo venti.
Prima o poi Woolworth's si accorger del nostro boicottaggio.
Anche se non li danneggeremo finanziariamente, tutta
questa pubblicit negativa non gli far certo piacere.
E voi che cosa ci ricavate da tutto questo?
Io non voglio vivere in un paese dove ci sono delle
persone che non possono mangiare con me, che non possono
mangiare nel posto dove lavorano. Io voglio cambiare
le regole.
A ogni discussione si facevano dei piccoli passi avanti,
anche se non immediatamente percettibili. Persino Stephanie
si trov a disagio, quando chiedemmo agli studenti
come si rivolgevano alle cuoche e ai bidelli durante le
lezioni. Per tradizione, gli studenti li chiamavano con il
loro nome di battesimo, mentre cuoche e bidelli si rivolgevano
agli studenti chiamandoli Miss Betsy o Miss Jane.
Ci sono dei bianchi di sessant'anni che chiamate per
nome? Lo dobbiamo dimostrare, il rispetto che diciamo di
sentire per loro. Alla prossima lezione, sollevate il problema
e fatevi dire il loro cognome. Qualche obiezione?
Come facciamo a passare da un approccio meno formale
a uno pi formale? Non sembrer un'inversione di
rotta, un passo indietro?
No, se spiegherete che eravate voi a sbagliare e che
ora volete correggervi. Dovete dare un esempio che gli
altri studenti poi possano imitare. O si usa per tutti il
cognome, o si usa per tutti il nome di battesimo, con o
senza Miss. Ogni altra soluzione sarebbe ipocrita. Siete
d'accordo?
Alcuni studenti non ce la fecero ad affrontare la questione,
non per mancanza di convinzione, ma per mancanza
di coraggio. Era semplicemente troppo strano per loro.
Come osserv Stephanie, si finiva per mettere le cuoche e
i bidelli in una situazione molto singolare, come se il rispetto
che ci avevano sempre mostrato fosse in realt contrario
all'etichetta. Anch'essi erano pi a loro agio sul piano
teorico, pi che sul piano concreto. Meglio evitare le
offese, meglio non oltrepassare i confini, meglio non avere
un rapporto troppo familiare, anche se esplicitamente richiesto.
D'altro canto, da parte nostra sarebbe parsa una
presa in giro chiamarli Miss Fleta o Miss Anna Fay, imitando
il loro atteggiamento servile. Non riuscimmo mai a
risolvere il dilemma dei nomi.
Stephanie mi confess di non riuscire a spingersi oltre.
Spesso mi capita di tornare al vecchio stile.  pi facile,
a essere sinceri. Non viene spontaneo a nessuno stare sempre
attenti ai nomi. Tu ti correggi, ti scusi, e a loro invece
sembra che non importi proprio niente di come li chiami.
Anzi, sembrano pi a loro agio con il vecchio atteggiamento
classista e paternalistico. Che ci vuoi fare?
Affrontai la questione con Jack: Lavorano da cos tanti
anni all'universit che sono come gli schiavi al servizio dei
grandi proprietari terrieri, nelle piantagioni del Sud. Vogliamo
restarcene qui seduti a fingere che il Nord sia il
paradiso e che i problemi siano solo al Sud? Questa situazione
 degradante,  tutta sbagliata.
Bene, Joan, tu che cosa suggerisci? mi chiese Jack.
Le cuoche e i bidelli sono in una posizione di forza e
potrebbero avanzare delle richieste precise all'amministrazione.
 solo che non si rendono conto di quanto siano
importanti per l'universit. Probabilmente non se ne rende
conto nessuno. Loro stessi sono troppo abituati a un atteggiamento
servile per considerarsi indispensabili alla vita di
questa comunit. Se gli studenti ci pensassero solo un
minuto, si renderebbero conto di quanto dipendono dalle
cuoche e dai bidelli. Non riuscirebbero n a mangiare n
a tenersi puliti, se non fosse per loro. Tu lo sai che gran
parte degli studenti fanno pi a casa propria che qui? Sparecchiare,
portare i vestiti a lavare, cose di questo tipo. Qui
stiamo incoraggiando il perpetuarsi di una generazione di
inutili damerini, di pedanti buoni a nulla. Come in un
romanzo vittoriano.
E secondo te che cosa direbbero le cuoche e i bidelli?
Be', alcuni di loro sono troppo timidi per immischiarsi
in una faccenda come questa. Ma gli altri, i pi giovani
sostanzialmente, sanno che dovrebbero avere di pi. Forse
potremmo organizzare uno sciopero generale delle cuoche
e dei bidelli, e gli studenti potrebbero restare fuori dalle
aule come azione di supporto.
 realistico? Quanti studenti lo farebbero?
Non lo so, ma almeno dovranno prendere una decisione.
Potrebbe essere un'occasione per renderli consapevoli
del problema. Magari dovrebbero prepararsi la cena da
soli, tanto per cambiare.
E l'amministrazione? Come reagirebbe?
Forse con imbarazzo. Sanno di avere la coscienza sporca,
con i salari che pagano agli inservienti.
Okay. Potrebbe essere una buona idea. Perch non mi
porti in ufficio una delegazione di cuoche e bidelli per
discuterne con loro?
Sapevo gi chi di loro era pi adatto a capeggiare la
protesta e chi tra gli studenti poteva dare una mano nell'organizzazione.
Dopo ore di riunioni, creammo una
struttura che sarebbe rimasta anche dopo la mia partenza.
Cuoche e bidelli vennero organizzati e posero le basi per
l'istituzione di un gruppo sindacale i cui rappresentanti
potessero confrontarsi con l'amministrazione universitaria.
Gli studenti fecero circolare la voce sull'ingiusta situazione
che esisteva nel campus e vennero reclutate alcune associazioni
studentesche per fare pressioni sull'amministrazione
e avanzare richieste specifiche per un trattamento migliore
per le cuoche e i bidelli. Restava comunque, tra gli inservienti
come tra gli studenti, chi preferiva lasciare le cose
cos com'erano. Non avevano la forza o il desiderio di
opporsi a me e agli altri, ma non volevano partecipare. Per
molti di loro, indipendentemente dalla paga e dalle condizioni,
il lavoro era una cosa troppo importante per rischiare
di perderlo. I figli, l'affitto, il futuro... avrebbero messo
in gioco tutto. Molti studenti, poi, volevano solo seguire le
lezioni e concludere gli studi che i genitori pagavano per
loro. Volevano che le cuoche e i bidelli venissero pagati il
giusto, ma avrebbe dovuto occuparsene qualcun altro.
Ero comunque contenta che fosse indifferenza, e non
ostilit, quella che in genere incontravamo. A suo modo
era anche questa una vittoria. Con il procedere dell'anno
accademico, la determinazione delle cuoche e dei bidelli si
fece pi forte e in febbraio, dopo molti e infruttuosi incontri
con l'amministrazione, fu fissata la data dello sciopero.
I preparativi furono elettrizzanti: decidere dove concentrare
l'attacco, se fare un sit-in o solo un picchettaggio,
stabilire chi si sarebbe occupato dell'organizzazione delle
operazioni, preparare i comunicati stampa e le dichiarazioni
per il pubblico, stilare una lista di richieste.
In tutto quel periodo persi raramente qualche lezione e
non consegnai mai un elaborato in ritardo. Superai tutti
gli esami del primo semestre. Vivevo una doppia vita: studente
a tempo pieno e organizzatore a tempo pieno. Ovviamente
non mi restava nemmeno un minuto per le relazioni
personali. Alcuni degli studenti dell'universit si
dividevano tra lo studio e la ricerca di compagnia dell'altro
sesso. Per alcuni di loro, in effetti, avere qualcuno con cui
uscire e fare sesso era un'ossessione. Avevo capito da un
pezzo che io e i miei compagni di corso avevamo ben poco
in comune.
Con il nostro aiuto, le cuoche e i bidelli avevano formulato
una lista di richieste in cinque punti: salari pi alti,
contratti a tempo indeterminato, pause pranzo retribuite,
contributi per l'acquisto delle divise e libero accesso alle
lezioni. Quando suggerii quest'ultimo punto, restarono
tutti sbalorditi: era un pensiero cui non avrebbero mai
osato dare voce. L'ironia di lavorare in un'istituzione scolastica
senza poterla frequentare era una delle tante assurdit
della loro vita che da molto tempo avevano imparato
ad accettare. Non poter mangiare da Woolworth's dove
lavoravano, non poter studiare nell'universit dove pulivano
i bagni e cucinavano i pasti non era una novit per
loro. Contestare questa situazione era rivoluzionario. Si
percepiva una palpabile preferenza istintiva per la pace:
anche una pace con qualche ingiustizia era preferibile alla
lotta, soprattutto se una lotta senza garanzie di vittoria.
Lo sciopero dur tre settimane. Nessuno tra le cuoche
e i bidelli sfond la barriera dei picchetti, e la frequenza a
molte delle lezioni fu decisamente inferiore alla media,
anche se la maggior parte degli studenti non partecip allo
sciopero. Jack Wellner aveva procurato una serie di lavori
temporanei per le cuoche e i bidelli che ancora esitavano.
Assicur agli scioperanti che non avrebbero perso niente,
pur non promettendo mai alcun miglioramento. Jack era
determinato, ma non era violento. Tutti concordavano sul
fatto che degli scontri diretti sarebbero stati controproducenti,
sia nel mantenere l'appoggio delle cuoche e dei bidelli,
sia nelle trattative con l'amministrazione. Io prevedevo
che l'universit si sarebbe spaventata e che gli scioperanti
avrebbero avuto modo di negoziare su almeno alcune
delle richieste avanzate. Mi aspettavo poco dagli studenti
e non rimasi delusa, come invece le cuoche e i bidelli, dal
fatto che molti di loro sfondarono i picchetti. Ancora pi
difficile per loro fu accettare il fatto che la maggior parte
dei professori non si schierasse dalla loro parte. Erano anni
che li conoscevano e restarono attoniti davanti alla loro
apatia. Quando l'universit torn alla normalit, le cuoche
e i bidelli avevano ottenuto tre delle loro cinque richieste,
e io avevo una rete di studenti su cui poter contare. L'universit
era stata sensibilizzata e organizzata.
Quando tornai a casa, quella primavera, i miei genitori
mi mostrarono la lettera del preside della facolt con la
richiesta di non iscrivermi al secondo anno.
Joan, come mai non ci hai mai detto niente? piagnucol
mia madre. A che cosa si riferisce questo per
aver fomentato attivit che non vanno a benefcio dell'istituzione
universitaria?
Oh, mamma, non dovresti stare a sentire il preside.
Non so nemmeno che faccia abbia.
Senti, Joan, non cercare di cambiare argomento, intervenne
mio padre. Noi stiamo dalla tua parte, ma vogliamo
sapere che cosa  successo all'universit.
Hai visto i miei voti, pap? Forse non sono alti come
potrebbero essere, ma sono migliori di tanti altri. Non
vedo l'ora di fare il secondo anno di Storia dell'arte antica
e non ho nessuna intenzione di lasciarmi fermare da questo
preside.
Molto bene. Ovviamente anche noi vogliamo che torni
a scuola. Ma perch, allora, il preside ci avrebbe mandato
una lettera come questa?
Senti, pap, non ne ho la minima idea. Forse l'ha
mandata a tutti quelli che hanno firmato una petizione in
favore delle cuoche e dei bidelli.  chiaro che l'ho firmata
anch'io. Chiunque l'avrebbe fatto. Non avevo idea che
avrebbe cercato di punirci solo per aver firmato un pezzo
di carta.
Quali sono le attivit che secondo lui avresti fomentato,
Joan? Lo sciopero?
Non lo so, davvero. Probabilmente, niente di quello
che faccio va a benefcio dell'istituzione universitaria,
come dice lui. Io sto cercando di far cambiare qualcosa,
giusto? Ma immagino che lui voglia che la sua universit
resti esattamente cos com', a prescindere da tutto e da
tutti. Sar normale per un preside di facolt, immagino.
Joan, dovresti decidere quanto sei disposta a cambiare
di te stessa per studiare in questa universit. Non diciamo
per sempre, tesoro,  logico, ma potrebbe essere nel tuo
interesse, cio nell'interesse che ti pu derivare da un'educazione
superiore, adeguarti alle aspettative dell'istituzione.
Che ne pensi?
Penso che voi adesso dovreste scrivere una lettera al
preside in cui per non parlate affatto dei miei pensieri e
dei miei sentimenti. Non voglio che vi scusiate con lui
per delle azioni non meglio specificate compiute da vostra
figlia. S, forza, scrivete questa lettera, ma puntate sul fatto
che noi tutti vogliamo ci che va a maggior benefcio
dell'istituzione universitaria, e che vostra figlia  ansiosa
di continuare la sua formazione superlativa all'interno di
detta istituzione. Aggiungete che per quanto ne sapete
vostra figlia ha sempre rispettato tutte le regole della
scuola e che sar felice di discuterne personalmente con il
preside stesso.
Molto ben formulato, Joan, saresti una risorsa preziosa
per il nostro studio, se decidessi che  quello che vuoi fare.
Mi piacerebbe seguire la tua carriera di avvocato.
Grazie, pap. Chiss.
Io e mio padre eravamo come due pilastri di marmo a
sostegno di un'arcata. Se uno dei due si fosse spostato
anche solo di un centimetro, l'arco sarebbe crollato. Come
se l'avessimo saputo, nessuno di noi oscillava n ammetteva
il desiderio di piegarsi verso l'altro o di allontanarsi dall'altro.
Rimanevamo uniti dalle nostre somiglianze e separati
dalla nostra natura. Senza quest'arco tra di noi, ci saremmo
mai conosciuti? La nostra relazione mancava di qualsiasi
cosa denotasse la disparit tra padre e figlio, nessuno di noi
sapeva recitare il ruolo che gli era stato assegnato e nemmeno
ci provava. Per gli osservatori esterni - Ziggy e mia
madre - la nostra relazione era distorta. Di tanto in tanto
piovevano critiche sull'uno o sull'altra: il padre avrebbe
dovuto passare pi tempo con la figlia; non si sarebbe
dovuto permettere alla figlia un atteggiamento cos insolente
nei confronti dei genitori. Anche Ziggy capiva che gli
davo ascolto solo in mancanza di meglio. L'avrei ignorato,
se mio padre si fosse comportato da padre.
Il preside fu soddisfatto dalla lettera che ricevette da
mio padre e mi venne dato il permesso di iscrivermi al
secondo anno. Ovviamente mi sarei potuta trasferire in
un'altra universit, ma dovevo proseguire ci che avevo
iniziato. Era una piccola soddisfazione che il preside si
fosse accorto delle nostre attivit. Anche se ancora solo in
termini negativi, il nostro messaggio era quantomeno riuscito
a passare. Era un inizio. Non mi sarei mossa prima
del tempo. Uno dei miei obiettivi per quest'anno era che
le cuoche e i bidelli potessero seguire gratuitamente le
nostre lezioni. Non solo avrebbero imparato qualcosa, ma
avrebbero potuto rafforzare la loro autostima e consolidare
la propria posizione lavorativa. Studenti e professori li
avrebbero visti da una nuova prospettiva, come loro pari.
Sarebbe stato un passo importante, anche se del tutto innocuo.
Nessuno ci avrebbe rimesso.
E nel secondo semestre cuoche e bidelli vennero accettati
come uditori a tutte le lezioni che desideravano, a
patto, naturalmente, che non si trovassero in conflitto con
il loro orario di lavoro. Il gruppo di supporto era cresciuto.
Era Stephanie la responsabile. Proponemmo che venisse
sovvenzionato dalla tesoreria universitaria come le altre
attivit della scuola, le associazioni studentesche, il giornale,
il gruppo di teatro, eccetera.
Joan, hai fatto molta strada qui, e in pochissimo tempo,
mi disse Jack Wellner un giorno davanti a una tazza
di caff. Hai un modo di fare senza pretese, ma arrivi a
grandi risultati. Non lo dico per farti un complimento, ma
vorrei che sapessi che il lavoro che fai  apprezzato.
Grazie per avermelo detto, Jake. Chiss se anche tu
ogni tanto ricevi qualche parola di incoraggiamento per
quello che fai.
Joan, io vengo pagato per quello che faccio.
S, lo so, ma ho comunque la sensazione che tu trovi
il lavoro che fai importante di per s.
S, indubbiamente. Il fatto di essere pagati per farlo
non ne sminuisce l'importanza. Altrimenti dovrei cercare
di sbarcare il lunario con qualcosa di stupido, un lavoro
qualsiasi da autista in divisa blu, e intanto questo lavoro
resterebbe da fare. A un certo punto devi trovare il modo
di unire quello che fai per vivere con quello che fai per
passione. Tu non hai ancora affrontato questo dilemma. E
forse non lo farai mai, visto che sei una donna.
Jack, hai tirato fuori questo discorso adesso perch hai
qualcosa in mente per me o stiamo solo parlando del pi
e del meno?
In effetti qualcosa in mente ce l'avrei. Te lo dico?
Perch no?
Abbiamo una posizione scoperta nel nostro ufficio del
Midwest. Serve un organizzatore, qualcuno che vada nei
quartieri a galvanizzare la gente in modo da realizzare delle
azioni significative. Perlopi azioni di supporto, come i
sit-in qui da noi. Ma c' bisogno di gente per creare una base,
in modo che in futuro ci sia gi uno zoccolo duro disponibile
per altre azioni.
La prendo.
Non vuoi pensarci?
Ci ho pensato. La prendo.
Non vuoi sapere quanto pagano?
Pagano? Ottimo. Quando inizio?
Deve pur esserci qualcuno con cui ne vuoi parlare
prima. Non vogliamo che tu arrivi fino a Indianapolis per
poi scoprire che per qualche ragione non sei soddisfatta.
Conosci qualcuno a Indianapolis?
Certo che no. Non sono mai stata a ovest del Mississippi
in tutta la mia vita. Indianapolis  a ovest del Mississippi?
Non credo. Seriamente, Joan,  un passo importante
per te. Pensaci un po' di pi e ne riparliamo la settimana
prossima.
Non ce n' bisogno, Jack. Non preoccuparti, far del
mio meglio a Indianapolis,  questo che conta.
Domani ti far sapere dove andare e chi cercare.
Tanto per cambiare, la presero male tutti quanti. Ziggy
fu quello che si lament di pi, e senza motivo, non essendo
un genitore. Non sopporterei di vedere la tua intelligenza
atrofizzarsi, quando invece potresti arrivare dove
vuoi in qualsiasi campo. Sosteneva che non avrei dovuto
abbandonare gli studi e rinunciare all'opportunit di propormi
in modo credibile per qualsiasi lavoro decidessi di
fare, o anche di intraprendere gli studi di legge. Mio padre
si rammaricava che quest'ultima possibilit ora sembrasse
definitivamente scartata. Mia madre, tutta presa dal lato
pratico della situazione, voleva sapere come avrei vissuto,
di che cosa avrei avuto bisogno in fatto di utensili da
cucina, come avrei fatto a trovare un dottore in un posto
cos strano. Rimasi calma, ero certa che era questo che
volevo fare e parai tutti gli attacchi con facilit. Spiegai a
Ziggy e a mio padre che questo non significava necessariamente
che non avrei mai portato a termine gli studi. Avevo
chiesto un periodo di congedo all'universit e il preside
diceva che sarei stata libera di riprendere a frequentare
entro cinque anni senza dover presentare un'altra richiesta
di ammissione. Chi poteva sapere che cosa sarebbe successo
in cinque anni? Ero giovane, non c'era bisogno di essere
forti e vigorosi per completare gli studi, cosa che invece
sarebbe tornata utile nel mio nuovo lavoro. Io non lo
vedevo esattamente come un lavoro, ma mi trovavo costretta
a usare questa parola di tanto in tanto. E alla fine
delle vacanze di primavera ci eravamo tutti abituati all'idea.
Stephanie non credeva alle proprie orecchie quando le
dissi che stavo per lasciare l'universit.
Vuoi dire che abbandoni gli studi? Come puoi anche
solo pensare a una cosa del genere?
Stephie, lascio l'universit per un po', ti pare che voglia
dire abbandonare per sempre qualsiasi cosa, tanto meno
gli studi? La formazione continua tutta la vita, lo sai. Per
quanto riguarda l'universit, le cose importanti le lascio a
te. Spero che continuerai a stimolare le cuoche e i bidelli,
che riuscirai a far proseguire le lezioni sui temi di attualit
e a mantenere vivo il supporto studentesco, con i relativi
finanziamenti. Sono queste le cose importanti. Giusto?
Non perdere ci per cui abbiamo lavorato finora. Io vado
alla prossima fermata, scendo l e poi, probabilmente, proseguir
ancora.
Mi mancherai, Joan. Per te sar tutto cos esaltante,
una nuova citt, nuove cose da fare... Sicuramente  una
sfida che non puoi rifiutare. Farai un lavoro splendido. Io,
per, non potrei mai andarmene da qui. Non senza la
laurea. Mi sento cos legata.  come se venendo sin qui mi
fossi incatenata all'universit fino alla fine del corso di
studi. Quando partirai cambier tutto. Chi ci sar a spronarmi?
Rester aggrappata alle vecchie idee senza di te,
Joan. Lo vedi come sono egoista?
Non  vero, Stephie. Vorrei tanto che tu venissi con
me. Mi mancheranno le nostre discussioni. Ma non dobbiamo
perderci di vista.
 questo che mi disturba tanto. Io ho bisogno della
vicinanza. La nostra vita qui sembra perfettamente compiuta
in s.  come se ci fosse un vuoto, oltre l'universit.
Ed  l che tu vai, in quell'oltre.
 solo Indianapolis, magari puoi venirmi a trovare.
Vedere com'. Avr un telefono. Ti mando una cartolina
non appena mi sistemo. Okay?
Tornai all'universit a fare le valigie e a dare gli esami.
Mentre salutavo Stephanie volavo alta, mi libravo al di
sopra della gente comune come lei, legata a obiettivi vuoti
ed egoistici, limitata da miopi confini. Ero sospinta verso
l'alto dalla purezza degli ideali che mi ispiravano. E fu cos
che, a bordo di una macchina procurata da Jack Wellner,
partii per Indianapolis all'inizio di giugno.
 New York City, tarda primavera 1975.
Sar onesta. Non si tratta solo di infilarsi dei vestiti e di
inventare un nome. Ci sono cose che ti girano nella testa
e non puoi soffocare. Ci sei tu. C' Joan. Tu lo sai che cosa
pensa Joan, di continuo, mentre archivia documenti nella
fabbrica di interruttori, mentre cerca di rendersi invisibile
a New York City. Pensa all'FBI, e a quanto possono sapere.
Si chiede se gli altri siano stati incastrati in qualche modo,
se l'abbiano tradita. Ci sar qualcuno che mi aspetta quando
torno alla mia stanza? Che abbiano interrogato i miei
genitori? Martin?
Greta  pura facciata. Quanto vorrei che la sua testa
fosse vuota. Ma non lo . Cerco con tutte le forze di
tenermi occupata con le faccende di Greta, in modo che
i miei pensieri non possano interferire. Forse verr il
momento in cui io appassir completamente e Greta potr
abitare anche la mia testa. Come quando si inizia a sognare
in una lingua straniera. Ma sono veramente sogni o sono
solo echi di pagine di vocaboli? Saranno veramente i pensieri
di Greta - sui libri che ha letto, su certe situazioni
vissute al lavoro, sulla spesa - o saranno i miei? Mi preoccupa
questa separazione tra noi due, tra Greta e me. Greta
non pu pensare tanto a Martin. Alla possibilit di essere
scoperta. Sono in metropolitana, nella semioscurit ipnotica
e sfarfallante, con il bianco sferragliare monotono e
soverchiante, e mi accorgo di essermi lasciata andare, quasi
dimentica di chi dovrei essere. Guardo gli altri passeggeri
con i miei occhi e i miei pensieri vagano... quella persona
mi ricorda zio Ziggy, questa  la fermata dove vivono i miei
genitori, che star succedendo alla riserva?... E le luci del
treno si spengono per un momento, i freni, o qualcos'altro,
stridono orribilmente, e io mi chiedo: Che qualcuno mi
abbia riconosciuta e abbia tirato il freno di emergenza?
Verranno ad arrestarmi? Mi porteranno via? L'istante dopo
sono furiosa per la mia disattenzione. Io sono Greta, e
Greta non si preoccupa di queste cose. Ma poi la notte
rivivo tutta la scena: come ho potuto lasciarmi andare cos,
come ho potuto abbandonare Greta anche solo per un
momento? Sto cedendo. Non posso sopravvivere senza
Greta o chi verr dopo di lei. Eppure, sto interferendo.
Attraversare il paese a bordo di un'auto sembrava la
cosa pi naturale del mondo. Eppure sentivo una morsa
allo stomaco, naturalmente. Sono stata in molti posti
nuovi in questi ultimi anni. C' sempre il timore di non
farcela, di non riuscire a essere brava come le altre volte.
Ci si imbarca in qualcosa di nuovo,  logico essere nervosi
e incerti. Concentrarsi sul passato ha un effetto calmante,
e non c' di che meravigliarsi. Dopo tutto, si 
sopravvissuti.
Non ero smodatamente ansiosa, per. Jack mi aveva
parlato di alcune delle persone con cui forse avrei lavorato,
anche se, con tutti i cambiamenti e i trasferimenti che
c'erano stati, diceva, non era pi sicuro di chi fosse rimasto
a Indianapolis. Eccomi qui, una novizia che rinunciava alle
cose del mondo. Com'era futile confrontare il mio abbandono
della scuola o il trasferimento in un'altra citt con la
vita immersa nella costante umiliazione di tutte le persone
impastoiate in una povert legittimata. Chi vorrebbe continuare
gli studi, davanti alla possibilit di dare un contributo
al trionfo della giustizia? Sapevo di essere brava a
livello organizzativo. So quanto sia fondamentale una buona
organizzazione. Bisogna muoversi in tanti per ottenere
qualcosa, e gli altri non si presentano spontaneamente,
non sanno che c' bisogno di loro, che la loro partecipazione
pu fare la differenza. Mettere insieme le cuoche, i
bidelli e gli studenti era stato ci che alla fine aveva portato
a un cambiamento nell'universit.
Sensibilizzare i quartieri di Indianapolis fu un'impresa
facilmente gestibile, come il lavoro all'universit. Non
c'era lo stile newyorkese qui, la fretta e la confusione della
grande citt, e tutto si basava sulla relazione interpersonale,
tutto era lento, informale. Alla gente non dispiacevano
le chiacchiere di circostanza e vi si soffermava a lungo; i
convenevoli costituivano una parte essenziale di ogni conversazione.
In questo modo il nostro lavoro prendeva
molto pi tempo, ma quelli che alla fine aderivano al
gruppo si sentivano molto legati ed era improbabile che
poi lo abbandonassero. Non solo condividevano l'obiettivo
del gruppo, ma si sentivano impegnati con me personalmente
e avrebbero considerato una mancanza di educazione
non presentarsi a un incontro o non mantenere fino in
fondo la parola data. Nel giro di tre mesi riuscii a radunare
un nucleo di una decina di capigruppo, ciascuno dei quali
aveva altre dieci persone da contattare al bisogno. Questo
gruppo di cento persone era sempre disponibile per manifestare,
per fare volantinaggio, per sfilare sulla strada principale
o per qualsiasi altra iniziativa organizzassero i capigruppo.
Io ero l'imbonitore che offriva l'occasione di una
vita, l'opportunit di migliorare l'esistenza propria e quella
altrui. Una volta che avevo davvero convinto una persona,
non insistevo poi tanto perch mi seguisse nel movimento.
Questo modo di fare disinteressato Sanzionava. Quelli che
rifiutavano si sarebbero chiesti per anni perch avessero
rifiutato: noi eravamo il futuro, eravamo i leader, erano i
nostri ideali che avrebbero guidato il progresso. Le persone
che contattavo aderivano al nostro gruppo per il loro bene,
non per il mio. Mostravano pi entusiasmo di me per le
nostre iniziative e si sentivano privilegiate di far parte del
gruppo. I tiepidi, gli indolenti, li chiamavo solo per le
azioni di massa. Gli entusiasti facevano propaganda di
propria iniziativa e moltiplicavano senza sforzo il numero
dei proseliti.
In verit, il mio compito era sostenuto da una logica
ferrea. Era innegabile che i poveri dovessero parlare con
una voce unica e forte per avere giustizia. Poich non erano
in grado di darsi da soli un'organizzazione, lo facevamo
io e il NANA. Se non collaboravano con noi, a chi si sarebbero
rivolti, i poveri, per avere un lavoro migliore e una
casa pi decente o per migliorare le proprie opportunit
per il futuro? Erano stanchi, come tutti del resto, delle
organizzazioni che dicevano loro di che cosa avevano bisogno.
I poveri dovevano alzare la voce e avanzare personalmente
le proprie richieste. Se avessero continuato a tacere
non avrebbero mai ottenuto niente. Quindi, quando veniva
loro offerta la possibilit di far sentire la propria voce,
di solito non se la lasciavano scappare.
I responsabili del NANA stavano pianificando diverse
manifestazioni presso vari enti governativi per denunciare
le gravi carenze esistenti proprio nei servizi pubblici che in
teoria avrebbero dovuto sostenere i poveri. La prima fu
all'ufficio dell'assistenza sociale. Chiedevamo un aumento
del personale, strutture di custodia per i bambini di coloro
che non potevano lasciarli a casa, un esame pi rapido dei
casi. Il ministero era solidale con tutte le nostre richieste e
gli operatori sociali stessi avevano gi domandato fondi
specifici. Anche se le richieste erano legittime, il NANA non
si aspettava una capitolazione immediata. Per noi farci
pubblicit e sviluppare solidariet all'interno del gruppo
erano obiettivi collaterali altrettanto importanti.
Le manifestazioni erano progettate in modo da apparire
disorganizzate. Spesso non fissavamo un orario preciso in
cui radunarsi, non precisavamo se i cartelli dovessero essere
preparati a casa o se li avremmo messi a disposizione noi,
non dicevamo per quanto tempo i manifestanti avrebbero
dovuto restare in piazza. Non sembrava opportuno che dei
disoccupati si muovessero con precisione militaresca.
Ma and tutto liscio come l'olio. I manifestanti arrivarono
all'ufficio dell'assistenza sociale alla spicciolata. Naturalmente,
tutti sapevano benissimo dov'era. Le donne avevano
con s i bambini, come erano solite fare quando
andavano a ritirare il sussidio. Erano donne, per la maggior
parte: gli uomini preferivano non dare nell'occhio,
non sbandierare a tutti il fatto di essere ancora disoccupati
a mezzogiorno, e in genere preferivano stare lontani dall'assistenza
sociale. Non tutti avevano dei cartelli, e quelli
che non avevano niente da portare gridavano semplicemente
quello che pensavano. Siete troppo lenti. Ci servono
pi soldi. Chi si occuper dei nostri bambini?
Sapete quello che fate? Avevamo previsto un bel po' di
ressa. Ci fu un andirivieni di gente per un'ora intera e a un
certo punto arrivammo quasi al centinaio di persone. Alla
riunione dopo la manifestazione il comitato si congratul
con me e dichiar l'evento un vero successo. La stampa era
stata avvisata e avevamo avuto una copertura radiofonica e
televisiva eccellente. Una delle dimostranti era stata spinta
ai microfoni, in apparenza in modo del tutto casuale,
mentre in realt avevo precedentemente indicato proprio
Marta come portavoce, con un'altra possibilit di riserva.
Marta Collins era un donnone impavido dalla voce forte
e roca. Aveva parlato in modo semplice e diretto, senza
imbarazzo. Me l'immaginavo, Marta, che entrava a scuola
come una furia per vedere l'insegnante di suo figlio, alimentata
da pura indignazione, una mamma orsa ritta sulle
zampe posteriori, con la pelliccia arruffata, pronta a difendere
il suo cucciolo dal leone. I manifestanti ebbero la
sensazione che il loro tempo e i loro sforzi fossero serviti
a qualcosa. Ora si era diffusa la voce che i beneficiari dei
servizi assistenziali si lamentavano dei servizi stessi.
Le manifestazioni successive furono simili alla prima. I
responsabili del NANA decisero di tenerle regolarmente, il
giorno in cui si ritiravano gli assegni per l'affitto. Era un
disturbo di poco conto: bloccavamo il marciapiede per
circa un'ora, e nient'altro. L'attenzione dei media inizi a
calare dopo la prima manifestazione e Marta mi chiese se
non si poteva fare qualcosa di pi aggressivo. Era proprio
questo segnale di impazienza che aspettavo, perch il passo
successivo sarebbe riuscito solo se fosse partito dalla base.
Non mi illudevo di essere stata io con le mie capacit
organizzative a creare una progressione tanto lineare. L'assassinio
di Kennedy ci aveva scosso tutti profondamente e
aveva dato nuova linfa al nostro impegno. Quale ideologia
aveva potuto ispirare una tale violenza? Noi, ancora immersi
in una purezza gandhiana, noi, tante vite che ancora
avevano bisogno del suo aiuto, avevamo perso il nostro
contatto interno al governo, uno di noi. Per quanto minimo,
il sostegno del presidente era stato pi grande di
quello che pensavamo di poter ottenere da chiunque altro.
Alla sua morte, dopo quella settimana di lutto, raddoppiammo
il nostro impegno, ci prendemmo la responsabilit
di combattere con pi determinazione. Io suggerii immediatamente
un'azione pi incisiva. Marta parl al gruppo
nel suo solito stile conciso:
Ne abbiamo abbastanza di camminare avanti e indietro
davanti a quell'ufficio dell'assistenza sociale che non
assiste nessuno, giusto?  ora di entrare e di restare dentro
finch non si accorgono di noi. Siete con me?
E cos decidemmo di occupare l'ufficio dell'assistenza
sociale finch il direttore non avesse accettato di incontrarci.
Per questa manifestazione selezionammo un gruppo di
donne che avrebbero rifiutato di lasciare i locali su richiesta
della polizia. Queste donne si sarebbero accordate con
i familiari o con i vicini di casa perch badassero ai bambini
e le sostituissero nei vari lavori a mezza giornata. Un
altro gruppo, abbastanza robusto da sopportare qualche
strapazzo da parte della polizia, avrebbe organizzato una
manifestazione di supporto. Questo secondo gruppo
avrebbe costituito una presenza vocale, avrebbe creato l'atmosfera
con slogan e grida, allo scopo di dimostrare alla
polizia che le resistenti non erano n isolate n abbandonate
a se stesse. E avrebbe seguito le donne arrestate per
ridurre le probabilit che venissero maltrattate al comando
di polizia o durante il trasferimento. Quando tutto fu
pronto, venne dato il via all'operazione. Io entrai nell'ufficio
dell'assistenza sociale precisamente alle 16,55. Quando,
alle 17 in punto, le guardie chiusero le porte, le
manifestanti confuse tra le persone in fila rifiutarono di uscire
e si sedettero per terra vicino alle scrivanie dove i funzionari
stavano completando l'ultimo colloquio della giornata.
Le due guardie di sicurezza presenti nell'ufficio avevano
in genere il compito di mantenere l'ordine tra quelli che
aspettavano il proprio turno. Di solito si trattava di mettere
in riga i bambini indisciplinati o quelli che accusavano
qualcun altro di aver cercato di rubargli il posto nella fila.
Quando si resero conto che si trattava di un evento organizzato,
rimasero totalmente sconcertati. C'era una cinquantina
di donne ammucchiate intorno alle cinque o sei
scrivanie dove ancora sedevano i funzionari sbigottiti, con
i loro clienti altrettanto sorpresi. La confusione regn nell'ufficio
finch le manifestanti non ricevettero il segnale.
Diedi di gomito a Marta e lei si alz in piedi e disse: Noi
non andiamo da nessuna parte finch non abbiamo parlato
con il capo. Ai due della sicurezza torn in mente di
non essere soltanto dei cortesi portinai o degli elementi
decorativi in uniforme, ma delle figure dotate di autorit.
Alzatevi da terra e uscite da questa stanza, ordinarono.
Le manifestanti non si mossero.
Vogliamo vedere il capo.
Senta, signora, adesso lei deve uscire di qui. Domani
semmai potr vedere il capo.
Io non me ne vado finch non vedo il capo.
Tu qui non ci stai, capo o non capo.
Chi lo dice?
Lascia perdere, signora, lo dico io e lo dice la legge.
Hai cinque minuti prima che arrivi la polizia.
La seconda guardia aveva chiamato i rinforzi, ma nel
frattempo le manifestanti avevano intonato una rumorosa
versione di un vecchio inno, We won't go 'till th Lord say
so (Non ce ne andremo finch non vorr il Signore). Il
canto ritmato, il battito delle mani, l'occasionale lamento
gospel soverchiarono gli ordini delle guardie. Quando arrivarono
i poliziotti, si trovarono davanti a uno spettacolo
caotico ma non violento. All'inizio c'erano solo due agenti
di pattuglia: cercarono di spostare le donne che avevano
rifiutato di andarsene e di parlare con quelle che pi o
meno volontariamente si stavano allontanando, tentando
di capire che cosa avesse provocato i disordini. Mentre
sospingevano alcune delle donne verso un'estremit della
stanza, una delle altre spazz via dalla scrivania pi vicina
una pila di carte. Un'altra la vide, prese un fascio di documenti
da uno schedario e li butt in aria come coriandoli.
La scena degener e quando finalmente venne ristabilita la
calma il gruppo prescelto di dieci persone era in arresto
con l'accusa di disturbo della quiete pubblica, resistenza a
pubblico ufficiale, distruzione di documenti governativi e
qualche altro crimine minore.
In carcere, come avevamo stabilito, alcune delle donne
rifiutarono di uscire su cauzione. Alcune commentarono
che l avrebbero vissuto in condizioni migliori di quelle
che avrebbero potuto permettersi con il sussidio. Come
d'accordo, il NANA pag la cauzione per le donne che non
potevano lasciare la famiglia, mentre le altre, tra cui anch'io,
rimasero nel carcere della citt.
Fino a quel momento non avevo pensato al fatto che
sarei balzata subito all'occhio come l'unica bianca tra tutte
le arrestate. Non avevo nemmeno preso in considerazione
l'idea di non restare in carcere con loro, ma di fatto attirai
l'attenzione su di me pi di quanto non avessi previsto. Ci
furono parecchi articoli sui giornali e la mia foto apparve
nei notiziari della sera. Il processo divenne l'evento cardine
dell'anno per il nostro movimento.
Quanto ammiravo il coraggio impavido delle donne
che erano state arrestate! Erano spavalde come solo gli
emarginati e gli alienati sociali, quelli che non hanno niente
da perdere, possono permettersi di essere. Ben coscienti
che non sarebbero comunque riuscite a farsi accettare
mantenendo un comportamento educato, e convinte da
molto tempo che i loro problemi non si sarebbero mai
risolti, non correvano nessun rischio nel mostrarsi
indisponenti e dure. La vita di queste donne era stata limitata
dalla storia ed esse erano ben consapevoli dei confini in cui
erano costrette. La chiarezza con la quale vedevano il
mondo e il loro posto nel mondo le rendeva ardite e grintose.
Prive del lusso di un'istruzione scolastica, una logica
naturale e saggia le rendeva refrattarie alle regole e alle
punizioni del mondo esterno. La loro posizione in ombra,
al di fuori della societ, le proteggeva. A me avevano insegnato
a fermarmi al rosso anche nel cuore della notte su
una strada completamente deserta: un rispetto automatico
della legge che queste donne mostravano in tutto il suo
ridicolo.
In prigione Marta Collins mi venne a parlare.
Tu lo sai che cosa ci stai a fare qui dentro? Dov' la tua
gente?
Lo sai perch sono qui, Marta. Tanto per cominciare,
 il mio lavoro. E poi, sono decisa a migliorare lo stato del
sistema assistenziale tanto quanto voi.  vero che io potrei
uscire su cauzione, ma non c' pi forza in un impegno
comune?
Quando sono venuta su io, non c'erano bianchi in
giro. Tutti i bianchi erano nei posti con il bagno. Il bagno
in casa, dico. Tutto quello che so me l'ha insegnato mia
madre. L'ho vista soffrire, l'ho vista fare la schiava, ed 
cos che so quello che so. Tu parli di integrazione, ma non
 l che voglio arrivare io. Molto ha da venire prima dell'integrazione,
Mizz Joan.
Immagino che sia naturale per te mettere in dubbio le
mie motivazioni. Non giudicarmi dalla pelle chiara, lascia
che siano le mie azioni a parlare per me. C' qualcosa
dentro di me, qualcosa che non riesco a spiegare a parole,
che mi dice di farlo. So che  giusto e necessario e dato che
sono capace di farlo mi offro volontaria.
Come una vocazione?  cos? Mi sembra che  come
una vocazione. Succede. Ce ne sono di quelli che si sentono
chiamati e non sanno spiegare perch fanno quello
che fanno. Sono come costretti. Non  te che metto in
dubbio, ragazza, ma hai da capire che non  normale farsi
mettere dentro senza un buon motivo.
I miei mi hanno detto la stessa cosa, Marta.
Non puoi dimenticare il tuo colore, Mizz Joan. Tu sei
bianca. Sarai sempre bianca.
Quando fummo convocate davanti al giudice il giorno
dopo, ci trovammo in sei donne nere, tutte madri di famiglia,
tutte disoccupate e con il sussidio, in et compresa tra
i venti e i trentacinque anni, e io, bianca, vent'anni. Io
non parlai durante la contestazione dei capi d'accusa,
Marta invece s.
Ha un avvocato che la rappresenti? chiese il giudice a
ciascuna di noi.
Sta scherzando? lo rimbecc Marta quando fu il suo
turno. Come faccio a permettermi un avvocato, se non
posso permettermi niente di niente?
Le assegneremo noi un avvocato che non le coster
niente. Lei deve avere qualcuno che rappresenti i suoi
interessi in questa causa.
Me li rappresento da sola, i miei interessi, signor giudice,
replic Marta. Non mi serve un avvocato.
Miss Collins, sono tenuto a provvederle un'assistenza
legale in base alla Costituzione degli Stati Uniti. Le accuse
contro di lei sono serie e dobbiamo garantirle degli strumenti
di difesa adeguati.
In vita mia sono sempre stata abituata a difendermi da
sola, e da cose pi serie di questa, signor giudice. Non mi
dia un'assistenza che non mi serve a niente.
Miss Collins, lei avr un'adeguata assistenza legale,
indipendentemente dal fatto che pensi di averne bisogno
oppure no. Questa corte ritiene che lei ne abbia bisogno.
E chi  la corte, signor giudice?
Io, Miss Collins. Sono io la corte per questo caso.
Come se avesse dimostrato l'inutilit di difendere la
propria posizione inducendo il giudice ad ammettere che
l'ultima parola spettava comunque a lui, Marta disse semplicemente:
Capisco, signor giudice.
Il processo fu un'occasione per stare sotto i riflettori e
rendere pubblici i problemi del sistema assistenziale che ci
avevano spinto a protestare. E non appena se ne present
l'opportunit, ne approfittammo per illustrare le ingiustizie
del sistema giudiziario. Finimmo sulle prime pagine dei
giornali e nei notiziari della sera. Eravamo decise a trarne
il massimo vantaggio.
A ciascuna di noi venne assegnato un avvocato d'ufficio.
Il giorno dopo comparimmo davanti al giudice, una
fila di facce nere - tranne la mia - alternate alle facce
bianche degli avvocati. Il giudice cerc di procedere.
Come si dichiara, Miss Collins?
Io non mi dichiaro per niente, signor giudice.
Adesso ha un avvocato che la rappresenta, Miss Collins?
Marta disse: No, signor giudice e, contemporaneamente,
l'avvocato che le era stato assegnato disse: S,
vostro onore. Scoppiarono delle risate tra le altre imputate
e il pubblico. Il giudice, diventando rosso, chiese all'avvocato:
Lei rappresenta Miss Collins, avvocato? L'avvocato
rispose: S, vostro onore, e Marta disse: Io mi rappresento
da sola, signor giudice. Altre risate in aula e un
rosso pi acceso sulla faccia del giudice. Il giudice cerc di
rivolgersi direttamente ed esclusivamente all'avvocato, ma
ogni volta Marta interveniva e contraddiceva quello che
diceva il suo difensore. Quando l'aula fu nel caos pi completo,
il giudice chiese di vedere Marta e l'avvocato in
privato, ma Marta rifiut di andare senza protezione. La
confusione e il baccano aumentarono quando il giudice
cerc di spiegarle che l'avvocato era l appunto per proteggerla,
e Marta gli fece notare che questo avvocato non
aveva la minima idea di chi fosse lei o di quali fossero i
suoi problemi e che in nessun modo poteva considerarsi
qualificato per rappresentarla o proteggerla, e che anzi
l'idea era di per s ridicola. Il giudice perse il controllo
dell'aula nonostante non smettesse un momento di richiamare
all'ordine battendo il martelletto. Inizi cos lo show
che avrebbe divertito e attratto l'attenzione della nazione
per le sei settimane successive.
Mio padre arriv in aereo per offrire a sua figlia la
propria assistenza legale.
Joan, hai idea di che cosa significhi sentire dal notiziario
delle dieci che la propria figlia  stata arrestata?
Non arrabbiarti con me, pap. Come vedi, non  per
qualche guaio personale che sono in difficolt. Faccio parte
di qualcosa che  indipendente da me e da te e che deve
seguire il suo corso. So che tu e la mamma mi volete
aiutare, ma non voglio sgusciare via da questo pasticcio,
come lo chiamate voi. Voglio restare con queste donne, e
loro non hanno un padre che si presenti con un perfetto
cavillo legale che le scagioni. Lo sto facendo intenzionalmente.
Questa tua presa di posizione rester per sempre sulla
tua fedina penale, Joan. Tu sei giovane e non ti rendi
conto, adesso, di quante porte ti si potrebbero chiudere un
giorno proprio perch hai un crimine sulla fedina penale.
Per quanto possano essere buone le tue motivazioni, sarai
comunque considerata una criminale. Pensa a quello che ti
sto dicendo.
Ci ho pensato, pap, e so che se parli cos  perch mi
vuoi bene. Ma  anche per i valori borghesi in cui credi.
E quali sono i tuoi valori, Joan?
Davvero, pap, non puoi offenderti davanti alla verit.
Non ti sto criticando per quello che sei, sto solo osservando
che queste donne non possono permettersi il lusso dei
valori borghesi. Hanno veramente bisogno di leggi assistenziali
adeguate. Apprezzo che tu sia venuto fin qui, e
sono contenta che mi abbia vista al notiziario delle dieci.
Significa che il nostro messaggio sta iniziando a circolare.
C' solo un modo per farlo?
Certo che no, pap, ma abbiamo scoperto che questo
 molto efficace, per ora. Quando diventer meno efficace,
passeremo ad altri metodi.
Tipo?
Chi pu dirlo, adesso? La priorit assoluta  parlare per
quelli che non hanno voce, cambiare alcune delle cose
ingiuste della nostra societ.
Stai dicendo che pensi di poter cambiare la societ
finendo in galera?
 un sistema come un altro. Tu che cosa suggerisci?
Hai considerato la possibilit di cercare di cambiare le
leggi candidandoti per una carica pubblica? Le capacit le
hai e potresti avere anche le credenziali giuste. Potrei presentarti
a qualche personaggio influente.
Forse penserai che sono troppo precipitosa, pap, ma
mi stai suggerendo una strategia che per me non ha alcuna
validit. Io non penso che siano solo le leggi a dover essere
cambiate, anche se, naturalmente,  vero.  da ingenui
pensare che cambiando le leggi cambieranno anche le
persone. Le persone troveranno il modo di ignorare le
leggi, se non saranno di loro gradimento. Noi dobbiamo
creare in questo paese una maggioranza che voglia la giustizia,
 questo il mio obiettivo. E poi, pap, credi davvero
che potrei trovarmi a mio agio nell'ipocrisia della vita
politica? Dato che la maggioranza non voterebbe per me se
esprimessi le mie vere convinzioni, dovrei dire delle cose a
loro gradite, per riuscire a farmi eleggere. E sarebbe una
frode gigantesca. Tu ci tieni cos tanto che io rispetti la
legge... io invece ci tengo molto di pi a seguire la mia
coscienza.
Non avevamo mai parlato di queste cose, ma vedo che
ci hai riflettuto molto. Ricordati, Joan, il fatto che la tua
logica non faccia una piega non significa che stai facendo
la cosa giusta. Me l'hanno insegnato pi volte i procedimenti
legali. Entri in tribunale con un caso ineccepibile,
con centinaia di precedenti a supporto della tua difesa, e
ti ritrovi a uscire grattandoti la testa, chiedendoti come hai
fatto a perdere la causa. Poi, nel tuo studio, riesamini la
magnifica difesa che avevi preparato e ancora non capisci
come hai potuto perdere. La vita  cos. Qualche volta 
la posizione meno logica, la meno razionale, quella che
trionfa. Ci hanno insegnato che siamo una nazione fondata
sulla legge, ma poi ci sorprende scoprire che non siamo
molto diversi da quei paesi dove il capotrib nella sua
tenda sta ad ascoltare le ragioni di due contadini che reclamano
la propriet di una vacca e poi emette il suo giudizio.
E per quanto riguarda l'ipocrisia della vita politica,
anche tu potresti scoprirti capacissima di sorvolare su certi
principi per raggiungere il tuo obiettivo.
Pap, potresti avere ragione, e naturalmente rifletter
su tutto quello che mi hai detto, come sempre, ma in
questo momento noi stiamo usando il sistema per i nostri
scopi. Non ci aspettiamo di vincere, almeno non secondo
i tuoi criteri. Ma ci aspettiamo di fare qualche progresso.
Forse secondo te non  il modo migliore per farsi pubblicit,
ma non puoi negare che abbia funzionato.
Su questo hai ragione, Joan.
Ti prego, cerca di spiegare alla mamma quello che
stiamo facendo. Dille che non deve preoccuparsi per me.
Non mi sta succedendo niente che non sia gi successo a
migliaia di persone prima di me. Sar un'opportunit per
imparare certe cose, per vivere sulla mia pelle certe cose.
Ricordati che sono contenta di quello che sto facendo.
Non posso mollare tutto e tornare a scuola solo per far
piacere a te e alla mamma. Questo lo capisci?
Certo, Joan, nessuno si aspetta niente del genere.
Ci toccammo le dita attraverso la grata che ci separava
e quando ci alzammo la guardia carceraria si avvicin per
riportarmi in cella. La grata era scomparsa mentre parlavamo,
i nostri occhi guardavano oltre, e l'apparizione della
guardia colse mio padre di sorpresa e mise fine all'autocontrollo
che aveva mantenuto sino ad allora. Le sue guance
si rigarono di lacrime.
Vennero a trovarmi sia mia madre che lo zio e, ciascuno
a modo proprio, cercarono di convincermi ad approfittare
di qualsiasi mezzo avessi a disposizione per uscire di prigione
ed evitare il processo. Mia madre non riusciva ad
andare pi in l del desiderio di sapermi in condizioni
fisiche migliori, e zio Ziggy era cos colpito che sembr
capace di mettere insieme solo gli argomenti meno persuasivi,
come se stesse compiendo una missione senza convinzione.
Durante il processo notai che almeno uno dei tre
era sempre presente. Una volta vidi addirittura mia madre
battere le mani con il gruppo dei simpatizzanti, quando
una delle imputate se ne usc con un'osservazione particolarmente
irriverente. Immaginai la reazione di mio padre
quando le imputate vennero accusate di oltraggio alla corte
per aver rifiutato di obbedire alle molteplici richieste del
giudice di mantenere l'ordine o un comportamento decoroso
in aula.
Il processo doveva durare tre settimane, ma le imputate
ebbero le luci della ribalta per il doppio del tempo. Una di
noi, Jewel Keating, inizi uno sciopero della fame quando
in carcere le venne negata la sua dieta speciale. Le altre
imputate si unirono allo sciopero e questo incidente prolung
il processo di altri quattro giorni, fino a quando
Jewel non ebbe i suoi pasti senza carne. Inizialmente ci era
stato negato il permesso di parlare tra di noi, ma ci lamentammo
tanto e con tanta insistenza, noi e i nostri avvocati,
che alla fine ci venne accordato un po' di tempo per poterci
confrontare ogni giorno. Come il giudice aveva immaginato,
usammo queste riunioni per coordinare le attivit
di disturbo, ma non ci venne mai revocato il permesso
di incontrarci.
Le condizioni di vita in carcere non erano certo confortevoli.
A confronto con la prigione del Mississippi, per,
questa era meno simile a un reparto psichiatrico, meno
dickensiana. Era tuttavia carente sotto ogni aspetto: gabinetti
in piena vista, sei reclusi per cella, incuria ovunque,
cibo colloso e insipido, una doccia alla settimana. Niente
che arrivasse anche solo al livello minimo. Nessuna di noi
per badava molto a queste cose. Ci teneva su di morale
ogni stilettata inferta, ogni punto che riuscivamo a segnare
in aula. Durante le pause ci ripetevamo l'un l'altra
le risposte spiritose che avevamo dato e le battute salaci. I
nostri avvocati arrivarono alla conclusione che al giudice
non restava altro che bacchettarci sulle dita. Se da un lato
il nostro comportamento non poteva essere incoraggiato
n passare impunito, dall'altro stavamo sicuramente guadagnando
un sacco di punti.
Sopportavamo le privazioni del carcere con la frza morale
di chi sa di essere innocente. Non ci sentivamo delle
criminali. Sapevamo che presto saremmo tornate a casa. Ci
dava forza ogni riga stampata sui giornali, ogni smorfia
che vedevamo sulla faccia del giudice.
Inizialmente, il gruppo di simpatizzanti presenti in aula
era formato dalle donne che non avevano potuto farsi arrestare
all'uffcio dell'assistenza sociale. Una di loro si offr
di guardare i bambini e cos riusc a moltiplicare il numero
delle donne che potevano assistere al processo. Il nucleo di
questo gruppo era gi coinvolto nelle attivit del NANA, ma
dopo qualche giorno di copertura dei media, il numero dei
simpatizzanti aument e i loro nomi furono accuratamente
annotati. Cos il processo riun un'ampia rappresentanza
della comunit, tutte persone che avremmo potuto ricontattare
in futuro.
Dopo un paio di settimane il processo attir l'attenzione
di alcuni personaggi importanti. Durante una delle
nostre riunioni, Martin Luther King Jr. in persona venne
a congratularsi con noi per come eravamo riuscite a richiamare
l'attenzione del paese sulla situazione dell'assistenza
pubblica. Il suo magnetismo era quasi tangibile, come un
amuleto magico appeso al portachiavi che teneva in tasca.
Le guardie del corpo erano una presenza ingombrante, ma
lui le ignorava. Era meno umano di chiunque altro nella
stanza, come se non fosse esposto ai nostri stessi fastidi,
alle nostre stesse irritazioni, ai nostri stessi disagi. Ci chiese
con gentilezza come ce la cavavamo in prigione e ci parl
delle volte in cui anche lui ci era stato, compreso l'ultimo
arresto a Birmingham. Ci elogi per il nostro impegno e
per il nostro coraggio, ma ci ricord del coraggio che tanti
schiavi avevano dimostrato prima di noi. Mai ricordati, e
tuttavia presenti nella mente di ciascuno di noi, erano tutti
quegli schiavi che avevano pagato il prezzo pi alto per il
loro coraggio. Pass in mezzo a noi con l'aria di essere in
pace con se stesso, scortato da un compagno invisibile,
molto pi forte delle sue guardie del corpo. Gli occhi erano
fissi sul presente, non c'era nessun poi, nessun oltre.
Rimasi profondamente colpita da quell'incontro. La sua
convinzione era profonda, era ferma, era concreta come il
suo cappotto sdrucito. La sua voce era dolce, le parole
fluenti, avrei voluto che continuasse a parlare all'infinito.
Era come guardare il vento incalzante passare tra gli alberi,
ipnotico, una forza invisibile ma sicuramente presente, imprevedibile
ma certa. Era pi un'idea che un uomo. Scivolava
dall'una all'altra di noi, mormorava poche parole,
posava delicatamente la mano su una spalla, distribuiva
benedizioni.
Tornata in cella, dopo la meschinit del processo e la
cagnara della vita in comune, quando le luci vennero spente
e rimase solo il bagliore della sorveglianza notturna, il
suo messaggio mi entr dentro. King era la dimostrazione
vivente di come una vita possa essere interamente pervasa
dall'impegno. Se ci fosse stata una briciola di incertezza
dentro di me, adesso avevo l'antidoto. Dieci minuti in
presenza di Martin Luther King Jr. e la mia determinazione
era diventata irremovibile.
Ripenso spesso a quei momenti per attingere nuova forza.
Speravo di arrivare anch'io alla sua pace interiore lavorando
con dedizione ferrea per cambiare la societ ed eliminare
l'ingiustizia. Nessuna inversione di rotta, nessun
ripensamento.
Alla fine del processo il NANA era diventato un protagonista
della scena nazionale. Nemmeno le tattiche pi oltraggiose
avevano potuto intaccare la giustezza della posizione
che sosteneva. Anche i membri del movimento che
inizialmente non erano favorevoli a questo modo di usare
il sistema legale alla fine si lasciarono convincere.
Impossibile negare il nostro successo. Pur non essendo una cosa
che si poteva organizzare spesso, avevamo sfruttato al meglio
la nostra opportunit. Tutte le imputate vennero ammonite
e messe in libert vigilata per un anno. La loro
determinazione spinse altra gente a partecipare con maggiore
intensit al nostro movimento. Partecipare a un sit-in
di protesta in un ristorante ed essere trascinati al pi
vicino comando di polizia non erano pi fatti eccezionali.
Adesso la posta in gioco era pi alta e i giocatori dovevano
dare di pi.
Stephanie fu la prima a telefonare quando uscii dal
carcere.
Oh, Joan, esclam, ti abbiamo guardato in TV tutte
le sere. Jack  cos fiero di te! Si prende tutto il merito di
essere stato lui a mandarti l, come se ti considerasse una
parte di s.  stato eccezionale seguire tutte le fasi. In TV.
Tutto lo studentato, anzi tutta l'universit, probabilmente,
non parlava altro che di te. Ti ricordi Bethamy, la cuoca,
quella che veniva a lezione? Te la ricordi, Miss Bethamy?
Non fa che dire: Miss Joan,  una stella, sta lavorando per
noi in carcere.  stato eccezionale. Ma come hai fatto?
Cosa vuole dire come hai fatto?
Be', sai, il carcere. Avere i nervi cos saldi in tribunale.
Creare il caos. Com' stato?
Pi facile di quello che pensi, quando ci sei in mezzo.
A guardarlo, in TV, sembra molto di pi, ma in realt 
quello che avrebbe fatto chiunque, niente di pi. A proposito,
ringrazia Jack per avermi mandato qui.  molto pi
istruttivo dell'universit.
E adesso che succeder? Andrai avanti ancora per la
tua strada o tornerai indietro?
Vuoi dire se torner all'universit? Forse un giorno, ma
non lo so. Mi d soddisfazione fare cose come queste, a
breve termine. Veramente non ho ancora pensato a che
cosa succeder poi. Ehi, sono appena uscita di galera, ho
bisogno di farmi una passeggiata, di girare per le strade.
Hai incontrato th King, vero? Deve essere stato
incredibile.
L'idea di descriverlo a parole, magari con dei luoghi
comuni mi gel il sangue. Come potevo svilire quei dieci
minuti chiacchierandone al telefono con Stephanie?
Te ne parler una volta o l'altra, ma di persona.
Okay. Teniamoci in contatto.
Certo.
Stephanie per me era una categoria a parte. Era una
persona che non apparteneva alla mia famiglia con la quale
potevo parlare senza barriere, senza sentire i giudizi filtrare
dalle parole, dagli interstizi tra una frase e l'altra, ammorbando
l'aria. Con lei non stavo sulla difensiva, che fosse
d'accordo con me oppure no. Era difficile cogliere l'incrinatura,
sottile come il taglio di un foglio di carta, che si
era aperta tra noi.
Come unica bianca, venivo considerata diversa sia dai
bianchi sia dai neri. Si seppe che ero io l'organizzatrice che
aveva dato inizio alla protesta, e questo mi valse il rispetto
delle altre imputate e del gruppo allargato dei simpatizzanti.
Al processo non avevo urlato come le altre donne, ma
il sostegno e l'incoraggiamento che avevo dato durante le
riunioni erano stati apprezzati. La mia posizione all'interno
del gruppo era mutata anche per il ruolo che avevo
avuto nel processo. Fui invitata all'assemblea generale dei
comitati direttivi del NANA.
 New York City, estate 1975.
L'eco di passi in una strada buia e deserta sembra sempre il
rumore di qualcuno che ti insegue, anche se quando ti
fermi e ti volti non trovi nessuno, anche se capisci che
devono essere i tuoi stessi passi. Anch'io mi sento seguita,
osservata, perseguitata. Non ha molto senso ma, allo stesso
tempo, ne ha molto. Sarebbe pi facile se mi trovassero, mi
dico, almeno avrei qualcosa di concreto contro cui combattere.
Naturalmente  solo un sintomo di frustrazione. Il
mio mondo  molto fragile... dopo tutto sono un'invenzione,
ideata allo scopo di eludere un inseguitore sconosciuto,
ma non certo immaginario. Sono suscettibile a una minaccia
che io stessa evoco. Non oso sottovalutare l'avversario.
Sono suscettibile al minimo alito di vento: sicura di me
fino all'arroganza, tremante d'ansia, indifferente. Mi preoccupo
soprattutto nei momenti in cui mi scopro pi rilassata:
allora scatto in un atteggiamento convulsamente
difensivo.
Inizio a esercitarmi, a preparare il fsico. Dormo sul
pavimento, scoperta, qualche volta nuda. La finestra aperta.
Tengo le luci accese tutta la notte. Lascio entrare le
zanzare. Altre notti resto seduta con la schiena appoggiata
al muro, la finestra chiusa, le luci spente. Resto sveglia.
Penso ad Auschwitz, ai gulag, all'isolamento. Penso ai partigiani.
Alle compresse di cianuro.
Certi giorni prendo solo acqua. Accendo una candela e
sfido la fiammella con le dita. Non mi lavo. Cerco di usare
il bagno solo una volta al giorno.
In molti vennero a chiedermi del processo, quando ci
radunammo per la prima sessione dell'assemblea generale.
In tanti l'avevano seguito sui giornali e quelli che vi avevano
assistito personalmente avevano diffuso molte notizie.
Era stato uno degli eventi pi importanti e pi visibili
del NANA fino a quel momento. C'era anche Urey, e fu
come se il tempo non fosse passato dall'ultima volta che
avevamo lavorato insieme.
Allora, come te la passi, Urey?
Abbastanza bene, Joan. Vedo che sei ancora l'avanzo di
galera che ho conosciuto nel Mississippi. Voli ancora alto,
senza rete, senza un solo movimento non necessario, cavalchi
il vento come una colomba, alla ricerca di quello che
c' da fare.
Be', c' molto da fare.
Sembra che adesso tutti vogliano diventare tuoi amici,
Joan. Sei una celebrit.
Naturalmente era gratificante sapere che il mio lavoro
veniva apprezzato. Soprattutto dai miei pari. Tuttavia non
volevo fare la primadonna. Al contrario, avevo sempre
dato pi valore al lavoro di supporto dietro le quinte,
grazie al quale lo spettacolo poteva continuare. Non mi
lasciavo montare la testa da queste chiacchiere. Ma era pi
che piacevole rivedere Urey. Lui aveva quella calma interiore
che tanto gli invidiavo. Mi chiedevo se fosse solo di
superfcie, una posa. Anch'io cercavo di proiettare all'esterno
un'immagine di sicurezza, ma sapevo perfettamente che
era solo una messinscena per nascondere un turbinio di
ansie e apprensioni nervose. O forse sto confondendo il
mio attuale stato d'animo con quello di allora? Forse allora
ero davvero come apparivo. E comunque, se da un lato
cercavo di non dare peso alle parole di Urey, dall'altro ero
molto contenta di rivederlo.
Il NANA decise di sfruttare al massimo le potenzialit
della sua nuova immagine pubblica e la forza numerica
raggiunta per influenzare le elezioni che si sarebbero tenute
dopo pochi mesi. Io e Urey fummo incaricati di seguire
il coordinamento strategico a livello nazionale: sarebbe
stato nostro compito riportare alla nostra sezione le
decisioni prese a livello nazionale e spiegare la situazione
locale ai leader nazionali del movimento.
Partimmo quindi per la California pieni di entusiasmo.
Il catorcio che i vertici ci avevano messo a disposizione
non fece che dare pi gusto all'avventura. Le ore trascorse
insieme da soli, trasformarono l'auto e le piccole stanze dei
motel lungo la strada in una specie di confessionale. Era
difficile mantenere il silenzio, anche un silenzio gradevole,
in un tale isolamento. L'effetto ipnotico della strada, il
ronzio, il borbottio, il rumore di fondo del motore accentuavano
l'isolamento e la reciproca dipendenza. Era come
se fossimo in una navicella spaziale, in viaggio in un ambiente
ostile. Facevamo pi strada che potevamo, poi entravamo
barcollando nei ristoranti e nei motel, con le
gambe molli e la mente intontita. I discorsi erano estremamente
personali, anche se non avevamo l'impressione di
rivelare grandi segreti. Era il conversare di due persone che
si stavano conoscendo, ma compresso in settantadue ore
consecutive, invece che distribuito in sei settimane.
Joan, che cosa ti ricorda questo?
Quando  stata l'ultima volta che hai visto un cielo
con questa particolare sfumatura di azzurro?
Chi ti ha insegnato a guidare?
Non mangi mai verdura?
Eravamo affascinati dai dettagli pi insignificanti dell'infanzia
dell'altro e ascoltavamo pazientemente racconti
di compleanni dimenticati, di delusioni e di sogni segreti.
Sebbene le nostre vite fossero profondamente diverse, raggiungemmo
una comunione di sentimenti a un livello
molto pi profondo, l dove nasce la propria intima essenza.
Il viaggio ci sembr troppo corto, la nostra intimit
distillata e purificata come un profumo. Eravamo perfetti
compagni di viaggio e, quando arrivammo, l'intrusione
degli obblighi consueti fu una stonatura stridente.
Alle riunioni, i rappresentanti nazionali ci trattavano
come una coppia sposata.
Joan, hai notato che la gente mi tratta come un re
perch siamo insieme? mi chiese Urey.
No.
Tu dai per scontato quello che fai e ti aspetti lo stesso
dagli altri. Ma non  cos. Gli altri ti considerano molto
speciale.
Il NANA mi assegn a un comitato per le strategie politiche,
contando di sfruttare l'attenzione pubblica suscitata
dal processo.
Joan, questo non significa forse che dovrai restare qui
in California?
 quello che mi hanno detto, Urey.
Io devo tornare in sede la settimana prossima. Mi
aspettano. Quanto tempo ci vorr?
Tutto il tempo necessario.
Sei cos maledettamente impegnata nella causa da
poter dire ciao e arrivederci, cos, con questa leggerezza,
dopo il tempo che abbiamo passato insieme? Come ho
fatto anche solo a pensare che ci fosse qualcosa di speciale
tra me e te? Mi illudevo, giusto?
Io credo che quello che c' tra me e te sia davvero
speciale, Urey. Qual  il problema?
Non sono cos freddo, io, da riuscire a liquidarti con
un bacio sulla guancia. Ma guardati, ti stupisce che non
mi voglia separare da te. Magari avevo immaginato che
saremmo tornati insieme, che avremmo fatto un altro bel
viaggio in macchina, e che poi saremmo andati avanti
insieme. Magari pensavo che anche tu desiderassi la stessa
cosa. C' qualcosa nelle separazioni che riesce sempre a
rovinare tutto.
Io non la vedo cos, Urey. Le separazioni non devono
necessariamente essere permanenti. Non  che finisca qualcosa.
Io spero che tu faccia sempre parte della mia vita.
Niente rimpianti, niente legami, non ci sar mai un
noi per te, Joan.  questo che mi lascia allibito.
Non  vero, Urey. Quello che non ti piace  che la mia
vita non dipende dal nostro desiderio di restare insieme. Se
il movimento ci separa, io posso farcela. Tu no?
No.
Urey torn alla sede, solo e pieno di risentimento, e io
rimasi in California fin dopo le elezioni. Mi dispiacque
vederlo partire, ma ricaddi immediatamente nel mio schema
di comportamento abituale, quello di subordinare gli
istinti personali alle necessit del movimento. Il passaggio
fu cos automatico che me ne accorsi appena. Anzi, la
reazione di Urey mi sembr un tradimento, un egoistico
indulgere alle proprie debolezze. Sarebbe stato diverso se
gli avessi parlato dei miei sentimenti? Avrei potuto spiegargli,
se l'avessi capito allora, che pur accogliendolo fisicamente,
restavo impenetrabile al suo calore, alla sua dolcezza,
ai suoi sentimenti verso di me. Lui pensava che fosse
per mancanza di sensibilit. L'avevo salutato come se fosse
un conoscente qualsiasi. Immaginavo che le sue priorit,
pi ancora delle mie, fossero definite dal movimento. Era
pi che logico. Sarebbe stato offensivo nei suoi confronti
pensare che potesse deragliare, alterare i suoi obiettivi anche
solo in minima parte, per me. E io potevo essere da
meno? Potevo chiedergli di restare con me, contro gli ordini
del NANA, solo per il nostro piacere personale? Per me
era impensabile, e di sicuro anche per lui.
Trovai una sistemazione in una camera d'affitto e dopo
circa un mese vennero a trovarmi i miei genitori. Mia
madre inizi subito a cambiare le tende e a comprare degli
asciugamani nuovi, un copriletto e un tappetino da mettere
accanto al letto in modo che non dovessi appoggiare i piedi
sul nudo pavimento. Era la prima volta dai tempi del college
che i miei genitori vedevano il posto dove vivevo e mia
madre si diede subito da fare per trasformarlo in qualcosa
di pi simile alla sua idea di casa. Non protestai. Negli
ultimi tempi ero molto affaticata e avevo preso l'abitudine
di schiacciare dei pisolini. Andavo in giro per la citt con i
miei e a un certo punto mi scusavo e tornavo a casa a
riposare. Li rivedevo per cena e riuscivo a restare sveglia per
un altro paio d'ore. Poi ero pronta per andare a letto.
Joan, devi avere pi cura di te, sentenzi mia madre.
Non ricordo di averti mai vista cos fiacca in tutta la mia
vita.
Non potei negarlo. Ero sempre stata l'ultima ad andare
a letto e la prima ad alzarsi. Quando i miei mi suggerirono
di andare da un medico, mi manc l'energia per mettermi
a discutere e fissai un appuntamento.
Miss Yates, da quanto tempo si sente cos affaticata?
mi chiese il medico mentre mi sedevo davanti a lui, dopo
essermi rivestita.
Oh, da due o tre settimane almeno.
Quando ha avuto l'ultima mestruazione, Joan?
Fu molto delicato con me quando fissai gli occhi nei
suoi, finalmente dischiusi alla realt. Lo ringraziai, raggiunsi
i miei genitori nella sala d'aspetto e uscii con loro.
Che cosa ti ha detto, Joan? mi chiese mia madre.
Sono incinta.
Oh, Joan, com' potuto succedere?
Lasciala in pace per un minuto, vuoi? si intromise
mio padre.
Io non ci riesco a restare calma come voi due. Che
farai, adesso?
Immagino che abortir, mamma. Andr tutto bene.
Non ti preoccupare.
Perch abortire?  il mio nipotino, giusto? Mia madre
fece un respiro profondo e mi abbracci cautamente.
Non essere impulsiva, Joan. Riparliamone domani.
La reazione di mia madre mi sorprese. L'aver parlato di
un bambino e della sua relazione con lui diede a quella che
mi era sembrata una situazione piuttosto anonima una
forma sin troppo umana. Fino a quell'abbraccio delicato e
all'idea di un nipotino, espressa cos d'istinto, quasi senza
riflettere, non avevo collegato il fatto di essere incinta con
il partorire, con l'avere un figlio. Quando avevo guardato
il dottore, quando avevo compreso la diagnosi, avevo saputo
subito che fare. Era fuori questione per me avere un
bambino in questo momento, e non avevo alcuna intenzione
di farlo. Avevo preso questa decisione molto tempo
prima e non ci avevo pi pensato. Non avevo mai avuto
l'intenzione di avere dei figli, consapevole del fatto che
non sarei stata in grado di offrire loro una casa adeguata
n di essere una madre adeguata.
La mattina dopo, a colazione, mia madre inizi a parlare
con inconsueta schiettezza.
Joan, tesoro, presto dovrai prendere una decisione
importante e voglio che tu sappia quello che penso io, che
 anche quello che pensa tuo padre. Sappiamo che sei una
persona matura, che sei capace di badare a te stessa. Magari
non siamo sempre d'accordo con quello che decidi di
fare, ma rispettiamo le tue scelte. Dopo tutto, finora i tuoi
piani hanno riguardato sempre e solo te. Questa volta
anche noi vogliamo dire la nostra perch  il nostro nipotino
che sta crescendo dentro di te. Possiamo capirti se
pensi che un figlio non possa trovare posto nella tua vita,
in questo momento. Hai delle cose da fare e non potresti
farle se dovessi prenderti la responsabilit di un bambino.
Noi abbiamo una proposta da farti. Non rispondere subito,
per,  una cosa troppo importante.
Ecco, vorremmo crescere noi tuo figlio. Siamo ancora
abbastanza giovani, grazie a Dio, e abbiamo pi tempo
libero adesso di quando eri piccola tu. Abbiamo abbastanza
denaro da poter dare a tuo figlio pi di quello che
abbiamo dato a te. Tu potresti venirlo a trovare, conoscerlo,
vederlo crescere. Pi avanti, tuo figlio potrebbe diventare
una parte importante della tua vita. Forse non sei
d'accordo con i nostri valori borghesi, con il nostro stile di
vita borghese. Io credo, per, che se ci pensi ti renderai
conto che fanno parte di questi valori anche l'amore e
l'integrit. Gli vogliamo gi bene, al tuo bambino.
Ti chiediamo questo anche perch non vogliamo che
tu debba passare attraverso una brutta esperienza. A parte
il fatto che  illegale e che  pericoloso, qualunque cosa tu
decida di fare, segner la tua vita per sempre: dovrai vivere
con il ricordo di aver distrutto la vita di tuo figlio, oppure
potrai sapere che tuo figlio sta crescendo in un ambiente
pieno d'amore e magari un giorno potr dare anche lui il
suo contributo alla societ.
Mia madre non aveva mai parlato con me di cose importanti.
Dietro le sue parole era evidente un sentimento
intenso. L'avevo sottovalutata in tutti quegli anni? La sua
esteriore preoccupazione per le cose pi insignificanti mascherava
forse dei pensieri pi profondi? La sua proposta
era sensata. Sicuramente non avevo nessuna intenzione di
allevare un figlio, adesso. Un giorno, per, avrei potuto
valutare l'idea di adottarne uno. La consapevolezza dello
stato in cui vivevano tanti bambini poveri rendeva l'adozione
una scelta intelligente e responsabile.
Il desiderio dei miei genitori di allevare mio figlio era
espressione al contempo di egoismo e di spirito di sacrificio.
Era un modo per tenerci legati, che allo stesso tempo
per mi lasciava libera e mi dava la possibilit di fare
quello che volevo. Finalmente siamo pronti a fare qualcosa
per te, mi stavano dicendo. Mi chiedevano quasi di avere
una seconda opportunit come genitori. Il mio rifiuto
avrebbe negato loro l'esperienza di un nipote che portasse
avanti l'eredit familiare - per quel che poteva valere - e
la possibilit di compiere per me un sacrificio raro.
La decisione venne da s, in un certo modo. Il bambino,
una parte di me, sarebbe stato al sicuro. Mio figlio
forse sarebbe cresciuto in un mondo in cui i cambiamenti
per i quali ora lottavo avrebbero portato a un miglioramento,
avrebbero diminuito, anche se solo di poco, le
disparit all'interno della societ. La madre ero io, e questo
era per sempre. I miei genitori avrebbero solo avuto la
funzione di genitori de facto.
Nel momento in cui la cosa mi apparve concretamente
fattibile, la presenza del bambino entr di diritto nel mio
piccolo mondo. Ero legata a poche persone e a nessun
oggetto, ma ben presto sentii una strana compagnia nella
vita che dividevo con lui. L'insolita sensazione di non essere
da sola mi travolse. Tanto mi sentivo legata ora a
questo bambino invisibile nel mio corpo, e tanto, in seguito,
mi sarei sentita legata a mio figlio, ugualmente invisibile,
a migliaia di chilometri di distanza da me.
Quando comunicai la decisione ai miei genitori, erano
cos felici che pur di non mettere a rischio la situazione non
vollero sapere nient'altro. Erano gratificati, erano sorpresi
che avessi accettato la loro proposta, e passammo semplicemente
a discutere dei dettagli pi pratici. Avrei proseguito
la gravidanza in California fin dopo le elezioni, poi sarei
tornata a casa per il parto. Decidemmo insieme che poi, al
pi tardi una settimana dopo la nascita del bambino, sarei
tornata alla sede del Midwest, in modo che i miei genitori
potessero diventare il punto di riferimento principale per il
bambino e stabilire con lui un legame forte.
Con il procedere della gravidanza, un angolino tranquillo
della mia mente si colm di sentimenti teneri e
dolci, di slanci e sogni a occhi aperti, di desideri e fantasie.
Qualcosa di indefinibile mi ronzava dentro, senza una
logica, impossibile da analizzare, e non seguiva alcuno
schema. Non avevo controllo su questo spostamento involontario
e automatico che riconoscevo nella mia struttura
emotiva.
La gravidanza fu serena. Feci il lavoro che ero stata
mandata a fare e dopo le elezioni informai l'ufficio e la mia
sede del Midwest che mi sarei presa un paio di mesi di
vacanza. Tornai a casa e con i miei genitori e zio Ziggy
aspettammo il bambino.
Fu Ziggy a portarmi all'ospedale, i miei genitori erano
al lavoro, tanto per cambiare. In macchina, Ziggy, un fascio
di nervi in questo ruolo del tutto inusuale, blaterava
incessantemente mentre io cercavo di calmarlo e di evitare
qualche incidente. Ziggy rimase con me e mi tenne la
mano durante gran parte del travaglio. Non appena la
testolina inizi a mostrarsi, mi portarono in sala parto.
Quando il bambino venne alla luce, uno strano silenzio si
diffuse nella stanza, un respiro percettibile, come quando
si annusa un fiore, e in uno stato di coscienza offuscata
intuii che forse c'era qualcosa che non andava nel bambino.
Forse una deformit? Il bambino aveva qualche difetto?
Il mio bambino era malato? Cercai di chiedere, annebbiata
dal dolore e dall'estenuazione, e udii la voce lontana
del dottore che, con il pianto del bambino in sottofondo,
sussurrava:  un maschietto, Miss Yates, un bel maschietto
sano. Un maschietto nero.
Con sollievo accolsi il fagottino tra le braccia e sussurrai:
Sono contenta. Poi persi i sensi.
Quando mi risvegliai, il silenzio nella stanza trasmetteva
la collera dei miei genitori per aver taciuto un'informazione
per loro essenziale. Nella quiete della sala parto avevo
rapidamente compreso che la mia indifferenza al colore
della pelle non era la norma. Era inconcepibile, per loro,
che ai miei occhi fosse un dettaglio di nessun conto. Non
avevo nemmeno considerato l'idea che il colore della pelle
del padre potesse essere rilevante e ne avevo taciuto l'identit.
Mi preoccupava soprattutto che Urey non lo venisse
a sapere, nel timore che potesse complicare gli accordi con
la mia famiglia. Vedevo Urey soltanto come un potenziale
ostacolo ai nostri piani, non lo vedevo affatto nel ruolo del
padre di mio figlio. Adesso che il bambino era nato nero,
i miei genitori avrebbero riconsiderato la loro offerta? Ed
era proprio nero. Qualunque cosa prevedessero le leggi di
Mendel, mio figlio sembrava un africano puro. Non mi
ricordava affatto Urey. Aveva moltissimi capelli, tutti incollati
al cranio, e se si guardava da vicino ci si accorgeva
che non coprivano la cute per intero e che i riccioli lasciavano
scoperte delle striscioline di pelle color cioccolato. La
fronte era ampia e le sopracciglia si inarcavano graziosamente
sugli occhi neri come il carbone. La pelle intorno
agli occhi era tesa e gli dava un'aria orientale. Il naso era
largo e schiacciato, le labbra piene, di un rosso quasi violaceo.
La pelle era scurissima, quasi nera in certi punti,
bruno nerastra in altri. Era perfetto, le piccole dita bellissime,
i piedini delicati in fondo alle lunghe gambette paffute.
Niente faceva pensare che non fosse un bambino
nero di razza pura, africano al cento per cento.
Ero elettrizzata. Nemmeno la consapevolezza di quanto
fossero scandalizzati i miei genitori diminuiva il mio entusiasmo.
Quando tenevo tra le braccia questo bambino,
venivo travolta da un'ondata di emozioni: senso di protezione,
orgoglio, tenerezza e un'accettazione totale. Mi sentivo
intimamente madre, pur non provando alcun desiderio
di nutrirlo e alcun interesse per pannolini, dentini o
ruttini. Non avevo mai fantasticato di bagnetti e carrozzine,
di vestitini rosa o azzurri, di ciucci.
Mia madre fu la prima a riconciliarsi con il colore del
bambino e, quando accadde, fu per sempre. Dopo i primi
istanti che le occorsero per realizzare che il suo nipotino era
il bambino nero nella fila centrale del nido, l'istinto materno
ebbe il sopravvento. Prima ancora che me ne andassi, la
settimana successiva, mia madre si era gi lasciata conquistare
da questo neonato cos indifeso, e si abitu molto
presto alla sua pelle nera. Era cos presa dalle cure del
piccolo da dimenticare completamente che il suo colore
provocava una reazione nelle altre persone. Una volta mi
disse che, davanti allo sguardo critico e severo di un vicino,
si era improvvisamente resa conto di quanto il colore del
bambino fosse diventato del tutto irrilevante per lei.
A mio padre ci volle pi tempo per raggiungere questo
livello di accettazione. Non riusciva ad avvicinarsi al bambino
senza barriere: se fosse lo stesso freno che aveva governato
il suo comportamento nei miei confronti o un
effetto del colore del bambino era difficile a dirsi. Lo
portava volentieri a fare le passeggiate e lo addormentava
sempre quando era il suo turno, ma c'era sempre una distanza.
Ziggy venne lasciato piuttosto in disparte nei primi
anni di vita del bambino, quando invece nella mia infanzia
era stato una presenza costante. Vedendolo poco, Ziggy
conserv pi a lungo un incontrollabile moto di repulsione,
a fatica soffocata, ogni volta che lo andava a trovare. Lo
accettava in quanto mio figlio, ma non sentiva per lui lo
stesso legame che aveva provato per me. Era come se avesse
la vaga sensazione che qualcosa di quanto mi aveva insegnato
fosse stato travisato e avesse dato questo frutto.
Ziggy era stato ricondotto al ruolo per lui inusuale dello
zio tradizionale, quello che si faceva vedere di rado, che
qualche volta portava un lecca lecca o faceva degli scherzetti,
sempre e comunque bonario, ma quasi irrilevante.
Il bambino, che chiamai Martin in onore del leader del
movimento, cre un vincolo tra me e i miei genitori, un
legame elastico che da un lato mi attirava a casa e dall'altro
si tendeva senza spezzarsi per lasciarmi partire. Ne
eravamo tutti coscienti e ci meravigliava che funzionasse
cos bene.
Se la nascita di Martin produsse in me un cambiamento,
signific un'ulteriore intensificazione del mio impegno
all'interno del movimento. Da sempre la mia dedizione
nasceva da dentro, era una fiamma perpetua che si alimentava
senza combustibile. Adesso c'era Martin, e io speravo
di compiacerlo, di renderlo orgoglioso, volevo che avesse
una buona opinione di me. Naturalmente adesso era ancora
troppo piccolo per poter comprendere quello che stavo
facendo, ma solo l'idea della sua presenza bastava a
rafforzare la mia determinazione.
Dopo la laurea, Stephanie pass a trovarmi a Indianapolis.
Che cos', un giro di ricognizione? Ti interessa lavorare
con noi qui? Sono sicura che ne sarebbero tutti entusiasti.
No, Joan, sto valutando alcune cose, ma non il NANA.
Tipo?
Be', sto pensando a un lavoro nel sociale, forse un
master o un lavoro in un'ambasciata, un sacco di cose. E
tu che novit hai?
Parecchie. Ho avuto un bambino e me lo allevano i
miei genitori. L'hanno voluto loro. Io avevo intenzione di
abortire.
Oh, merda. E chi  il padre?
Preferisco non dirlo. I miei all'inizio l'hanno presa un
po' male, perch Martin, il mio bambino,  nero.
Sfido io! Deve essere strano essere madre saltuaria.
A dire la verit, replicai, io penso a Martin di continuo,
tutti i giorni.  vero, non lo vedo spesso, ma sono
sua madre a tempo pieno.
Joan, come puoi essere tanto sensibile alle condizioni
in cui versano milioni di neri e totalmente insensibile ai
bisogni del tuo stesso figlio? Non avr un padre, non avr
una madre, e verr cresciuto dalle due persone contro cui
ti sei ribellata per tutta la vita. Non ci vuole Freud per
mettere insieme i pezzi del puzzle.
Non pensi che tuo figlio abbia bisogno di te? E di suo
padre? Crescere con i nonni pu essere meglio di niente,
ma non  abbastanza. Si porter appresso per sempre un
baule carico di insicurezza, di risentimento, di rabbia.
Ogni giorno, finch sar piccolo, ficcher tutto nel suo
baule, perch non sapr dove altro mettere questi sentimenti
senza nome, non sar capace di trovare una soluzione
alla confusione, di trovare il suo posto nel mondo. E in
pi  nero! Che futuro avr, in un mondo di bianchi? Lui,
nero, orfano dalla nascita. Tu pretendi di dedicarti anima
e corpo a quelli che non hanno mai avuto un'opportunit
in questo mondo, e poi fai in modo di aggiungerne un
altro al mucchio.
Nonostante parlasse con un tono di voce basso, quasi
sussurrato, per l'emozione e lo sdegno, le sue parole ebbero
l'effetto di un attacco fisico. Come si aspettava, io cercai di
sminuire la sua tetra profezia, ma non la dimenticai.
Stephanie sapeva colpire nel segno quando nessun altro
ci riusciva. Era diretta, onesta, intelligente. Non sempre
riuscivo a sopportarlo e, in quelle occasioni, cambiavo
argomento non appena potevo.
Questa fu senza dubbio una di quelle occasioni.
Urey compariva di rado nei miei pensieri in quel periodo.
Quando tornai a Indianapolis, lui era stato assegnato
a un'altra sede, a sud. Tutti quei bei discorsi dell'impavida
Stephanie non avevano alcun senso per me: privare il bambino
di suo padre, farlo crescere come un orfano, immaginare
che la razza non avesse alcun peso. Da grande,
avrebbe davvero provato risentimento per la mia assenza,
come Stephanie aveva previsto? Forse potevo pensare di
riorganizzare alcune parti della mia vita in modo da poter
passare pi tempo con lui. Forse avrei potuto.
Andavo a trovare Martin tutte le volte che i miei impegni
me lo permettevano, ma naturalmente i miei genitori
mi tenevano sempre aggiornata su quello che faceva, mi
mandavano delle belle foto, mi parlavano delle sue buffe
espressioni e della sua intelligenza. Riuscivamo a stare insieme
piuttosto spesso nei primi tempi, anche se i nostri
incontri in genere si concludevano in un'ora o poco pi.
Martin svilupp una naturale predilezione per i miei
genitori. Era logico che fosse cos. Non era anche auspicabile?
Ricordo una visita intorno al suo primo compleanno.
Lui cominciava appena a muovere i primi passi, sostanzialmente
si tuffava dal divano al tavolino. Poi qualcuno si
metteva a pi di tre passi di distanza con le braccia tese
verso di lui e Martin, con un sorriso gioioso stampato sulla
faccia, vi si gettava con rapidi passetti incerti. Lo faceva
con un gridolino deliziato. Si buttava in grembo a mia
madre, che lo avvolgeva nel suo abbraccio. Poi veniva il
turno di Ziggy, che lo chiamava: Martin, sono qui. Vieni
da Ziggy e le gambette paffute di Martin, che quasi non
si piegavano alle ginocchia, lo portavano fino alle braccia
accoglienti di Ziggy. And persino da mio padre. Ma si
sedette per terra e si rifiut di muoversi quando lo chiamai
io: Vieni da Joan. Loro trovarono delle scuse - non era
ancora abituato alla mia presenza, era stanco del gioco -
ma io capii.
Al NANA, le nostre attivit ci davano carica e soddisfazione
e trovavano sempre nuove conferme in un diffuso favore
popolare e in concreti passi avanti. La marcia per il diritto
di voto in Alabama fu uno dei picchi pi alti, appena
pochi mesi dopo il conferimento del premio Nobel a
Martin Luther King. King non avrebbe potuto salire pi
in alto ai nostri occhi. Restammo accampati per una settimana
nella capitale dell'Alabama, con la gente che cantava,
in un crescendo di solidariet. Festeggiammo di nuovo
quando il Congresso finalmente approv la legge sul
diritto di voto e defin un meccanismo per garantirne l'applicazione.
Troppo presto ci fu il contraccolpo: il brutale
assassinio di Malcolm X e le sommosse dei neri in molte
grandi citt, alimentate dalla frustrazione. Come ci si poteva
aspettare di controllare i poveri delle citt, quando
vivevano in condizioni del tutto inadeguate, quando non
riuscivano nemmeno a trovare un lavoro con una paga
decente? Alla fine si scagliarono contro la societ che li
confinava in un ghetto e distrussero il ghetto stesso. E da
allora che i politici, cautamente e stancamente, propongono
soluzioni non realistiche alla questione abitativa, ai
problemi della scuola, del lavoro, della famiglia, della segregazione,
qualsiasi cosa, come se fosse possibile risolverli,
prima o poi, a furia di perseverare. Io e i miei amici,
lavorando intensamente come facevamo, eravamo convinti
che il nostro impegno potesse portare a quella che chiamavamo
giustizia. Mai avremmo pensato che la povert sarebbe
sempre esistita. Mai avremmo pensato che nessuno
di quelli che vivevano in questo momento storico avrebbe
visto il giorno della giustizia universale.
Inspiegabilmente, molti dei membri del nostro movimento
iniziarono ad allontanarsi. Non successe in un giorno,
nemmeno in un anno. I piccoli successi raggiunti
smorzarono lo spirito militante e quelli che trovavano linfa
vitale nella lotta andarono a cercarla altrove. La nostra
causa era stata burocratizzata; non eravamo pi una frangia
radicale, eravamo stati tagliati fuori dal gioco. La giustizia,
una vaga apparizione nella nebbia al pi lontano
orizzonte, era forse di qualche centimetro pi vicina.
Per alcuni di noi divennero pi urgenti altre questioni,
gli entusiasmi trovarono altri sbocchi e, con la stessa noncuranza
con cui si butta via la carta della gomma da
masticare, queste persone abbandonarono le vecchie passioni
lungo la via. Il movimento pacifista ci toccava tutti
da vicino e, per una logica inspiegabile, le attivit per i
diritti civili imboccarono gradualmente una strada secondaria
di militanza.
Quando i leader nazionali del NANA si riunirono a discutere
le strategie, non potemmo non notare i cambiamenti
che si erano verificati. Non solo eravamo in meno,
ma tutti concordavamo sul fatto che fosse per la guerra nel
Vietnam che era diventato ormai impossibile radunare un
po' di gente per una marcia di protesta, o trovare del tempo
da dedicare al movimento, ed era diventato molto pi
difficile sensibilizzare e organizzare un quartiere rispetto ai
vecchi tempi. Erano spuntati dei fili grigi nelle barbe, le
fronti erano segnate da rughe di preoccupazione. Molti dei
pi impegnati all'interno del movimento erano passati alla
causa del pacifismo: poteva esserci giustizia in America se
il nostro paese stava combattendo una guerra razzista e
imperialista in Asia? Alcuni sostenevano che la nostra battaglia
ora si combatteva a livelli pi alti. Chi avrebbe mai
immaginato, solo sette o otto anni prima, di vedere un
nero alla Corte suprema? Anche Martin Luther King protestava
contro la guerra. Non era forse la prova lampante
che anche il NANA doveva prendere questa nuova e pi
urgente direzione?
Si discusse e si decise una strategia d'azione, ma non
ebbe successo. Quando tornai alla sede, infuriava uno
scontro fazioso alimentato dalla frustrazione per la nostra
posizione non-violenta. A un certo punto, lungo la strada,
c'era stato un mutamento di rotta, come se fosse una cosa
da niente lasciare un movimento per un altro, come se una
minima variazione di ritmo bastasse a indurre interi gruppi
ad abbandonare un obiettivo per un altro. Anni prima
si poteva pensare che nemmeno un cataclisma di portata
cosmica sarebbe riuscito a far cambiare direzione a qualcuno
di noi. E invece eccoci qui, ridotti all'osso, non con
l'energia dello slancio all'azione, ma a malapena capaci di
raccogliere le forze per affrontare la giornata, figuriamoci
il futuro.
Naturalmente, ora la guerra era una preoccupazione
prioritaria. Anche per me lo era, e tuttavia non mi passava
nemmeno per la testa di tradire il NANA. Abbandonare il
movimento era impensabile. Poteva essere facile come accantonare
un libro dopo averne letto solo pochi capitoli, o
come uscire a met film? No, era come lobotomizzare la
propria essenza, come soffocare la propria anima. Era
impensabile.
C'erano tre posizioni ben definite tra i membri del
comitato esecutivo del NANA. Alcuni volevano convogliare
tutte le energie nel movimento pacifista, soppiantando le
attivit per i diritti civili; altri volevano continuare come
prima, con occasionali partecipazioni alle proteste contro
la guerra; e un altro gruppo voleva iniziare una lotta militante
che unisse insieme la battaglia per i diritti civili e la
campagna pacifista.
Il comitato esecutivo del NANA si riun e accett le dimissioni
di coloro che volevano aderire a tempo pieno al
movimento pacifista.
Nonostante i considerevoli progressi conseguiti, una
significativa fazione del NANA sentiva di aver raggiunto un
livello di frustrazione quasi esplosivo. Questo gruppo era
stanco di organizzare le comunit, di lavorare dall'interno
del sistema politico, e voleva imporre una presenza pi
militante.
Per quanto tempo ancora vogliamo restarcene qui seduti
e lasciare che loro la facciano franca? Non gliene frega
niente dei poveri, non devono niente ai neri, ci devono
solo ringraziare perch ce ne restiamo a casa il giorno delle
elezioni, ma in realt  perch non siamo nemmeno iscritti
nelle liste elettorali. Vogliono essere i poliziotti del mondo,
nient'altro. Quando lo capiremo che il potere, se non ce lo
prendiamo da soli, non lo avremo mai?
La gente emigra in Australia per sfuggire all'umiliazione
di dover vivere in un paese dalle strategie politiche cos
imbarazzanti: razziste, militariste, disumane.
Ma la vostra  una posizione di totale evasione dalla
realt, di resa completa! Io non ammetterei mai che hanno
vinto loro. E in realt, finch io sono qui, loro non hanno
vinto.
Dobbiamo ampliare la nostra campagna di informazione.
Troppi ancora non capiscono che questo governo
non far niente per aiutare i poveri.
Io credo che l'abbiate gi avuta la possibilit di informare.
Personalmente, ne ho piene le tasche. Credo che
dobbiamo passare all'azione. Nello specifico, azioni mirate
a indebolire l'attuale struttura del paese. Io sono favorevole
ad azioni di disturbo su vasta scala, boicottaggi economici,
attentati nei luoghi pi simbolici, rapimenti di personaggi
di spicco. Farsi notare, insomma.
Be', con queste cose ti farai senz'altro notare, ma in
modo sempre negativo.
A questo punto non me ne importa pi niente.
Le due fazioni rimanenti non riuscirono a trovare un
accordo e fu cos che il movimento si spacc in due gruppi,
quasi uguali per numero. Il gruppo militante si denomin
National Equal Rights Organization, Organizzazione
nazionale per l'uguaglianza dei diritti, o nero, e Urey
ne divenne uno dei leader.
Io e Urey ci eravamo visti di rado negli ultimi anni ma,
quando capitava, gli antichi risentimenti inevitabilmente
venivano dimenticati e si risvegliavano le antiche passioni.
Quando ci salutammo dopo la divisione del NANA fu come
se fosse per sempre. Era sicuramente impossibile prevedere
che qualcosa ci potesse riavvicinare.
Urey,  come se qualcuno mi accompagnasse fuori da
una stanza nera e mi ordinasse di non tornare mai pi. 
come una segregazione al contrario.
Forse  cos, Joan. Altre persone stabiliscono le regole,
senza pensare come potranno influenzare la nostra vita.
Non c' molta scelta, per me. E nemmeno per te, sembra.
La scelta si fa sempre pi ridotta e sembra sempre pi
manipolata.
Resterai con il NANA?
Che altro resta? Non c' pi nessun'altra organizzazione
che lavori per i diritti civili. Tu che ne pensi?
Io penso che troverai il modo di continuare a fare
qualcosa di valido con il NANA. Noi dobbiamo stare tra di
noi... noi fratelli, capisci? Devo tirar fuori la rabbia, devo
farla uscire.
Spero che non ti farai male, Urey. Sembra una cosa
molto pericolosa. C' modo di restare in contatto?
Probabilmente no.
E cos ci lasciammo. Martin aveva due anni.
Il NANA continu come prima le sue attivit non-violente
all'interno delle comunit e io ebbi un ruolo di maggiore
responsabilit nel comitato nazionale.
Nel corso dell'anno seguente le attivit del NERO attirarono
l'attenzione pubblica. Episodi analoghi verificatisi
all'estero davano l'impressione che ci fosse una cospirazione
a livello internazionale determinata a distruggere la societ.
Il NERO port a termine con successo una serie di azioni di
disturbo in occasione di importanti cerimonie patriottiche
nazionali, che culminarono nel giorno della commemorazione
dei caduti in guerra(2) con un'esplosione in una fabbrica
di munizioni nella Louisiana. Ci furono feriti, ma
nessuna vittima. Il nero elabor un suo marchio personale
con cui rivendicare gli attentati o le rapine in banca:
mandavano un comunicato stampa alle maggiori stazioni
televisive spiegando quello che avevano fatto e le loro ragioni,
con il logo del nero stampigliato in fondo al foglio.
Alla fine dell'anno, il NERO era stato bollato come gruppo
terrorista e i suoi membri si erano dati alla macchia, emergendo
solo per rivendicare qualcuna delle loro azioni.
In quello stesso anno il NANA fece lenti progressi con le
sue campagne di informazione e sensibilizzazione. Da
quando aveva lasciato l'universit, Stephanie collaborava
sporadicamente con noi. Ci confrontavamo spesso e ci
trovavamo a ricordare il nostro successo con le cuoche e i
bidelli e i sit-in da Woolworth's. Ora tutte le nuove forze
confluivano nel movimento pacifista. Gran parte delle
iniziative per i diritti civili non erano altro che un gridare
al vento, quasi esclusivamente da parte dei neri. Considerai
questo cambiamento di rotta come una reazione al
colpo che avevamo ricevuto quando Martin Luther King
era stato assassinato da un bianco. La perdita del simbolo
della resistenza non-violenta diede il via libera ai militanti,
che occuparono il centro della scena e recitarono incontrastati
i loro soliloqui sguaiati, sfrenati e palesemente insensati.
Era come se la non-violenza fosse stata screditata,
come se fosse caduta in battaglia. Stephanie mi disse che
la sezione del NANA vicino al suo nuovo posto di lavoro
operava nel garage di qualcuno e non aveva entrate, aveva
sempre meno iscritti e riusciva a malapena a far stampare
i volantini.
Era evidente che il gruppo si stava disintegrando e alla
fine dell'anno nel comitato nazionale rimanevano solo cinque
membri. La divisione aveva diminuito la nostra forza.
Non riuscivamo pi a sostituire i membri che si allontanavano
o che decidevano di ridurre il loro carico di lavoro.
I salari di quelli che restavano dovevano essere decurtati,
perch erano diminuite le entrate. L'organizzazione della
comunit si stava facendo pi difficile perch anche la
comunit si era divisa e una larga fetta aveva gettato la
spugna del tutto. Data la tensione internazionale, molti si
erano convinti che questo fosse il momento di dimostrare
solidariet, non divisione interna. Noi lo interpretammo
come un passo verso il fascismo, come poi si dimostr.
Sentivamo un minore interesse per la libera circolazione
delle idee che ci si aspetterebbe invece in una democrazia;
percepivamo una minaccia a chiunque osasse parlare contro
le politiche governative, immediatamente etichettato
come fomentatore di dissenso e traditore della patria. Il
nostro paese era in guerra, all'esterno e all'interno. Quando
Robert Kennedy venne assassinato durante la campagna
elettorale, non fu pi giudicato paranoico sospettare
l'esistenza di una cospirazione dietro gli eventi del giorno.
Bastava fare due pi due. Io raddoppiai i miei sforzi all'interno
della comunit nera e in effetti riuscii a fare qualche
passo avanti organizzando delle attivit di pubblica utilit
da gestire in cooperativa, mense, dispense alimentari, centri
di custodia per i bambini.
La vita privata di molti responsabili aveva subito dei
cambiamenti che ora ne precludevano l'impegno a tempo
pieno nel movimento. Parecchi di loro erano diventati
avvocati e avevano aperto un proprio studio, alcuni erano
saliti sulla scena politica, come candidati o come sostenitori
di candidati. Ogni volta che succedeva, quelli che
restavano applaudivano e si congratulavano, perch in
questo modo la filosofia del movimento si sarebbe disseminata
nelle sfere pi importanti della societ. Ma quando il
comitato nazionale ci vide in cinque intorno a un tavolo,
capimmo che bisognava confrontarsi con una nuova realt.
Oltre a me, c'erano. Barry e Marsha Simpson, Richard
Kelly e Lorraine Taylor. Noi cinque eravamo tutto ci che
restava di un vibrante movimento per i diritti civili, che
ora aveva urgente bisogno di una trasfusione per sopravvivere.
Dopo tutte le crisi e le vittorie che avevamo condiviso,
ci trovavamo a guardare il futuro con un senso di
scoramento che nessuno voleva riconoscere.
Sentite, siamo franchi. Io e Barry non possiamo andare
avanti, se non entrano soldi. Almeno uno di noi deve
mettersi a lavorare oppure dobbiamo fare qualcosa di diverso
tutti e due. Abbiamo spesso pensato di tornare nel
Vermont a occuparci della nostra met della fattoria di
mio padre. Ci piacerebbe anche entrare nei Corpi di Pace,
forse sarebbe la nostra unica possibilit di conoscere un
altro paese. Ovviamente non ci serve molto denaro, ma
dobbiamo essere sicuri di avere i mezzi per vivere, dato che
ci siamo dentro tutti e due.
Perch buttare alle ortiche tutto quello per cui abbiamo
lavorato finora? li contest Kelly. Abbiamo fatto un
sacco di progressi. Bisogna mettere in conto gli alti e i
bassi, e ne abbiamo gi vissuti prima d'ora. Riuscite davvero
a chiudere la porta e dire: Basta con i diritti civili?
Non potete darvi una pacca sulle spalle e dire: Okay, ho
dato abbastanza, adesso che i tempi sono duri, che vada
avanti qualcun altro.
Forse s, Kelly. Io so che Barry e Marsha hanno dato
fin quasi a prosciugarsi. Non hanno mai vacillato con tutti
gli alti e bassi che abbiamo affrontato. Se non riusciamo a
tenere la gente nel movimento, forse  il movimento che
deve cambiare, riesaminare la sua missione.
Lorraine, non devi difendere i Simpson, non devi difendere
neanche te stessa. Non stiamo mettendo in dubbio
l'impegno di nessuno.  una questione di tattiche. Se noi,
che siamo i pi impegnati di tutti, molliamo e andiamo a
mungere le vacche nel Vermont, che ne sar del resto del
paese? Chi se ne fotte dei neri, in ogni caso? Non siamo
mai stati capaci di cambiare nella sostanza questo casino di
societ. Sembra che se non ci siamo noi a fare un po' di
confusione, non la far nessuno, e tutta la nostra battaglia
verr dimenticata.
Non  esattamente soltanto una questione di tattiche,
amica mia. Noi dobbiamo mangiare. Siamo vicini alla
soglia di povert, ora come ora. L'unica differenza  che
noi abbiamo un'educazione borghese per affrontare la
povert, per cui sappiamo che cosa mangiare e sappiamo
che non ci serve avere un televisore. Ma abbiamo pur
sempre una vita da vivere. Marsha vorrebbe avere un bambino
prima o poi. Noi vorremmo restare nel movimento,
ma non riusciamo a vederci a vivere con il sussidio.
Perch Joan non dice niente?
Oh, sto solo aspettando di vedere se ci sar ancora
qualcosa da fare qui oppure no, risposi. Se stiamo per
separarci, allora dovr pensare a che cosa posso fare da
sola. Se restiamo insieme, io sono con voi. Il mio pensiero
non  molto complicato. Una volta deciso su questo problema
di fondo, possiamo andare avanti e fare il passo
successivo. So che non posso farlo da sola.
Ma, Joan, come facciamo a mantenerci?
Dio, Barry, lo sai che non penso mai a queste cose.
Per capisco te e Marsha.  diverso. Abbiamo tutti delle
motivazioni diverse, anche se i nostri obiettivi sono sostanzialmente
gli stessi. Non posso nemmeno pensare che la
causa non abbia alcun valore solo perch il nostro gruppo
non ce la fa. Posso accettare che ci separiamo, perch ci
sar un altro modo di lavorare per la causa. I soldi per me
non sono una questione rilevante. Immagino che potremmo
rapinare una banca o qualcosa del genere.
Questo s che sarebbe il sistema ideale per ridistribuire
le ricchezze, comment Lorraine con sarcasmo. Entriamo,
prendiamo i soldi e li distribuiamo alle famiglie che
vivono con il sussidio e a tutti i nostri amici, compresi voi
due, Barry e Marsha. E cos, ecco risolti tutti i nostri problemi
in quattro e quattr'otto.
Ma certo, aggiunse Kelly. Gi me lo vedo: ci daranno
il premio Nobel per aver risolto il problema della povert
con le rapine in banca.
La risata generale ci fu di conforto, una paradossale
elegia alla conclusione della nostra discussione. Non avevamo
soldi e le nostre modalit di azione consistevano nel
conseguimento degli obiettivi restando nella legalit, anche
se ora i nostri sistemi includevano la disobbedienza
civile. Il NANA si sciolse. Barry e Marsha misero su famiglia
nella solitudine del Vermont rurale, Lorraine torn all'universit
per specializzarsi nel settore dell'assistenza sociale e
io e Richard continuammo la lotta sul campo. Noi due
eravamo forse i meno capaci di spostare il centro della
nostra vita su noi stessi. Almeno per quanto mi riguardava,
non potevo nemmeno immaginare un tale voltafaccia.
Tutto quello che facevo, ogni pensiero, praticamente ogni
molecola della mia vita, era al servizio dei nostri ideali. La
giustizia umana era ancora un ideale valido, e io non ero
cambiata. Quale poteva essere una buona motivazione per
spostare il baricentro della mia vita? Non ricordo di averci
mai pensato. Ritenevo che fossero gli altri a essere inadeguati,
forse deboli. Non c'era motivo perch dovessi capitolare
anch'io. Era inconcepibile buttare all'aria il lavoro
che avevamo fatto finora abbandonandolo proprio adesso.
Uno non poteva decidere da un giorno all'altro che ne
aveva abbastanza. Non c'erano ancora la povert, la discriminazione,
l'ingiustizia?
Io e Richard decidemmo di esaminare le varie possibilit
ciascuno per conto proprio e di confrontarci dopo un
paio di settimane. Io andai a fare un sopralluogo nei gruppi
della West Coast con cui avevo lavorato durante le elezioni
e li trovai praticamente sciolti. Uno sconforto generale
permeava il movimento, un sentimento di disperazione.
Non che si mettesse in dubbio il successo finale, ma
sembrava che dovesse passare un'eternit prima che fossero
possibili ulteriori progressi. Le proteste per i diritti civili
venivano ignorate, messe in ridicolo o, pi semplicemente,
si rivelavano del tutto inefficaci. Anche i nostri capi venivano
colpiti dal malessere che era epidemico nelle truppe.
Molti gruppi erano spariti senza lasciare traccia.
Richard era arrivato a una lettura della situazione molto
simile alla mia. Aveva un'unica proposta: i leader del NERO
erano disposti a parlare con noi. Si nascondevano sui
monti del Montana, nel cuore di una riserva di indiani
Crow. Essendo ricercati per i vari attentati che avevano
rivendicato, questo angolo protetto offriva loro sicurezza.
C'era una barriera naturale costituita dalle sentinelle indiane,
camuffate da anonimi perdigiorno seduti sui gradini
delle verande in apparenza a sonnecchiare sotto il sole. Se
questi avessero lanciato l'allarme, i leader del nero avrebbero
potuto rifugiarsi nelle stanze sotterranee. Nonostante
l'abbigliamento moderno, gli indiani conservavano le loro
tradizioni. Alcuni membri della trib, in particolare quelli
che restavano nella riserva, si guadagnavano da vivere con
spettacoli folkloristici o vendendo ai turisti oggetti d'artigianato
durante le cerimonie tribali. Altri trovavano degradanti
le danze e i costumi indiani, nonostante fossero
proprio queste cose a costituire una delle loro poche fonti
di reddito. Disperazione e povert erano diffusi tra i membri
della trib e la loro collaborazione con il gruppo di
protesta per i diritti civili nasceva da un comune risentimento
nei confronti dei bianchi. E tuttavia si poteva percepire
ancora un residuo senso di disagio che aveva origine
in un profondo risentimento anche verso i neri, nonostante
i matrimoni misti tra i due gruppi etnici fossero abituali
da pi di un secolo. Era come se, in fatto di giustizia
sociale, gli indiani sentissero di avere un diritto di precedenza,
una priorit cronologica.
Io e Richard fummo condotti attraverso diversi livelli di
protezione, sentinelle lungo la strada, steccati e cancelli e
un labirinto di sentieri nessuno dei quali in linea retta.
Arrivammo a una casa di tronchi ben protetta da pini e
arbusti, in una minuscola radura. Mentre ci avvicinavamo,
sulla soglia comparve Urey, ci venne incontro e ci accolse
a braccia aperte, con un grande sorriso.
Amici visi pallidi, benvenuti. Non potete nemmeno
immaginare da quanto tempo non vedo una faccia bianca
familiare. Me ne rendo conto anch'io soltanto adesso che
vi vedo, di quanto tempo deve essere passato. Comunque,
siate i benvenuti.
Sperai di riuscire a nascondere il tumulto di emozioni
che mi travolse alla vista di Urey. L'avevo bandito dai miei
pensieri in modo cos totale da immaginare addirittura che
non esistesse pi. Pur avendo seguito con attenzione le
attivit del NERO, non avevo mai pensato che Urey potesse
essere ancora con loro. Martin adesso aveva cinque anni ed
era a detta di tutti un bambino sano e felice. Non avevo
nessuna intenzione di parlare di lui a Urey. Martin era
affar mio. Per notai gli occhi di Urey, il taglio orientale,
come quello di Martin.
Ciao, Urey. Richard non mi aveva detto che ci saresti
stato anche tu.
Ho sentito che il NANA si  praticamente sciolto. Possiamo
sederci e parlare, ma dubito che potremo lavorare
insieme. Entrate, ci sono anche gli altri. Vi posso gi dire
in anticipo che ai miei colleghi, qui, sia a quelli del NERO
sia ai pellerossa, non piace avere a che fare con i bianchi.
Non si fidano di loro. Niente di personale, capite bene. 
solo l'abitudine.
Fortunatamente Urey mantenne un atteggiamento
molto professionale e non mi rivolse alcuna attenzione
particolare. Entrammo con lui in una casa che sembrava
disabitata. La stanza d'ingresso era completamente nuda e
il pianterreno pareva vuoto. Seguimmo Urey gi da una
rampa di scale, entrammo in qualcosa di simile a un rifugio
sotterraneo e sentimmo delle voci. I leader del NERO
erano riuniti in una stanza ben illuminata e ci sedemmo a
parlare con loro senza tanti convenevoli.
Erano in sette, ma Harvey Baron, ora noto con il nome
di Harvey X, era inequivocabilmente il capo. Era seduto
sul pavimento a gambe incrociate su un grande cuscino
dai colori sgargianti, indossava una lunga camicia africana
nei toni della terra su un paio di pantaloni larghi, un basco
colorato sui capelli ricci e crespi. Anche se avesse avuto
solo un paio di jeans logori come quasi tutti gli altri, con
ogni probabilit Harvey sarebbe stato immediatamente
riconoscibile come l'autorit principale. Non avevo mai
lavorato con lui, ma negli anni, naturalmente, avevo sentito
parlare della sua trasformazione da bullo di strada a
figura carismatica. I suoi compagni, Urey compreso, mostravano
una deferenza che mi stup per la palese sottomissione
che vi si leggeva. Ma era chiaro che erano caduti
tutti in questo modello di comportamento e trattavano
Harvey come se fosse un capotrib e loro i cortigiani, gli
obbedienti servitori. A parte Urey, che manteneva la sua
aria tranquilla e sicura di s e il suo solito atteggiamento
non aggressivo, notai altri che gi conoscevo: Burt e Jim
del vecchio NANA e Garnet di una delle marce di protesta
a Washington. Gli altri, tra cui una guardia del corpo,
erano nuovi. Non mi dissero niente e si imposero di non
guardarmi mai negli occhi, aspettando la prima mossa da
Harvey. E Harvey si lanci in un discorso ben formulato,
diretto anche a loro, oltre che a me e Richard.
Sappiamo che voi due siete tutto quello che resta del
NANA, per cui cerchiamo di essere franchi tra di noi, esord.
 ovvio che l'idea che vi aggreghiate al nero ci preoccupa,
per molte ragioni diverse: sabotaggio, annacquamento,
dedizione alla causa. Quest'ultima, dice Urey,  fuori
questione. Resta da vedere.
Noi intendiamo la dedizione alla causa in termini di
quanto oltre uno  disposto a spingersi. Abbiamo in programma
azioni per lo pi aggressive. I bei sit-in, le marce
di protesta, le manifestazioni politiche... sono out. Sono
queste le attivit che hanno ucciso il NANA. In quasi tutte
le nostre iniziative, noi mettiamo a rischio la pelle per il
movimento. Nel nostro caso  comprensibile: lo facciamo
per noi. Nel vostro caso, invece,  una scelta facoltativa, e
noi abbiamo qualche dubbio.
Per annacquamento intendiamo questo: se manteniamo
puri i vertici e i membri del movimento, vale a dire solo
neri, mandiamo al mondo un certo messaggio. Noi, in
quanto neri, abbiamo l'intelligenza, la determinazione, la
volont di fare quello che dobbiamo fare per conquistarci
i nostri diritti. Non dobbiamo dipendere dai bianchi perch
risolvano i problemi per noi. Anche se lasciaste rivendicare
a noi i colpi, gli altri potrebbero farsi l'idea che le menti
delle operazioni siate voi. Inoltre, la gente pensa che noi
stiamo cercando di mescolarci con i bianchi. A noi non ce
ne frega niente di sposarci con una bianca o di trasferirci
nei quartieri dei bianchi. Non vogliamo sollevare ulteriori
resistenze su problematiche che non sono affatto le nostre.
Ma  forse il sabotaggio la questione pi cruciale contro
di voi. Urey dice che vi conosce, ma non ha modo di
sapere se siete delle spie. Ci sono diverse cose che mi fanno
pensare che non lo siate. Siete troppo ovvi. Siete in due e
probabilmente non lavorate per l'FBI tutti e due.  pi
probabile che la spia sia uno di noi. Noi, per, siamo
sospettosi per natura. Potremmo interpretare le vostre
azioni come sovversive, anche se non lo sono affatto. Se
esprimeste un'opinione,  probabile che verrebbe accolta
prima come l'opinione di una spia, poi come l'opinione di
un bianco e infine come l'opinione di un esterno. Sono un
sacco di punti a vostro sfavore.
Ripensandoci, se volete ancora lavorare con noi dopo
questa tirata, vi serve un bel coraggio. Il che non vuol dire
che il vostro aiuto verrebbe apprezzato.
Be', comment Richard, peggio di cos non potremmo
cominciare, ragazzi. Chiss se riusciremo a farcela.
Vidi quanto ero vicina a perdere anche quest'ultima
possibilit di azione. L'antagonismo di Harvey era una
sfida per me e rafforzava la mia determinazione. La scelta
di restare con il NANA adesso mi appariva un errore. Il mio
gruppo non esisteva pi. Questo, invece, avendo adottato
altri metodi, era ancora operativo ed era guidato da persone
coinvolte in prima persona. Se era questo il sistema pi
efficace per cambiare la societ, dovevo fare in modo che
mi accettassero. Le parole di Harvey sembravano sincere e
capii che dovevo dissociarmi da Richard, nel caso gli eventuali
sospetti nei suoi confronti dovessero ripercuotersi su
di me. Mi venne anche da pensare che Urey e gli altri
potevano credere che fossimo una coppia e che ci muovessimo
solo insieme. Forse questo poteva spiegare l'accoglienza
fredda da parte di Urey? Notai che non c'erano
donne tra loro, un altro ostacolo da superare. Non solo il
colore della pelle giocava a mio sfavore, ma la mia partecipazione
avrebbe potuto essere male interpretata dagli
altri neri, dagli indiani e dagli altri bianchi. La situazione
non era delle migliori, quindi dovevo dimostrarmi abbastanza
brava da superare tutti questi svantaggi.
Una volta certa di quello che volevo, decisi di crearmi
delle credenziali. Mi alzai senza dire una parola e mi avviai
verso le scale che portavano al pianterreno. Sapevo che
non mi avrebbero lasciata uscire da sola. E infatti Urey e
un altro mi seguirono fuori dalla casa e mi chiesero se mi
serviva qualcosa. Una volta fuori, mi incamminai lungo il
sentiero che portava alla casa a fianco, dove c'erano degli
uomini che riparavano i gradini dell'ingresso. Dopo aver
osservato gli operai per qualche momento, capii come
potevo essere d'aiuto e mi chinai per tenere ferma un'asse
mentre qualcun altro la inchiodava all'alzata di un gradino.
Mi resi utile con altri lavori che ero in grado di fare,
come levigare con la carta vetrata o ribattere i chiodi. Urey
e l'altro mi guardarono senza dire una parola. Gli indiani
accettarono la mia collaborazione senza commenti.
Dopo un'ora di lavoro a riparare i gradini, mi sedetti
con gli uomini, scambiai con loro qualche parola e bevvi
insieme a loro l'acqua che mi offrirono. Poco dopo comparvero
Harvey e alcuni dei suoi colleghi e mi videro seduta
nella polvere con cinque indiani a sistemare attrezzi
e chiodi, a deprecare i danni che un'estate calda e secca
poteva fare al legno, specialmente se mancava uno strato di
vernice. Il sole filtrava tra le chiome degli alberi e faceva
brillare il sudore sulle nostre fronti. Harvey avrebbe certamente
notato che gli indiani, notoriamente sospettosi, si
sentivano a proprio agio con me. Non mi trattavano con
il goffo e falso servilismo che talvolta usano con i bianchi,
e sembravano non aver notato che ero una donna. Il fatto
che mi avessero accettato ammorbid Harvey. Non diede
peso al fatto che Urey mi conoscesse gi e che l'essermi
presentata con Richard non avesse giocato a mio favore.
Harvey vot per me, rendendo il voto degli altri una mera
formalit, e Richard venne mandato via.
Partecipare alla nostra lotta  una partita diversa da
quella che si giocava nel NANA, Joan. Noi non organizziamo
azioni di disobbedienza civile. Le manifestazioni e i cartelli
non possono risolvere pi niente ormai. Ne abbiamo le palle
piene del vostro modo di fare le cose. Noi vogliamo che la
gente ci noti. Pi ci arrabbiamo, meglio  per la nostra causa.
Non andremo da nessuna parte con le elezioni e la legislazione.
 la strada vecchia. Noi vogliamo dimostrare che
adesso si  imposto un modo di pensare totalmente nuovo.
Hai letto del lavoro che abbiamo fatto finora?
Certo. Vi state facendo un sacco di pubblicit terrificante
e in pi siete ricercati dall'FBI. Non c' dubbio che
siate riusciti a dimostrare il vostro punto di vista. Non mi
sono sempre trovata d'accordo con le cose che avete rivendicato,
tuttavia devo ammettere che vi siete fatti notare.
Ma ritenete di aver raggiunto qualcosa di positivo per i
diritti civili? Quali cambiamenti si sono verificati in seguito
alle vostre azioni?
Tu non perdi mai di vista il punto, eh? Harvey sembrava
turbato dalla mia aggressivit. Le doti intellettuali
non erano il suo forte, e si sentiva impacciato. Notai subito
il suo disagio e capii che avrei sempre potuto avere la
meglio su di lui, ovunque il nostro rapporto ci avesse
portati. Non sempre pensiamo al cambiamento, alla societ
in generale. Spesso pensiamo solo alla nostra sopravvivenza.
Inizi a contare sulle dita. La serie di lavoretti
negli stadi l'abbiamo fatta per i soldi. Abbiamo distrutto le
macchine per il conteggio dei voti per mandare un messaggio.
La ripulita che abbiamo dato alle tavole calde era
mezzo e mezzo: pensavamo di poter dire qualcosa sullo
sfruttamento dei poveri e sulle discriminazioni nelle assunzioni,
raggranellando allo stesso tempo un po' di fondi.
Dimentico nient'altro?
Dimentichi la guardia giurata della banca?
Non ne siamo orgogliosi, Joan. Non volevamo ferire
quell'uomo, tanto pi che era un fratello. Ma non abbiamo
potuto evitarlo. Ci aveva sotto tiro, e abbiamo dovuto
difenderci, difendere noi stessi e i nostri compagni. Non
cerco giustificazioni, ma non volevamo ferire quell'uomo.
Quella guardia  morta, Harvey, non  stata ferita. Ho
dei problemi ad accettare questa nicchia che vi siete scavati.
Vi nascondete. Loro lo chiamano terrorismo. E voi
come lo chiamate?
Sopravvivenza. Non possiamo semplicemente uscire e
trovarci un lavoro. Ci servono dei fondi per tenere insieme
il movimento. Ci servono dei fondi per procurarci le cose
da usare per il prossimo giochetto.
Non sono nella posizione di poter giudicare voi e le
cose che fate. Parliamo piuttosto di come vi posso aiutare,
se volete il mio aiuto. Quali sono i vostri piani per l'immediato?
Era questa l'unica partita in corso e, per continuare a
lavorare per quello in cui credevo, avrei dovuto scendere a
qualche compromesso. Ero perfettamente consapevole degli
argomenti a favore e a sfavore delle loro tattiche, ma
non vedevo perch mettere in difficolt Harvey con le mie
obiezioni. Ero libera di andarmene e di prendere un'altra
strada, non avevo bisogno della soddisfazione di mettere
Harvey alle strette. Una guardia morta non era nel mio
stile. Ma fondamentalmente Harvey non era un violento.
Forse avrei potuto influenzare il gruppo e portarlo verso
una direzione leggermente diversa.
Quella sera, dopo la cena in comune, Urey mi accompagn
al posto che mi era stato assegnato. Come tutti gli
altri, mi venne data una stanza presso una famiglia in una
delle casette disadorne della riserva.
Devo dartene atto, Joan. Sei l'unica che poteva farcela.
Harvey  rimasto secco per la tua performance di falegnameria.
Non hai detto niente, non hai parlato in tua difesa,
te ne sei semplicemente andata a lavorare, con la gente.
Proprio come hai fatto nel Mississippi.
Grazie, Urey. Questa volta  stata una mossa disperata.
Dovevo dimostrare a Harvey che cosa sentivo... e dirglielo
a parole non avrebbe significato niente. Vedevo che mi
stava sfuggendo anche quest'ultima possibilit. Non  un
gran complimento per il NERO, ma con te non posso barare.
Tu lo sai come la penso sulla violenza.
La pensavamo tutti come te, tanto tempo fa. Chi prima
e chi poi, abbiamo scoperto, come te del resto, che
non funzionava. La vita  diventata pi complicata, le cose
intorno a noi sono cambiate e anche noi abbiamo dovuto
adattarci a qualche piccolo cambiamento. Dio,  bello rivederti,
Joan.
Non mi ero mai resa conto di quanto mi mancava
stare con te, Urey. Quando ti ho visto, questa mattina, mi
sono tornati in mente dei momenti meravigliosi.
I baci e gli abbracci di Urey risvegliarono sentimenti di
nostalgia che erano rimasti nascosti negli angoli pi teneri
del mio cuore. Lo accettai senza riserve, cercando di allontanare
dalla mente il segreto che custodivo, cercando di
vedere Urey per quello che era in s. Ora come allora, la
reciproca attrazione era facile da alimentare.
Non nego di aver pensato a qualcosa di pi profondo
di qualche effmero momento di piacere sessuale. Pensavo
che generazioni intere della stirpe di Urey cercavano
un'unione nel mio corpo, cercando la perpetuazione.
Schiavi, padroni di schiavi, cacciatori tribali africani. Congiungersi
per noi non poteva pi essere la semplice ed
egoistica soddisfazione di un momento, ma era una potenziale
combinazione. In tutti i discorsi che io e Urey avevamo
sempre affrontato con tanta facilit non avevamo mai
immaginato che tipo di bambini avremmo potuto creare
insieme. Ora, quando eravamo insieme, io vedevo il nostro
Martin e arrivavo pericolosamente vicino a parlargliene.
Ma non lo feci mai.
Entrare nel NERO era stata una mossa pragmatica pi
che idealistica. Ci sarebbero sempre state delle fasi in cui
un metodo risultava pi efficace di un altro. Adesso che il
governo americano era cos poco sensibile alle problematiche
dei poveri, percorrere le tradizionali strade politiche
per conseguire i nostri obiettivi aveva meno senso. Le iniziative
che richiedessero la presenza di grandi masse di
persone per una manifestazione o un'azione di disturbo
erano destinate a fallire, perch era sempre meno la gente
disposta a rischiare in prima persona. Bisognava pianificare
tutto su scala pi ridotta: la gente guardava il proprio
orticello, non pi quello del vicino, figurarsi poi se guardava
qualcosa di pi grande. Niente di quello che avrei
potuto dire avrebbe vinto l'apatia, la frustrazione, il pessimismo
generale. Dato che Harvey era il regista dell'unico
spettacolo ancora in cartellone, avevo dovuto chiudere
bottega ed entrare nella sua compagnia.
I membri del NERO accettarono di buon grado la mia
partecipazione, anche se a volte notavo un'ombra di sospetto
indugiare su alcuni volti. Mi coinvolsero nella loro
azione successiva, o giochetto, come dicevano loro. Harvey,
con un inconfessato tributo alla mia influenza, posticip
una rapina gi pianificata in favore di un atto simbolico.
L'idea era di aprire alcuni silos giganteschi dove i
contadini, dietro pagamento, immagazzinavano il grano,
in modo che restasse fuori dal mercato facendo lievitare i
prezzi. Naturalmente, quelli che facevano la fame e i poveri
con scarse risorse economiche avrebbero ben potuto
usare quel grano, o almeno i prodotti pi economici che
se ne potevano ricavare. Se alla base della nostra economia
ci fosse stata non la tutela dei profitti dei pochi, ma la
difesa degli interessi dei molti, una tale iniquit non si
sarebbe mai verificata. Mi piaceva questa azione, anche se
era impensabile sperare che il sistema la considerasse come
qualcosa di pi di un gesto fastidioso e irresponsabile.
Dato che il National Equal Rights Organization e il
National Association for Negro Advancement erano coalizzati,
suggerii di rivendicare le nostre azioni future come
un nuovo movimento. La mia idea di voler costituire un
secondo fronte nella guerra contro l'ingiustizia piacque
molto ad Harvey. Il logo del Second Front lo elaborarono
loro: due saette gialle che si intersecavano su uno sfondo
viola. I fulmini rappresentavano il nostro approccio aggressivo
e il viola era un colore simbolo dell'Africa. Convenimmo
di rivendicare le nostre azioni inviando ai notiziari
delle tre reti televisive nazionali una dichiarazione
programmatica del Second Front. Sarebbe stato il nostro
marchio. Ci garantiva l'immediata divulgazione del messaggio
a un pubblico il pi vasto possibile, ed eravamo
sicuri che la notizia sarebbe stata immediatamente ripresa
dai quotidiani.
Il piano per distruggere il grano non era complicato. I
ragazzi avevano un contatto con alcuni lavoratori stagionali,
assunti per la mietitura, i quali avevano fatto un duplicato
delle chiavi che davano accesso a ciascun silo. Avremmo
aperto tutti e cinque i silos del recinto principale e
avremmo fatto uscire il grano. I portelli si sollevavano
come quelli di un garage. Il contenuto si sarebbe riversato
sul campo sottostante e si sarebbe accumulato fino a ostruire
il passaggio. Poi avremmo appiccato il fuoco al grano
secco, che sarebbe bruciato fino a consumarsi. Le strutture
erano in metallo e non sarebbero andate distrutte, ma il
grano sarebbe stato rovinato. Il gruppo avrebbe mandato il
messaggio alle stazioni televisive e sarebbe tornato subito
alla riserva.
L'azione non implicava la presenza di esterni e perci il
margine di errore era minimo. Dipendeva tutto dalla precisione
del piano. I silos non erano sorvegliati e non erano
vicini a zone abitate, anzi, una volta riempiti dopo la
mietitura, venivano del tutto ignorati.
Rimasi piuttosto colpita da come l'operazione fil liscia.
Avevo colto parecchi dettagli che potevano andare
storti: poteva succedere che le chiavi non funzionassero,
che il grano non fosse abbastanza secco, o che per qualche
ragione non uscisse, oppure che ci fosse qualcuno in giro.
E invece and tutto bene. Quando le fiamme si levarono
alte sopra i silos, noi eravamo gi sulla strada della riserva.
L'euforia trapel dal profondo del cuore, era il sollievo del
soldato sopravvissuto alla battaglia, il rilassamento dei muscoli
tesi nell'autodifesa, l'adrenalina riassorbita, il pericolo
scampato. Passammo dagli incubi del disastro a sogni di
trionfo ad occhi aperti.
Contattai la mia famiglia dopo questa azione e li informai
che adesso lavoravo con il Second Front. Come era
prevedibile, rimasero di sasso. Ziggy era allibito dal fatto
che mi fossi spinta oltre la disobbedienza civile, che fossi
passata alla criminalit aperta.
C' una differenza, Joan, tra il farsi arrestare intenzionalmente
per sostenere un ideale e l'evitare l'arresto per
continuare a sostenere questo ideale. Non hai pi la minima
speranza nella societ?
Vedi, ci deve per forza essere una distinzione tra riforma
e cambiamento. La riforma non  pi un obiettivo
possibile, quindi noi cerchiamo il cambiamento.
Non sono contrario al tuo obiettivo, Joan, solo ai tuoi
mezzi. Ma  gi da un po' di anni che io e te non ci
troviamo pi d'accordo. Non capisco perch tu debba rinunciare
a certe cose fondamentali, a cose nelle quali credi,
per ottenere un cambiamento. Tu stai giocando con
l'anarchia, ma siamo in troppi e viviamo tutti troppo stretti
per poter agire ciascuno secondo le proprie regole. Dobbiamo
tenerci le leggi che abbiamo finch non saremo in
grado di farne di migliori. Com' possibile che a me pare
tutto cos logico e tu invece non sei d'accordo con me?
Oh, zio Ziggy, finalmente sei arrivato a qualcosa su cui
possiamo essere d'accordo. C' troppo coinvolgimento
emotivo in ballo perch io e te ne possiamo discutere.
Quello che sto facendo  quello che devo fare. Tu puoi
essere logico fin che vuoi, ma io seguo una linea di pensiero
che per me  perfettamente sensata.  possibile che
in quello che dici io senta da qualche parte la voce di mio
zio che mi vuole bene e che  preoccupato che mi succeda
qualcosa di brutto? Adesso ti sembro pi logica?
 vero, sono preoccupato per la tua sicurezza, cos
come ero preoccupato la prima volta che mi dicesti che
avresti attraversato la strada per andarmi a prendere il
giornale. Ma, vedi, sono in grado di convivere con i normali
rischi della vita, se sono convinto che l'obiettivo sia
giustificato. In questo caso, per, stai mettendo in pericolo
mia nipote, e non sono sicuro di poterlo accettare. Dal
violare apertamente la legge e pagarne il prezzo facendoti
arrestare sei passata al violare la legge e fuggire dalle conseguenze
come un comune rapinatore. Sei davvero soddisfatta
di questo tuo modo di lavorare per la giustizia nel
mondo?
No, zio Ziggy, preferisco l'altro modo. Ma non sono io
a comandare il mondo. Io devo prendere il mondo cos
com' e lavorare dall'interno della sua realt. Ricordo vagamente
di aver discusso della realt con te davanti a parecchi
frapp. Il Second Front per me adesso  l'unico
modo possibile di lavorare per la giustizia. Non sono in
pericolo, be', non in pericolo fsico, comunque. E se anche
ci prendessero, pensi che sarebbero in grado di dimostrare
che sono coinvolta anch'io? Non ci proverebbero nemmeno.
Le autorit stanno cercando di incastrarci, mandano
delle spie nel gruppo, cercano di stanarci. Ma noi continueremo
finch avremo vinto.
Come saprete di avere vinto?
Non ci sar pi povert e ingiustizia in questo paese.
Joan, mi sa che ci dovrai lavorare per tutta la vita.
Stephanie, come al solito, non mi risparmi nemmeno
un colpo.
Come fai a sopportare Harvey, Joan? Mi sorprende che
tu riesca a tollerare quella sua aria di onniscienza. Non
potrei mai lavorare con un pallone gonfiato come lui.
Quando l'hai incontrato, Harvey?
Oh, faceva parte di un progetto di attivit di sostegno
per la scuola cui partecipai anni fa. Aiutavamo i ragazzini
a fare i compiti, leggevamo con loro, cercavamo di parlare
della loro vita, della nostra vita. Era un progetto meraviglioso,
con una struttura molto aperta in cui si potevano
sviluppare anche dei rapporti interpersonali profondi,
cos... secondo le fasi della luna o la direzione del vento.
Lui aveva poco pi di vent'anni, ma era uno dei responsabili
del progetto. Erano i tempi in cui i bianchi erano
corteggiati, non a malapena tollerati. Sono sicura che deve
aver passato dei brutti momenti da allora, per essere cambiato
cos radicalmente.
 vero che il capo  lui. Non succede niente se lui 
contrario. I suoi discepoli pensano che sia infallibile. E lui
 d'accordo con loro, naturalmente. Io, in effetti, sto soffocando
molte delle mie opinioni personali. Ma non si
tratta di discutere, capisci? Non si tratta di averla vinta in
un dibattito. Ho lasciato perdere questa cosa. Harvey ha i
suoi punti di forza e il principale  che  a capo dell'unico
movimento per i diritti civili che al momento sta facendo
qualcosa.
E questo per te  un motivo sufficiente per buttare a
mare tutti i tuoi ideali, i Gandhi e i Martin Luther King,
per metterti a far saltare in aria le cose e rubare i soldi?
Non credo proprio che sia tu la persona pi giusta per
darmi lezioni sulla fedelt agli ideali, Stephie. Non eri tu
quella che diceva che fare questo lavoro era la cosa pi
importante che si potesse fare? Ti ricordi le cuoche e i
bidelli? Credevo che non avresti pi dormito finch anche
loro non avessero avuto la loro possibilit nella vita, e che
poi saresti passata al problema successivo, che non avresti
pi dormito finch tutti quanti non avessero avuto accesso
alle stesse cose. Be'? Mi sembra che dormi di gusto ultimamente,
no?
Hai proprio ragione. Ti invidio per le tue certezze. In
un certo senso anch'io penso che dovrei dedicarmi a questo
lavoro. E non fare nient'altro. Come te. Ma sono troppo
debole. Non ci riuscirei mai. Tanto per cominciare,
non potrei mai lavorare con Harvey.
Il fatto  che non posso mollare. Per quanto sia orribile
Harvey. Cerco di fare buon viso a cattiva sorte. Quando
ho scoperto che lo show di Harvey era l'unico ancora in
cartellone, ho dovuto scegliere: o entrare nella sua compagnia
o tornare a casa.
Io sarei stata sul primo treno diretto a casa.
Stephanie mi butt le braccia al collo e inizi a singhiozzare.
Era tanto infelice per i suoi conflitti interiori
quanto lo ero io per quest'ultimo treno che avevo preso.
Per qualche ragione io riuscivo a convivere pi facilmente
con i miei compromessi di quanto non potesse lei con i
suoi. Stephanie aveva un lavoro insignificante in uno studio
medico e quando tornava a casa non faceva niente
finch non arrivava il momento di tornare al lavoro. Ripeteva
semplicemente la routine di sua madre: qualche lavoretto
in giro per casa, la cucina, qualche film, le riviste,
sicuramente a breve termine anche un marito e dei figli,
l'ultimo e il pi duraturo ostacolo all'impegno civile vero.
Credo che una parte di lei si sentisse ancora tradita. Non
ero io la persona giusta per consolarla.
Il Second Front mieteva buoni successi con i suoi giochetti.
I telegiornali portavano alla gente il nostro messaggio
e le immagini forti che accompagnavano le notizie
gridavano la frustrazione e l'impazienza dei neri. Le dichiarazioni
di Harvey ribadivano le nostre richieste sul bisogno
di dar da mangiare agli affamati e garantire giustizia ai
poveri. Dopo l'incendio ai depositi di grano, il Second
Front effettu una distribuzione di cibo, ripulendo,
come dicevano loro, un gigantesco magazzino dei supermercati
A&P. C'era uno strano miscuglio di altruismo,
violenza e propaganda in quello che facevamo. L'azione pi
temeraria, almeno in termini di coinvolgimento di persone
innocenti, fu forse il rapimento dell'amministratore del
dipartimento per l'edilizia popolare di San Francisco.
Harvey voleva dimostrare l'impunit e l'indipendenza
del Second Front. Aveva letto sul giornale la notizia che
erano state rese disponibili diverse centinaia di appartamenti
per le famiglie a reddito medio-basso. Nessun appartamento
era stato invece assegnato alle fasce pi povere,
nonostante le statistiche ne confermassero la grave penuria.
Harvey elabor un piano per sequestrare l'amministratore
responsabile del progetto, per spiegargli personalmente
quanto fosse importante il problema di un'abitazione decente
per i pi poveri, per fargli notare che le persone a
reddito minimo erano state completamente ignorate e per
dirgli che avrebbe dovuto provvedere a fare qualcosa in
proposito. I punti di forza del rapimento erano il suo svolgimento
e il messaggio. Solo che Harvey non us mai la
parola rapire: parlava semplicemente di un incontro con
questo tipo, come se fosse una cosa assolutamente normale.
Per me, fu un nuovo motivo di confronto. Cammini su
e gi davanti a un edificio, gridi slogan, blocchi un'entrata,
ed  tutto pubblico, sei parte di un gruppo, e pi siamo
meglio , e c' un po' di confusione, forse, e magari qualche
piccolo scontro. Essenzialmente, per, non sei tu,  il
gruppo che agisce. Questa cosa invece era totalmente privata,
intima. C'eri tu, nascosto dietro a una maschera, e
c'era un'altra persona. Per te questa persona rappresenta
qualcosa,  il funzionario del dipartimento per l'edilizia
popolare,  un simbolo, qualcuno che usi per dire qualcosa.
Ti costringi a non pensare ai suoi sentimenti, a non
vederlo nei termini della sua umanit.  solo una personificazione,
un corpo che recita il suo ruolo nella tua messinscena.
Quando lo vedi per la prima volta, per te non 
gi altro che un pupazzo, una sagoma di cartone, un oggetto
sulla scena. Lo usi. Lui non capisce che non abbiamo
alcun interesse per la sua persona, per quello che pensa,
per quel poco che dice di avere a che fare con le decisioni
politiche. Vogliamo solo che stia seduto, chiuda il becco e
ci ascolti.
Aspettammo l'amministratore davanti al palazzo dove
lavorava e, prima ancora che riuscisse a scendere dalla
macchina, era gi dentro al nostro furgone, gi in viaggio
verso un appartamento vuoto che uno dei nostri amici
indiani aveva affittato. Non ci preoccupammo troppo dei
travestimenti, usammo solo dei passamontagna. Non appena
fummo al sicuro nell'appartamento, Harvey divulg
il messaggio del Second Front che spiegava le nostre motivazioni
e il nostro obiettivo. L'amministratore Larry
Wiest cap al volo quando gli spiegammo che non avrebbe
dovuto far altro che ascoltare, e sarebbe stato al sicuro. Era
spaventato, ma non oppose resistenza. Harvey gli mostr
la nostra dichiarazione programmatica e gli chiese di restare
buono e calmo: noi avremmo recitato la nostra parte e
poi l'avremmo riportato al lavoro la mattina seguente. Gli
mostr anche la pistola. E inizi un corso intensivo di
ventiquattr'ore. Larry non partecip: aveva gli occhi bendati
con il nastro adesivo, la bocca tappata con il nastro
adesivo e i polsi legati insieme dietro la schiena con il
nastro adesivo. Disagi minimi.
Detestavo l'improvvisazione di questo giochetto. Il piano
di Harvey era buono, ma restava comunque un margine
troppo largo per gli intoppi, per l'imprevedibile. Solo
pi tardi ci rendemmo conto di quanto la notizia avesse
catturato l'attenzione pubblica. Polizia e agenti federali temevano
di mettere in pericolo la vita di Wiest se avessero
trovato il nostro nascondiglio e fossero venuti a liberarlo.
Furono abbastanza intelligenti da seguire le istruzioni del
nostro comunicato e noi potemmo liberare Wiest come
avevamo promesso.
Harvey gli espose la nostra filosofia generale, espresse il
nostro desiderio di maggiori opportunit di alloggio per i
pi poveri. Poi ciascuno di noi, a turno, gli lesse qualche
riga che aveva preparato o gli parl di un argomento specifico.
Io gli dissi qualcosa della mia esperienza nel sensibilizzare
e organizzare i poveri, gli parlai del loro desiderio
di poter fare da soli, di avere il controllo della propria vita,
di tenere unite le loro famiglie.
Mr Wiest, cerchi di immaginare: la sua vita  completamente
stravolta e lei non  pi capace di provvedere alla
sua famiglia, si trova costretto ad adattarsi, con sua moglie
e i suoi figli, a condizioni abitative sempre peggiori,  nella
completa impossibilit di permettersi qualcosa che sia almeno
decente. Niente droghe. Niente crimine. Ma poi
vede che vengono offerti degli appartamenti nuovi ad altre
famiglie che possono permettersi pi di lei. Che cosa pu
pensare? A chi si pu rivolgere? Questo non  che un
ulteriore affronto, un altro insulto, in una situazione gi di
per s umiliante. L'edilizia popolare dovrebbe pensare prima
di tutto ai pi bisognosi, a quelli che di fatto ne trarrebbero
pi beneficio, ai pi poveri, che con un alloggio
pubblico, pulito e accessibile, potrebbero risalire un gradino
della scala sociale, verso una vita migliore. Spero che
apprezzi la sincerit del nostro messaggio.
Non dissi molto altro.
Urey parl brevemente delle famiglie costrette a stiparsi
in appartamenti troppo piccoli e della tensione che pu
nascere da una situazione del genere. Burt raccont di
dove viveva lui da bambino, quando dormiva sui cuscini
in corridoio. Lester parl anche di sua madre, di quanto
fosse preoccupata perch il quartiere era infestato dalla
droga, e raccont dei rischi della strada che lui stesso affrontava
tutti i giorni quando tornava da scuola.
Fil tutto liscio, nessuno venne ferito, e per quelle ventiquattro
ore in cui tenemmo sequestrato l'amministratore,
l'attenzione di tutto il paese rest concentrata sul Second
Front e su quello che rappresentava.
Una volta rilasciato, Mr Wiest parl alla stampa della
sua esperienza. Non riusc a distaccarsi abbastanza dalla
mentalit del sistema da riuscire a capirci, ma abbastanza
da ringraziare di essere ancora vivo, rischio che peraltro
non aveva mai corso. Disse: Questi giovani sono stati
inaspettatamente gentili con me. Non avevano intenzione
di farmi del male, come continuavano a ripetermi, e non
me ne hanno fatto.  stata indubbiamente un'esperienza
che non vorrei ripetere. Ciascuno di loro ha descritto il
suo punto di vista sul problema degli alloggi per i poveri.
Alcuni dei loro commenti sono stati piuttosto toccanti...
abitazioni troppo anguste, promiscuit, il dover dormire in
tanti nello stesso letto, e cos via. Naturalmente hanno
ragione.  un peccato che dei giovani tanto sensibili e
intelligenti restino invischiati in queste attivit illegali e
vane. Pur continuando a ripetere di voler difendere i diritti
civili dei negri e dei poveri, non hanno minimamente
pensato ai miei diritti. Temo che la contraddizione tra i
loro metodi e il loro messaggio si ritorca contro di loro.
Quando qualcuno, in senso letterale o figurato, ti sbatte la
testa contro il muro per convincerti che il cielo  azzurro,
la tua reazione naturale  quella di pensare che il cielo non
pu essere azzurro, o non ci sarebbe alcun bisogno di sbatterti
la testa contro il muro. Spero che arriveranno a capire
il valore della nostra societ democratica e delle libert
individuali che essa tutela, comprese le loro.
Naturalmente, il nostro messaggio era rivolto a un
pubblico pi vasto della persona di Mr Wiest. Anche lui
doveva ancora capire un paio di cose, come per esempio
che solo la libert di certe persone veniva tutelata e quella
di altre invece no, e che la libert di tutti era un mito che
doveva essere smascherato.
Harvey aveva posticipato intenzionalmente tutti i lavori
per raggranellare dei soldi, propriamente detti rapine.
Voleva essere sicuro che non mi sentissi troppo a disagio e
che non costituissi un ostacolo ai suoi piani meno che
legali. Dovevo rinunciare alla mia indipendenza e diventare
una fuorilegge, come avevano fatto loro, e al contempo
dovevo imparare a fare affidamento sugli altri membri del
gruppo per la nostra reciproca sicurezza. Harvey era ossessionato
dall'idea di tirarmi dalla sua parte. Nonostante
quello che diceva, aveva bisogno di me perch ero bianca
e per il rispetto di cui godevo da parte della sua gente e
anche degli altri. Harvey immaginava che li avrei piantati
in asso se si fosse presentata un'opportunit migliore e per
questo si era fissato di coinvolgermi in una tale quantit di
attivit illegali da rendermi impossibile abbandonarli. Finora
non ero mai stata identificata come uno dei membri
del Second Front, ma avevo avuto un ruolo determinante
in tutti i loro colpi e non potevo non assumermi la mia
parte di responsabilit.
In tutti avevo avuto un ruolo importante. Avevo aiutato
a preparare le bombe al cherosene usate per dare fuoco
al grano. Avevo guidato l'auto nell'assalto al magazzino
del supermercato. Avevo parlato con l'amministratore insieme
a loro, quindi ora la mia voce era nota. Pi importante
ancora era il fatto che mi ero spogliata della mia
filosofia non-violenta, di tutta l'esperienza del NANA, e mi
ero gettata tra le braccia del nero nuda, libera dai vecchi
sentimenti, cos da poter entrare in questa nuova identit
come in una nuova pelle, condividendone la rabbia e la
ferocia. Era un invito a identificarmi con loro, a reagire
all'unisono con le loro anime, ad adottare i loro obiettivi,
non come una causa, ma come una missione. E fu quello
che feci.
Il fatto era che ci servivano dei soldi. L'affitto che pagavamo
alla riserva, in parte anche per la protezione che ci
fornivano gli indiani, era essenziale a tutta l'organizzazione.
Gli indiani sostenevano i nostri obiettivi anche perch
una larga fetta della popolazione della riserva era vicina
alla soglia di povert e vedeva ignorati i suoi problemi. Ma
Harvey aveva la sensazione che i capi indiani fossero convinti
pi dai soldi che dalle ideologie. Sapeva che era
importante rispettare i pagamenti.
Harvey radun le sue truppe e sollev la questione dei
fondi.
Abbiamo l'obbligo morale di continuare a passare soldi
agli indiani. Fanno molto per noi. Hanno avuto delle intuizioni
eccellenti su alcuni dei nostri uomini. Io sono
fermamente convinto che Herb se ne sia andato perch si
sentiva sul punto di essere smascherato.
Vuoi dire che era una spia?
Non ne ho il minimo dubbio. Dobbiamo assolutamente
mantenere questa alleanza con gli indiani. Qualcuno
ha delle proposte?
Perch non facciamo una replica alla Bank of America?
Ci  andata liscia come l'olio e abbiamo raggranellato un
bel po' di soldi. Ci sono bastati per quasi un anno.
Altri?
A me la Bank of America era piaciuta molto. Era
meravigliosamente simbolica e poi ci siamo guadagnati il
rispetto di tutti.
Non vogliamo che si pensi che lo facciamo solo per i
soldi. C' qualcosa che ha un bel significato simbolico e
che ci d un bel gruzzolo?
I Beach Boys faranno un concerto a New York, al
Madison Square Garden. Ci saranno un sacco di liquidi,
pensate solo ai rivenditori di biglietti. I Beach Boys potrebbero
andare bene, perch sono tutti bianchi e rappresentano
quel tipico atteggiamento californiano indolente e
scansafatiche. Sono il gruppo meno di tendenza che ci sia
in circolazione. Piacciono persino ai miei genitori.
Anche a me piace questa idea del Madison Square
Garden. Ci d una bella copertura, molto meglio di quegli
stadi in mezzo al niente. Ci sono un sacco di ingressi e un
sistema di corridoi molto complicato. E poi c' anche la
metropolitana, che torna sempre utile se c' da confondersi
tra la gente. In mezzo alla folla, probabilmente non ci
noterebbe nessuno.
S, comincia a piacermi questa idea. Dovremo studiarci
bene la mappa del posto. Sapete, la cosa pi bella  che
le banche non divulgano la pianta del proprio stabile come
fanno gli stadi. Conosceremo tutte le uscite e sapremo in
anticipo dove andare.
Come facciamo a scoprire dove tengono i soldi?
Uno di noi prender un lavoro come venditore di hot
dog o di programmi o di souvenir. In questo modo non
avremo problemi a capire la procedura della raccolta degli
incassi e dei depositi in banca. Nessuno sospetter di niente:
usano sempre degli aiuti temporanei o stagionali. Nessuno
far in tempo a insospettirsi.
Joan, tu potresti essere la persona pi adatta per un
lavoro al Madison Square Garden. Come ti sembra?
Si pu fare. Quanto tempo prima dovrei iniziare?
Io direi che un paio di mesi dovrebbero bastare. Dovremmo
procurarci il programma del Madison Square
Garden. Dovresti essere gi l, diciamo, un paio di grossi
eventi prima dei Beach Boys per seguire il percorso dei
soldi e studiare il sistema di sicurezza. Forse potresti lavorare
alla biglietteria.
Quindi dovrei semplicemente presentarmi e chiedere
un lavoro?
Urey, perch non accompagni Joan a New York e non
l'aiuti a sistemarsi con il lavoro, e magari ti cerchi anche
tu qualcosa da fare?
Preferirei sistemarmi da sola, se non avete niente in
contrario, dissi vibrando di rabbia.
Be',  contro le nostre abitudini, mi spieg Harvey.
Noi ci muoviamo sempre almeno in due. Per motivi di
sicurezza.
Se dubitate di me, fareste meglio a dirlo subito o a
dirmi di togliermi di torno, sibilai. Non tollero i sospetti.
Fate quello che dovete fare, ma non strisciatemi intorno
con i vostri sospetti. Se vi ho dato motivo, chiariamo subito
le cose, oppure liberatevi di me. So com'. So anche
che il colore della mia pelle non mi rende particolarmente
gradita, ma su questo possiamo anche sorvolare. Io, per,
non voglio lavorare con voi se non alla pari. Se siete solo
paranoici, tenetevelo per voi. Se avete motivo di dubitare
della mia sincerit, mettiamo subito le carte in tavola.
Ero furiosa. Sappiamo tutti come ci si sente quando
vengono messe in dubbio le nostre motivazioni. Un gruppo
che pensa di avere una spia al suo interno annusa in
giro come un cane da salvataggio in una valanga: c' qualcuno
qui da qualche parte, c' solo da scovarlo. Potevo
conservare la mia indipendenza e continuare a lavorare con
loro? Io ero disposta al compromesso, ma anche loro dovevano
fare delle concessioni.
Harvey non era affatto contento di vedermi partire da
sola. Volle che Urey si spostasse a New York con Phil per
creare una base. Phil avrebbe sorvegliato me e Urey, e Urey
avrebbe tenuto Phil sotto controllo. Se da un lato Harvey
sembrava acconsentire ai miei desideri, dall'altro manteneva
le sue normali precauzioni.
Eseguii il compito alla lettera, nonostante le mie personali
riserve relative alla partecipazione a un atto cos
palesemente e premeditatamente illegale. Ero consapevole
delle differenze tra la disobbedienza civile e la criminalit
comune. Era stato un tema ricorrente nelle mie discussioni
con Ziggy. Dov'era il confine? Ancora di pi, questo
lavoro mi irritava perch l'obiettivo era fare soldi, una
priorit minore che mi rendeva ancor pi difficile trovare
una giustificazione per un'azione cos pericolosa. Non ero
molto favorevole all'idea di rubare dei soldi che non
avremmo restituito ai poveri ma usato per noi. Tuttavia
tenni per me questi pensieri e non mancai mai di fare
quello che mi veniva richiesto per il buon esito della missione.
Trovare un lavoro temporaneo in biglietteria non fu un
problema. Con il nome di Susan Fisher presentai domanda
insieme a decine di altre persone e nel giro di poco
tempo riuscii a capire tutte le procedure relative al sistema
di gestione dei soldi. Ogni volta che scoprivo qualcosa di
nuovo, contattavo Urey e Phil e passavo loro le informazioni.
Era la prima volta che assumevo un'altra identit.
Insieme agli altri avevamo discusso di vari problemi: se
occorreva fare domanda per la previdenza sociale, come
affittare un appartamento, come richiedere un allacciamento
telefonico o altri servizi. Bisognava conoscere la
parte e recitarla bene. Trovai pi facile trasformarmi completamente
in questa nuova persona. Era meno complicato
essere qualcun altro e basta. Continuando a passare da una
identit all'altra c'era il rischio di scoprirsi inavvertitamente,
facendo confusione tra le due.
Quindi fui Susan Fisher per gran parte di quei tre mesi.
Quando incontravo Urey e Phil era rigorosamente per
affari, niente relazioni personali. Urey fece qualche commento
su come sembravo diversa con i nuovi vestiti e i
capelli pi corti, il che mi fece piacere perch mi confermava
che ero riuscita a trasformarmi fisicamente. Naturalmente
andai oltre l'aspetto esteriore. Dopo l'orario di lavoro
mi servivano delle abitudini per completare la giornata
di Susan. Susan andava sempre al cinema, quasi tutte le
sere: non riuscendo a creare una personalit a trecentosessanta
gradi, esagerai in una direzione, per coerenza e per
semplicit.
Mi ero ingarbugliata in un viluppo di inganni, tutti
convergenti qui a New York. Passavo gran parte del tempo
a fingere di essere Susan Fisher, impiegata alla biglietteria.
E questa era la parte pi semplice da gestire. Dovevo solo
essere coerente nei rapporti con la gente che incontravo sul
lavoro e alla pensione dove vivevo. Poi c'era Urey.
La relazione che portavo avanti con Urey era, da parte
mia, ambivalente. Lui mi piaceva veramente, ma non volevo
attraversare il confine che io immaginavo mi proteggesse
da una intimit totale, dal rischio di rivelare un giorno
il mio segreto. Non potevo contare sul fatto che lui
accettasse lo stato delle cose. In pratica, non avevo scelta.
Era solo una strana coincidenza quella che mi aveva ributtato
tra le braccia di Urey. Solo una persona, oltre a Stephanie,
aveva avuto il coraggio di interrogarmi sull'identit
del padre di Martin: una delle infermiere dell'ospedale.
Mi aveva chiesto, come da prassi, se conoscevo il nome del
padre. Le avevo risposto sinceramente, ma non avevo aggiunto
nient'altro. Il certificato di nascita era stato stilato
con uno spazio bianco al posto del nome del padre. Martin
portava il cognome della mia famiglia.
L'inganno pi grosso era nei confronti di Martin, che
adesso aveva sei anni. Con suo padre nella stessa citt,
potevo anche immaginare che si incrociassero per strada.
I miei genitori forse avevano imparato ad accettare
un'idea vaga e piuttosto approssimativa di quello che facevo.
Tranne quando leggevano qualcosa sui giornali. Sapevano
che non potevo dire niente dei miei piani, n di
dov'ero, ragion per cui non comunicavamo molto. Quando
Susan Fisher si fu sistemata in una stanza in affitto ed
ebbe presentato domanda di lavoro al Madison Square
Garden, andai a trovare la mia famiglia e Martin. Fu allora
che mio padre propose il sistema della segreteria telefonica
per restare in contatto, senza alludere direttamente al fatto
che ero latitante, che ero in fuga. Non pretese un programma
preciso per le chiamate, mi disse solo che avrei potuto
usarla ogni volta che avessi voluto, e che ogni volta loro
avrebbero distrutto il nastro.
Durante una di queste visite, mio padre mi prese da
parte per parlarmi in privato. Fece un respiro profondo,
quasi un sospiro, e inizi: Tesoro...
 questo il modo che ha mio padre di lanciarsi in un
discorso gi preparato. Usa questo tesoro come battuta
d'apertura, eccessiva ma amichevole, con l'intento di dire
che possiamo sicuramente arrivare a un accordo, dato che
sostanzialmente stiamo dalla stessa parte. Adesso ne parleremo
apertamente e tu coglierai subito la razionalit dei
miei argomenti e poi troveremo insieme una soluzione.
Non appena sentii il tesoro tutte le mie difese scattarono,
alzai una corazza intorno a me. Ero pronta al confronto.
Tesoro, stavo pensando...
Questo era decisamente superfluo. Mio padre non faceva
nulla senza prima averci pensato attentamente. Con
ogni probabilit era stata mia madre a spingerlo al confronto
aperto. Lui era nato senza spontaneit. Non avevo
forse ereditato anch'io questo difetto?
Tesoro, stavo pensando. A te. E al tuo futuro.
Era questa la maledizione che affliggeva tutti gli ultracinquantenni?
Non riuscivano pi a concentrarsi sul presente,
ma quanto amavano pensare a lungo termine! L'assicurazione,
i piani pensionistici... cose che sarebbero migliorate
con il passare degli anni, con il loro declino.
Quello che sapevo per certo era che non saremmo riusciti
a trovare un solo punto di accordo, se lui pensava in termini
di trenta, quaranta o cinquantanni a venire, mentre
io invece ero cementata nel presente. Okay, forse arrivavo
a una settimana pi in l. Questo era sicuramente un
motivo per cui non saremmo mai riusciti a ragionare insieme,
nonostante il tesoro. Essere pi vecchio non aggiungeva
nulla alla sua razionalit, anche se lui si sentiva
nel diritto di avere qualche punto in pi per l'et e di
sottrarne qualcuno a me per la mia relativa giovinezza. Gi
scuotevo la testa, meravigliata dal fatto stesso che cercasse
di avviare una tale discussione con me. Perch proprio
adesso?
Che cos' questo atteggiamento negativo, prima ancora
che inizi a parlare?
Hai gi iniziato, pap. E non  negativo, sono solo
stupita.
Be', Joan, forse vorrai sentirmi fino in fondo. Una
lunga pausa. In tutti questi anni non abbiamo mai interferito
con te e con le cose che hai deciso di fare o, in
buona sostanza, con qualsiasi altro aspetto della tua vita.
Per questo rispetto che abbiamo avuto per te, forse ti abbiamo
dato troppo poco. Noi, che siamo quelli che ti
amano di pi al mondo, che vogliamo solo il meglio per
te, che vogliamo aiutarti a conseguire i tuoi obiettivi, non
siamo riusciti ad aiutarti nel pi semplice dei modi: facendoti
conoscere i nostri pensieri e i nostri sentimenti sulle
tue scelte.  come se avessimo dato una tacita approvazione
o, pi precisamente, la nostra adesione alle tue decisioni.
Cos facendo abbiamo mancato di offrirti il nostro
punto di vista, forse convinti che fosse pi utile imparare
dai propri errori che da pareri non richiesti, anche se erano
quelli dei tuoi genitori. Mi segui fin qui?
S, pap.
Bene. A me sembra - e tua madre  d'accordo con me
- che questo potrebbe essere un buon momento per parlare
di queste cose. Che ne dici?
Mi pare abbastanza chiaro che vuoi dirmi qualcosa su
cui pensi che non sar d'accordo, ma ti vuoi togliere comunque
il peso. Non mi dispiace ascoltare quello che hai
da dire, pap.
Noto la precisione delle tue parole. Non hai mai cercato
il nostro consiglio e noi non te lo abbiamo mai offerto.
Non hai mai espresso confusione o indecisione sulla
direzione da prendere nella vita. Ma adesso sembri avviata
su una strada piuttosto pericolosa, una strada che potrebbe
anche limitare le tue opzioni in futuro. Vogliamo che tu
sappia che ora come ora potresti ancora rifarti una vita
forse tollerabile. Certe possibilit ti possono essere gi
precluse, ma questo sembra un buon momento per metterti
davanti alle opportunit di felicit che puoi avere, tra
cui anche la possibilit di lavorare per cambiare la societ.
Noi riteniamo che ci possa essere un equilibrio nella
vita tra le cose che si fanno per il piacere e la soddisfazione
personale e le cose che si fanno per il bene degli altri.
Questo equilibrio non sempre  raggiungibile, ma decisamente
deve essere perseguito. Sacrificare troppo nell'una o
nell'altra direzione, negare i propri bisogni personali oppure
quelli degli altri porta comunque a risultati insoddisfacenti.
Noi pensiamo che tu possa aver fatto proprio questo.
Noi pensiamo che tu sia sfuggita alla tua felicit individuale
preferendo lottare per il cambiamento sociale. Noi
pensiamo che sia un grave errore, un errore che ti potr
portare soltanto dolore.
Oh, pap, tu esponi gli argomenti in modo cos perfetto,
che non sono mai l'esatto corrispondente della realt.
Che cosa c' da discutere? Mi stai chiedendo di rinunciare
al mio impegno con il Second Front?
Non precisamente. Noi non abbiamo una richiesta
specifica da farti. Vogliamo solo farti vedere che in questo
momento stai limitando la tua vita e che ti potrebbero
essere gi precluse le opportunit di essere felice. Sai, forse
anche noi abbiamo fatto un errore simile anni fa. Ci siamo
dedicati anima e corpo al lavoro e abbiamo approfittato
del fatto che Ziggy poteva stare con te. Non abbiamo mai
pensato che in qualit di genitori avevamo l'obbligo di
darti di pi di noi stessi, molto di pi. Pensavamo che
Ziggy fosse della famiglia, che fosse il nostro equivalente.
Forse non era esattamente cos. Forse non c' un vero
sostituto per i genitori effettivi. Noi abbiamo paura che tu
stia ripetendo il nostro stesso errore. Ci sembra che Martin
abbia bisogno di sua madre. Anche avere suo padre gli
farebbe bene. Sbagliavamo pensando di poter fare noi da
genitori.
Che cosa?! Dove vogliamo andare a parare? Non posso
sopportare un'altra parola. Non una parola.
Pap, fermati.  impossibile tornare indietro, in questo
momento. Tu hai ragione. Io mi sono avviata su una certa
strada, che ho scelto accuratamente. Adesso non posso
semplicemente scendere dall'espresso e prendere il locale.
Sono coinvolta. Altre persone dipendono dalla mia partecipazione.
Questa discussione arriva troppo tardi. E adesso
devo andare. Sono sempre contenta quando mi parli con
franchezza, quando mi dici anche delle cose che potrebbero
essere dolorose da sentire. Ma non significa, solo perch
hai deciso di mettermi davanti a qualcosa che hai sviscerato
cos chiaramente, non significa che io molli tutto e ti
segua. Non posso. Non voglio. Forse potremmo riparlarne
pi avanti.
Adesso aspetta un minuto, signorina. E tuo padre che
ti parla. Magari  tardi, ma ti tocca sentire adesso quello
che forse avrei dovuto farti sapere molto tempo fa. Ti
sbagli di grosso se pensi che il tuo contributo all'umanit
avr un'eco forte anche solo - cos.
Batt una volta le mani a un centimetro dalla mia faccia.
Feci un salto indietro e le lacrime traboccarono, completamente
inutili e non richieste, e iniziarono a scorrermi
lungo le guance.
Nemmeno cos forte. La vita non  una missione. I
poveri e i calpestati non guardano a te in cerca di salvezza.
Non puoi cambiare il mondo per eliminare quello che tu
consideri ingiustizia - un termine molto generico, se ci
pensi. Non puoi accelerare lo sviluppo della specie umana
perch arrivi alla perfezione anzitempo. E considera anche
l'imprecisione del termine perfezione, dato che ci sei.
E adesso senti questo: il tuo scopo nella vita  quello
di amare le persone che si preoccupano per te e preoccuparti
per le persone che ti amano, le persone alle quali sei
legata, anche se solo per accidente di nascita. Capisci? Se
eviti questi legami, finirai per andare alla deriva in un
mondo di estranei per i quali sei meno di questo.
Di nuovo mi batt le mani davanti alla faccia, spaventandomi
ancora e provocando un altro fiume di lacrime.
Non serve la commozione adesso, Joan. E tardi. O
sono lacrime di confusione? S, questo s sarebbe un sintomo
di crescita. Dalla confusione possono nascere delle
buone cose.  ora che anche tu accetti la tua confusione.
Siamo tutti confusi. Non c' alcuna virt nel sostenere di
aver trovato la risposta. Una risposta, forse, ma non la
risposta. Torna, Joan. Resta con noi.
Avevo ascoltato tutto quello che potevo sopportare.
Raccolsi le mie cose e me ne andai, baciando tutti, abbracciando
tutti, nascondendo lo stupore e l'orrore.
Naturalmente mio padre non aveva idea del motivo che
mi aveva portata a New York, n tanto meno dell'intensit
del mio coinvolgimento. Adesso, dalla prospettiva che ho
ora, vedo che ero gi con le spalle al muro: da un lato la
prigione, dall'altro la perdizione.
Per il resto della mia permanenza a New York evitai gli
occhi di mio padre. Cercai di incapsulare il suo intempestivo
sforzo di farmi districare dal Second Front fingendo
che non fosse mai accaduto niente. In realt non avrei
potuto farlo, certo non in quel momento. Lui non aveva
capito che non ero nemmeno in grado di considerare le
sue parole sotto una luce positiva. In effetti, mio padre mi
aveva teso una mano invisibile. Dietro, vedo mia madre
che lo assilla: Bernie, per favore. Il bambino ha bisogno
di lei. Falla tornare. Avremmo dovuto parlare prima. Bernie,
per una volta sfrutta la tua eloquenza per riportare a
casa nostra figlia, cos potr avere una vita felice. A te dar
ascolto. Ma, no, io sentivo solo un vecchio che constatava
i propri errori, le opportunit che si era lasciato sfuggire,
timoroso di ammettere con se stesso, lanciandosi in una
inutile arringa, che era troppo tardi. Era troppo tardi.
Martin, che ora aveva pi di sei anni, mi sorprendeva
sempre, nonostante i miei genitori mi tenessero regolarmente
aggiornata sui suoi progressi. Non ero mai preparata
a quanto l'avrei trovato cresciuto, a quanto fossero cambiati
nel frattempo i suoi interessi, le sue capacit. Qualche
volta avevo incontrato dei bambini nelle famiglie che mi
avevano ospitato nel Sud e nel Midwest e c'erano un sacco
di bambini indiani che scorrazzavano per la riserva. Per
me, per, erano solo bambini generici, per nessuno dei
quali nutrivo un interesse particolare. Ma chiedevo sempre
quanti anni avevano e cercavo di desumere da questo l'altezza
e gli interessi di Martin. Con Martin la mia reazione
era possessiva. Non riuscivo a togliergli gli occhi di dosso.
Riconoscevo facilmente la somiglianza con Urey, i tratti
minuti, gli occhi nerissimi, il taglio a mandorla, il bianco
quasi invisibile. Ma la pelle di Martin era color cioccolato
amaro, non color caffellatte come quella di Urey. Aveva i
capelli tagliati corti e cos ricci che era quasi impossibile
pettinarli, nerissimi. Le labbra erano pi piene di quelle di
un bianco, ma non erano troppo larghe e lasciavano un
sacco di spazio alle guance paffute da bambino.
Nei pochi mesi in cui lavorai al Madison Square Garden,
portai Martin a fare lunghe passeggiate, senza precauzioni,
riversando su di lui l'onda dei miei pensieri. Un'osservazione
mi portava alla successiva, senza logica, e gli
parlavo con la speranza di comunicargli i sentimenti, pi
che le informazioni che davano le parole.
Qualunque cosa ricordasse e capisse di ci che gli dicevo,
speravo che assorbisse il vincolo speciale che lo legava
alla donna che compariva di tanto in tanto nella sua vita,
che veniva accolta a casa sua come una della famiglia, che
sembrava avere un legame con lui ma allo stesso tempo
sembrava da lui totalmente indipendente. Gli parlavo delle
cose che trovavo nascoste dentro di me, di tutto quello che
in genere tentavo di soffocare. Le insicurezze. Le preoccupazioni.
Come fosse impossibile essere tanto perfetti quanto
si appariva agli occhi degli altri. Come ci si potesse
vergognare di s. Come anche i grandi potessero piangere.
Gli parlavo tanto, ma ci toccavamo poco. Gli Yates non
avevano l'abbraccio facile. Stephanie mi salutava sempre
con un abbraccio e un bacio sulla guancia, anche quando
ci vedevamo tutti i giorni. Era il suo modo di dare una
stretta di mano. I suoi non erano quegli ostentati baci
hollywoodiani schioccati in aria, erano un gesto sincero ed
entusiasta che traboccava calore, non un mero rituale. Pur
con tutte le volte che mi salutava in questo modo, io non
me lo aspettavo mai e mi prendeva sempre alla sprovvista.
Che fosse per via del suo esordio nella vita cos poco
ortodosso, o per il miscuglio di patrimoni ereditari, o per
qualche altra forza ultraterrena ancora al di l dell'umana
comprensione, Martin era quel tipo di persona che sapeva
entrare in comunione con gli animali e con gli animi forse
pi facilmente che con gli esseri umani. Questo suo lato
spirituale sembrava farlo muovere su un altro livello. Lui
non aveva paura delle cose che spaventavano i suoi amici.
Entrava senza titubanza nelle stanze buie; agli estranei - i
barboni nel parco, per esempio - parlava liberamente,
come se fossero suoi parenti; gli scoiattoli non solo non
avevano paura di lui ma venivano a mangiare dalla sua
mano. Naturalmente, Martin non conosceva altri modi.
Questa sua sensibilit doveva essere innata o forse era il
risultato del suo essere praticamente orfano. Anche se eravamo
divisi, spesso e a lungo, lui - un bambino - era
l'unica persona con la quale abbandonavo ogni censura
senza temere ritorsioni. Aspettavo con ansia le nostre conversazioni,
anche se lui parlava poco.
La rapina allo stadio fil liscia come l'olio. Alla data
fissata per il lavoro Susan Fisher vendeva biglietti gi da tre
mesi. Il giorno dell'evento i soldi venivano raccolti ogni
ora da tutti gli sportelli delle biglietterie e depositati in una
cassaforte dell'ufficio, finch non si decideva di sospendere
le vendite. In genere, l'ultima raccolta era dopo l'intervallo,
e prima di portare il denaro alla cassa continua della banca
si faceva il conteggio finale. Una volta finiti i conteggi e
compilata la distinta, prima di essere infilati nel sacco della
banca, i soldi restavano ben allineati su una scrivania dell'ufficio.
Era questo il momento di maggiore vulnerabilit:
il denaro era tutto nello stesso posto e il tesoriere aveva la
guardia abbassata, perch aveva tutto il contante sotto agli
occhi. Fu in quel momento che Harvey, completamente
vestito di nero e con una mascherina nera che gli copriva
il naso e la bocca, entr nell'ufficio con Phil. Si scusarono
velocemente, tramortirono il tesoriere e buttarono i soldi
in due borse. Un minuto dopo avevano con s tutto il
denaro ed erano gi fuori dall'uffcio. Da rampe ed entrate
diverse gli altri raggiunsero Phil e Harvey e, senza dar
mostra di conoscersi, formarono una falange intorno a loro
e cominciarono a salire e scendere le scale della metropolitana
senza fermarsi mai, fino a quando non arriv un
treno proprio mentre scendevano da una rampa. La strategia
era di restare in movimento e di restare uniti. Salirono
su un treno che portava verso la periferia.
Restarono sul treno per un paio di fermate senza scambiarsi
mai uno sguardo o una parola, come se fossero dei
perfetti sconosciuti, poi risalirono in strada e presero un
autobus che tornava verso il centro. Viaggiarono per
un'ora e mezzo cambiando a casaccio autobus e treni, finch
Harvey non diede il segnale che potevano rilassarsi. Si
separarono e ciascuno torn per conto proprio alla base.
All'appartamento esultarono per il successo della missione
e si congratularono gli uni con gli altri. Il ritorno alla
riserva fu scaglionato. Susan Fisher continu a lavorare al
Madison Square Garden per un altro mese per non destare
sospetti. Urey e Phil chiusero gradualmente la base e tornarono
alla riserva seguendo un percorso tortuoso.
Sul treno, tornando alla riserva, ero assolutamente euforica.
Non vedevo l'ora di ritrovarmi con gli altri, con gli
uomini, con Urey. Avevo evitato tutti a New York, ma
camminavo per le strade con una specie di mezzo sorriso
soddisfatto, uno scalpitante autocompiacimento a malapena
trattenuto che non vedevo l'ora di condividere con
qualcuno. Eravamo un gruppo da nulla e tuttavia ce l'avevamo
fatta. Per quanto spudorato fosse il nostro piano,
eravamo riusciti a eseguirlo alla perfezione. Era questa sensazione
di successo, di successo contro ogni previsione, che
metteva in ombra tutto il resto. Quando si dice la sospensione
del giudizio... Era impensabile ora giudicare e condannare
i nostri giochetti, non era pi tempo. Era fuori
discussione. Ci coalizzammo tutti dietro i piani di Harvey,
nessuno, forse, senza riserve, probabilmente nemmeno
Harvey. Eravamo venuti tutti da direzioni diverse, ma
adesso eravamo uniti insieme e per questo pi forti. Le
nostre riserve, una volta sviscerate, non vennero pi ridiscusse.
Era una cosa di famiglia e si agiva insieme, reciprocamente
impegnati per il comune successo. Era l'unico
modo. Il nostro legame si rinnovava ogni giorno, indipendentemente
da quello che ciascuno di noi aveva pensato
prima, dalle obiezioni che poteva sollevare, dalle preoccupazioni
che poteva esprimere: una volta in ballo, si ballava
insieme. La gioia rimbalzava su noi come una bacchetta
magica, ci toccava tutti, ci contagiava di allegra euforia.
Immagino il prigioniero evaso, nascosto sotto un ponte,
mezzo sommerso dall'acqua salmastra e maleodorante, che
ridacchia tra s e s, quasi sul punto di tradirsi scoppiando
di gioia, e intanto i cani si allontanano dalla pista e lui
sente gli inseguitori che si gridano a vicenda di aver perso
le tracce. Ce l'ha fatta!  evaso ed  ancora vivo, contro
ogni previsione. Era questo il nostro trionfo. Ed era questo
che ci teneva uniti.
Quando tornai alla riserva ero piena di energia. Volevo
fare sesso con tutti, persino con Harvey, o soprattutto con
lui. Volevo dimostrargli quanto mi sentissi parte di loro,
quanto fosse forte la mia appartenenza. Era un impulso
fraterno, indubbiamente. Con Urey lo feci, e fu sesso soffuso
di gioia, di sollievo, fu una affermazione di vita, precisa,
perfetta, assolutamente appropriata. Muovendoci lentamente,
insieme, ci abbandonammo al piacere di non
finire, di tenere viva l'eccitazione. Ci separammo, non
ancora appagati, la sospensione preferibile allo sfogo di
tutta quella gioia. Non sapevamo se l'avremmo mai sperimentata
di nuovo. E poi insieme, di nuovo uniti, quasi
sfidandoci a vicenda su chi avrebbe accelerato, su chi
avrebbe ceduto al bisogno, ma ancora muovendoci appena,
sentendo l'esplosione di piacere dell'altro come la propria,
perduti nella vittoria.
Presentavamo una facciata fredda, calcolatrice, anche
priva di sentimenti, ma la verit era che provavamo delle
emozioni molto intense, amplificate. Il nostro cameratismo
era ugualmente esagerato, rispondente all'eccezionalit
delle circostanze. Queste sensazioni davano dipendenza,
e quando ero sola mi sentivo spesso a disagio. Mi serviva
una nuova dose.
Finora ci siamo limitati a mettere in atto dei giochetti
collegati ai diritti civili. Forse  ora di allargare il tiro,
propose Harvey.
 strano che tiri fuori questo argomento, Harvey,
disse Urey. C' tanto pacifismo in giro, che pensavo proprio
a quanto sarebbe stato difficile non lasciarsi coinvolgere.
Coinvolgere in che senso? chiese Phil.
Be', la gente sta gi facendo molto: bruciano le cartoline
di chiamata alle armi, scacciano dalle strade i reclutatori
di volontari, cose del genere. Anche noi potremmo
fare qualcosa di simile e firmarlo con il nostro nome.
Tu che ne pensi, Joan? Secondo te annacquerebbe
troppo il nostro scopo originario?
Be', Harvey,  pi che logico che noi vogliamo sostenere
il movimento pacifista, ma questo non significa
necessariamente che dobbiamo abbandonare il nostro scopo
originario. Non possiamo pensare di fare entrambe le
cose?
Io avevo in mente la base militare vicino a dove vivevo,
nel Mississippi. Hanno un enorme deposito di munizioni
su un lato della strada e di fronte c' lo stabilimento dove
vengono assemblate. Forse potremmo intralciare in qualche
modo la loro capacit di produrre questi strumenti di
morte. Quando penso che fanno fare a noi i proiettili che
poi i nostri soldati dovranno usare per ammazzare la gente,
mi pare di impazzire, esclam Urey con ira.
Perch tu e Phil non andate laggi a vedere se le cose
sono ancora come te le ricordi? Hai modo di entrare nella
base, Urey? gli chiese Harvey.
Probabilmente ci sono parecchi dei miei compagni di
scuola che lavorano ancora per lo zio Sam, ma credo che
sarebbero felici di darci una mano.
Non cercare aiuti esterni se abbiamo la possibilit di
arrangiarci da soli.
Giusto, Harv.
Come ti sembra, Joan? mi chiese Harvey.
Francamente, mi sembra molto pericoloso. In modo
diverso da come sono state pericolose le altre nostre azioni.
Qui mi sembra che rischiamo di saltare in aria anche noi
con le munizioni. Siamo abbastanza esperti da poter gestire
una cosa del genere?
Quando arriv il momento, mi venne assegnato il compito
di guidare la macchina per la fuga. Mi trasferii nel
Mississippi e mi trovai un lavoro. Questa volta dovevo
evitare qualsiasi contatto con Urey e gli altri: loro pensavano
che da quelle parti una coppia mista avrebbe attirato
troppo l'attenzione. Con il nome di Jackie Lewis lavorai in
una tavola calda per circa un mese prima del giorno fissato
per l'azione. Urey e Phil entrarono nella base grazie a un
contatto e si nascosero finch non fece buio, poi piazzarono
gli esplosivi vicino al deposito di munizioni. Avevano
deciso di non toccare lo stabilimento di assemblaggio.
Sincronizzai il momento in cui passare davanti alla base con
il timer del detonatore, feci salire Urey e Phil e continuai
a guidare. Harvey mand un messaggio a nome del Second
Front alle stazioni televisive.
Capimmo pi tardi il nostro errore, quando il compagno
di scuola di Urey testimoni davanti alla corte marziale.
Evidentemente il suo superiore lo aveva visto parlare
con uno sconosciuto nel mese precedente l'esplosione e lo
aveva chiamato per fargli delle domande. L'uomo se la
cav con relativa facilit. Ammise di conoscere Urey e
confess di essere stato lui a farlo entrare nella base. Neg,
sinceramente, di sapere che cosa avesse in mente di fare e
si dichiar completamente all'oscuro del coinvolgimento
di Urey nei Second Front. Diede loro tutto quello che
chiedevano.
Il caso era semplificato dal fatto che i colpevoli - noi -
avevano rilasciato volontariamente la loro confessione.
Restava solo da scoprire il nome degli altri membri del
Second Front. In effetti, in questo modo si semplificarono
le cose anche per noi: ora tutto quello che i membri del
Second Front dovevano fare era stare alla larga dall'FBI.
Fu allora che ci accordammo con il capo indiano Longfish
perch ci facesse da contatto. Una volta al mese, il
dieci, alle dieci di mattina, ora del Montana, avrei dovuto
chiamare il capo indiano per avere istruzioni. Avevo un
margine di tempo di cinque minuti, dopodich avrei dovuto
aspettare il mese successivo. Gli incontri sarebbero
stati fissati a non meno di un mese dalla notifica, nel luogo
e nel giorno che il capo indiano ci avrebbe indicato.
Qualsiasi impegno di lavoro o qualsiasi altro impegno
personale avrebbero dovuto essere sacrificati per questi due
appuntamenti. Ogni ulteriore contatto sarebbe stato solo
di persona durante questi incontri. Nessuno doveva fare
niente che non fosse stato deciso insieme agli altri, e di
persona. Non dovevamo fidarci di informazioni o istruzioni
arrivate per via diversa.
D'ora in poi dobbiamo dipendere solo da noi stessi.
Saremo in contatto costante, ma dovremo arrangiarci da
soli. Se avete bisogno di aiuto, lo dovrete chiedere durante
la telefonata mensile. Se vi trasferite in un'altra citt, ditelo
al capo indiano. Non  strettamente necessario comunicargli
anche il vostro nuovo nome, se lo cambiate. Per questo
si pu aspettare l'incontro successivo. Harvey era cupo
mentre elencava le regole.
Io ero ben preparata a questi dettagli pratici ed ero
abbastanza forte emotivamente da sopportare l'emergenza.
Era chiaro che non sarebbe stata una situazione temporanea.
Alcuni del gruppo stavano decidendo di mettersi insieme
e in diversi mi chiesero se volevo stare con loro.
Rifiutai. Io e Urey ne avevamo gi discusso la notte prima.
Urey aveva anticipato quella che sapeva essere la mia
posizione: saremmo andati ciascuno per la propria strada.
Ormai mi conosceva bene e preferiva lasciarmi con amore
piuttosto che con l'amarezza di quella prima volta. Ammise
che era la cosa pi ragionevole, non quella che preferiva,
ma la pi ragionevole. Al momento della separazione
ci abbracciammo tutti, ancora legati dalla convinzione
condivisa di aver fatto ci che avevamo fatto per una causa
nella quale tutti credevamo, e di essere in grado di
sopportarne le conseguenze. Ero entrata nel loro gruppo
ad occhi aperti, conoscendo le loro intenzioni, e non avevo
rimpianti.
Ricordo bene il brivido di esaltazione che mi fece tremare
quando ciascuno di noi diede l'addio a tutti gli altri
con un abbraccio. Il nostro compito, ora, era quello di
confonderci sullo sfondo della vita americana, diventare
anonimi, tanto comuni da risultare invisibili. Grandi abbracci,
strette di mano, baci, auguri di buona fortuna sussurrati
o non detti, un'ultima stretta per dire Sii forte,
una pacca sulla spalla per farsi coraggio. Una squadra che
si faceva forza, che raccoglieva le energie prima di entrare
in campo; soldati che salutavano i commilitoni, con le
labbra serrate, ma determinati, pronti alla battaglia imminente.
Eppure era elettrizzante, era una sfida, una prova
ulteriore della mia sincerit, della mia devozione alla causa.
Fallire era impensabile.
Mi concentrai sulla rivista mentre il treno in corsa attraversava
il continente. Questa sarebbe stata la mia prima
nuova identit prolungata e sarei stata completamente da
sola. Senza la sorveglianza di un compagno, ora dipendeva
solo da me mantenere il contatto o sparire per sempre, se
avessi voluto. Affrontai la situazione suddividendola in
tante decisioni minori. La prima: il nome. Volevo un
nome senza significato, un nome che non richiamasse alla
mente niente o nessuno in particolare; nessuno avrebbe
dovuto pensarci due volte. Dovevo evitare le mie iniziali
vere, J e Y, e i nomi che avevo gi usato. Perch non
semplicemente Mary? Mary chi? Mary Black. Oh, certo,
nero, giusto per il simbolismo. Meglio un altro colore.
Mary Green. Verde andava bene. Con o senza e finale? E
se fosse stato al plurale? Mary Greens. Mi piaceva. Non 
eccentrico e tuttavia  un po' diverso dai soliti. Non ho
mai sentito di nessuno con questo nome, quindi non sto
duplicando niente. Nessuno mi dar fastidio per la e finale,
se lo tengo al plurale.  facile da scrivere. Riuscir a
ricordarmelo? Lo spero. Tanto per cominciare lo user per
affittare una stanza da qualche parte. Il Texas dovrebbe
essere uno stato abbastanza grande per far perdere le proprie
tracce.
Lo era. Mary Greens prese una stanza in affitto e spedendosi
delle lettere stabil il suo nuovo indirizzo.
Avevo dei progetti per Mary. Doveva essere molto diversa
da Joan, pi delle mie precedenti identit. Buttati i
jeans, gli stivali da cowboy e la cintura di cuoio lavorato
a mano che mi aveva fatto un amico indiano, gironzolai
per tutta una serie di negozi e comprai vari oggetti di uso
comune, ma per me nuovi: forcine per capelli, un reggicalze,
una sottoveste, una camicia da notte. Mi infilai un
sassolino nella scarpa destra per rallentare il passo, dal
momento che avevo la tendenza a camminare al ritmo
rapido di New York, pi che passeggiare. Speravo che il
sassolino me lo tenesse a mente. Pensai a gesti che non
usavo praticamente mai: movenze civettuole delle braccia,
le mani sui fianchi, tra i capelli. Mi esercitai ogni giorno
con un gesto diverso, finch non diventarono abituali. Feci
lo stesso per le gambe. Mai accavallate: ne feci una norma.
I piedi rigorosamente appoggiati al pavimento o al massimo
incrociati alla caviglia. Non cos facile da ricordare. Mi
scoprivo soprappensiero, assorbita da un libro o da un
film, con le gambe accavallate al ginocchio. Pi esercizio.
Mary inizi a lavorare in una pasticceria industriale con
il compito di scartare i pasticcini imperfetti che le passavano
davanti su un nastro trasportatore nero. Doveva
portare sui capelli una specie di cuffia da doccia e rispettare
una serie di norme igieniche: niente starnuti, togliere
dal nastro tutti i pasticcini toccati anche inavvertitamente
e, naturalmente, scartare i pasticcini imperfetti. Per evitare
di cadere nella tentazione di mangiarne, sia di quelli imperfetti,
il che era permesso, sia di quelli perfetti, il che
non era permesso, Mary elimin completamente i dolci
dalla sua dieta. Cos avrei perso anche qualche chilo e avrei
cambiato aspetto.
Trovai sollievo nella monotonia del lavoro. Non dovevo
interagire con nessuno, non dovevo socializzare, pianificare
o prendere decisioni. Era chiarissimo quando un pasticcino
era imperfetto. Nel caso lo dimenticassi, c'era la figura di
un pasticcino ben riuscito incollata sopra la mia postazione
di lavoro, accanto a quella di altri che invece mostravano
vari tipi di imperfezioni: il bordo ondulato irregolare, la
decorazione sulla parte superiore non perfettamente riuscita,
eccetera. Era un periodo di pausa per il cervello: dalle
otto alle quattro e mezzo sapevo che Mary era fuori pericolo,
e potevo rilassarmi un poco. Tranne durante le pause
obbligatorie. Erano delle interruzioni di quindici minuti la
mattina e il pomeriggio, in cui dovevamo staccare e riposare
in un'altra stanza. Era necessario interrompere il
movimento ipnotico del nastro trasportatore, spostare lo
sguardo altrove e cessare il movimento sempre uguale della
testa verso destra per seguire la nuova infornata in arrivo.
Parecchie di noi, tutte donne, facevano la pausa insieme,
e Mary doveva chiacchierare con loro del pi e del meno
per quindici minuti due volte al giorno. Poteva aver poco
da dire, ma non poteva tagliarsi fuori completamente dalla
conversazione senza richiamare l'attenzione su di s. Per
ragioni di sicurezza, dunque, Mary comprava al supermercato
qualche giornale scandalistico o qualche settimanale
per le famiglie e li usava come spunto per la conversazione.
Ella, una collega con il doppio degli anni di Mary che
faceva questo lavoro ormai da vent'anni, le diede qualche
consiglio. Non solo su come controllare i pasticcini - Non
trovare troppi scarti, fa imbestialire i pasticcieri; controlla
un pasticcino s e uno no, chi vuoi che se ne accorga? -
ma anche sulla sua vita sociale. Ella si era fissata di voler
trovare un marito a Mary. Avrebbe voluto che tutte fossero
sposatissime come lei. Pi volte Mary non si era presentata
a qualche cena domenicale adducendo una malattia o un
impegno precedente. Per tappare la falla della domenica,
Mary inizi a lavorare come volontaria in un canile e a
passare il pomeriggio a giocare con i cani e i gatti abbandonati.
Non bastava inventarsi delle scuse, bisognava averne
una vera. E cos Mary si riemp le giornate: la sera
ascoltava la radio, la domenica pomeriggio portava a spasso
i cani. Si organizz la vita.
Naturalmente, una volta al mese Mary chiedeva una
pausa alle dieci, ora del Montana: un giro in bagno, consentito
dal regolamento, con una sosta per una breve telefonata
al capo indiano. In una di queste chiamate, Longfish
la inform che era stato fissato un incontro a Kansas
City, alla stazione ferroviaria, alle cinque in punto dell'ultimo
giorno del mese successivo. Preparai tutto in modo
che se ci fossero stati degli impedimenti non sarebbe stato
necessario tornare indietro. Mary Greens pag l'affitto fino
alla fine del mese e avvert la pasticceria che presto avrebbe
dato le due settimane di preavviso. Nessuno avrebbe sentito
la sua mancanza, nessuno l'avrebbe attesa, nessuno
avrebbe pi sentito parlare di Mary Greens, se fosse stato
necessario.
Gli effetti personali che portai con me a Kansas City
erano pochi e con il tempo sarebbero spariti del tutto.
Lasciai nella stanza quasi tutti i vestiti di Mary Greens, il
filodendro che coltivava sul davanzale della finestra, i
poster che aveva appeso per decorare le pareti, la foto di un
cantante folk, la pubblicit di un circo e una mappa della
Francia. Le riviste e i libri tascabili di Mary erano ordinatamente
impilati accanto al letto e accanto alla sedia. La
stanza era una scena di teatro con tanto di arredi; una
volta smontata la scena, l'essenza stessa di Mary Greens si
sarebbe dissolta.
Ci ritrovammo in dieci a Kansas City: Harvey, Urey,
Phil, io e gli altri. Arrivammo puntuali e ci salutammo
goffamente, non sapendo bene come comportarci in un
posto pubblico, non pi a nostro agio nei nostri panni.
Gir l'ordine di andare individualmente o a coppie in un
vicino ristorante navajo, dove avremmo potuto incontrarci
in privato. Urey mi prese per mano e lungo la strada ci
aggiornammo a vicenda su come avevamo passato questi
mesi. Lui era tornato a casa di sua zia, nel Mississippi,
dove le strade asfaltate diventavano sterrate: l aveva potuto
confondersi nell'ambiente e trovare protezione nella sua
famiglia allargata.
Parte della forza di Harvey come leader  la sua inspiegabile
capacit di formulare le idee che ciascuno di noi sta
pensando tra s e s. Qualche volta se ne esce con delle
riflessioni in cui noi riconosciamo subito le idee che ci
vagano per la testa e che non siamo ancora riusciti a fermare.
Al ristorante Harvey espresse con precisione quello
che ciascuno di noi era arrivato a concludere durante i
mesi di separazione.
Secondo me dobbiamo pensare a un altro giochetto.
Dobbiamo dimostrare all'FBI che siamo ancora vivi e vegeti.
Abbiamo ancora delle cose da dire. Rappresentiamo
ancora la nostra gente.
Dato che di questi tempi i diritti civili non sembrano
pi costituire un interesse prioritario per l'opinione pubblica,
prendiamo un'altra strada e facciamo un'altra dichiarazione
contro la guerra. Le due cose non sono senza collegamento.
Voglio dire, in questa guerra i musi neri vanno
ad ammazzare i musi gialli, e come al solito sono comandati
da una banda di musi bianchi. I neri vengono sfruttati
e si trovano a combattere in una guerra voluta dall'uomo
bianco, il che dimostra l'incapacit della nostra societ di
offrire uguali opportunit a tutti. C' una specie di ripugnante
ironia della sorte nel fatto che questi neri entrano
nell'esercito perch non riescono a trovare nessun altro
lavoro. Non avendo studiato, sappiamo bene che sono
buoni solo a premere il grilletto, e molti dei soldati che
conosco io dicono che l'unico tetto che riescono a trovare
 quello della galera o quello della caserma.
Comunque, statemi a sentire. Possiamo arrivare direttamente
ai pezzi grossi, colpendoli con un messaggio sulla
loro guerra e con un ulteriore messaggio, che  la beffa di
dimostrarci capaci di agire anche se siamo ricercati dall'FBI.
L'idea  di piazzare dei fuochi d'artifcio speciali il 4 luglio
in tre posti diversi: la sede dell'FBI a New York City, il
distretto militare a Washington, D.c. e gli uffici della Dow
Chemical Corporation nell'indiana, dove fabbricano il
napalm. Che ve ne pare?
Il gruppo, stanco dell'inattivit, accolse con entusiasmo
l'idea di Harvey. Da parte mia, mi piaceva la scelta di
luoghi simbolici e il fatto che i nostri obiettivi non fossero
persone ma edifici. Non sembrava vera violenza, solo una
dichiarazione forte. Nel corso del mese seguente Harvey
avrebbe raccolto i fondi e ci avrebbe informati su come e
dove prelevarli. Anche se non se ne parl apertamente, da
varie voci e vaghi commenti arrivai alla conclusione che
Harvey fosse immischiato in qualche traffico di droga.
Non riuscii a capire se anche lui si facesse, ma Jim era pi
lunatico di quanto ricordassi. Io ero una persona troppo
indipendente per cedere alle droghe: se non riusciva a
controllarmi la mia famiglia, non avrei certo piegato il
capo alle leggi della chimica. Non avendo la completa fiducia
di Harvey n degli altri, tenni per me le mie riserve.
Ci servivano dei soldi per procurare i materiali per le
bombe e bisognava metterli insieme. Fino a quel momento
avremmo dovuto aspettare nelle rispettive citt mantenendoci
in contatto con gli altri.
Harvey ci diede istruzioni sui prodotti chimici e sui
materiali che avremmo dovuto procurarci e su come si
fabbricavano le bombe. Come al solito, avrebbe pensato
lui a diffondere il messaggio televisivo. A ciascuno di noi
venne assegnata una citt diversa dove recarsi subito dopo
l'azione. Non ci sarebbe stato bisogno di incontrarsi di
nuovo prima del 4 luglio. Poi sarebbe tornata in vigore la
solita procedura.
Io venni assegnata al distretto militare di Washington
con Garnet e Phil. Garnet part in autobus, mentre io e
Phil arrivammo a Washington su treni diversi e seguendo
percorsi diversi. Gli accordi erano di passare ogni mezzogiorno
al Lincoln Memorial finch non ci fossimo incontrati
tutti e tre. Come prima cosa presi una casella postale
alle poste centrali di Washington, da usare per scambiarci
messaggi. Il giorno seguente, a mezzogiorno, io, Garnet e
Phil ci incontrammo alla sinistra della statua di Lincoln,
sotto il Discorso di Gettysburg. Diedi loro il numero della
casella e la combinazione. Saremmo passati a controllarla
ogni giorno, ciascuno a un'ora diversa. Avremmo segnalato
un incontro lasciando nella casella una busta vuota, che
significava un appuntamento per il giorno seguente a
mezzogiorno al Lincoln Memorial. Avremmo dovuto continuare
ad andare al monumento ogni mezzogiorno fino a
quando non fossimo riusciti a incontrarci. La procedura si
rivel efficace: ciascuno di noi passava a controllare giornalmente
la casella, che conteneva solo pubblicit finch
non arriv il messaggio.
Sotto l'autorevole figura del gigantesco Lincoln seduto,
come pellegrini in visita a un reliquiario, apprendemmo
dell'incontro in cui avremmo ricevuto i soldi.
Tornammo al ristorante di Kansas City ciascuno per
conto proprio. Garnet venne incaricato di procurare i
materiali per la bomba, mentre io e Phil avremmo dovuto
assemblarli. Tutti e tre, poi, saremmo andati al distretto
militare e l'avremmo lasciata davanti alla porta principale.
L'avremmo programmata perch esplodesse all'alba. Il posto
dove vivevo io era il pi adatto per preparare la bomba.
Il 3 luglio Garnet port i materiali nella mia stanza, e
quella notte Phil venne da me per assemblarli.
Tutto and come previsto. Nessuna delle tre esplosioni
provoc altro che danni alle cose, dato che a quell'ora non
c'era quasi nessuno in giro. Alcuni passanti vennero investiti
da schegge di vetro, ma non ci furono vittime. La
dichiarazione era fatta.
Sul treno, ancora una volta, sfogliai una rivista per scegliermi
un nuovo nome. Ellen Drew aveva vissuto a
Washington per qualche mese, ma aveva lasciato improvvisamente
la citt il 4 luglio e si era dissolta nel nulla. Aveva
pagato alla padrona di casa tutto l'affitto che le doveva e
non aveva lasciato niente, se non un dentifricio qualsiasi,
del sapone e qualche giornale locale. Anche se l'FBI fosse
riuscita a collegare Ellen con me, non avrei perso niente,
ero comunque in fuga. Dopo l'annuncio di Harvey in cui
il Second Front rivendicava la responsabilit dei tre attentati,
entrai con loro nella lista dei primi dieci ricercati di
tutto il paese. Mi chiesi come fossero arrivati al mio nome.
Il Second Front monopolizzava quasi tutti i posti nella lista
dei primi dieci criminali latitanti. Per quante informazioni
avesse potuto fornire la mia padrona di casa dopo gli attentati,
l'FBI non mi si sarebbe avvicinato di un passo.
Come Laura O'Neill vissi a San Diego per sei mesi.
Nell'arco di un mese Laura aument di sette chili, cambiando
aspetto in modo clamoroso. Il suo corpo prese le
forme di una persona in sovrappeso cronico. Laura camminava
strascicando i piedi e portava dei vestiti che ne
accentuavano la grassezza. Tutte le sue cose erano almeno
di una taglia troppo piccole, e Laura non faceva mistero
dei rotoli di ciccia sotto gli strati di maglioni e gonne che
indossava. Il viso si era trasformato in una faccia rotonda
da bambolotto, con le guance paffute e pi di un doppio
mento. Per cambiare ancora di pi, mettevo un trucco
pesante sulla faccia scialba di Laura e le feci crescere i
capelli finch non furono abbastanza lunghi da poterli
raccogliere in un'antiestetica e insignificante coda di cavallo.
Laura aveva la tessera della biblioteca: niente best seller
e niente classici, per. Solo gialli. Se ne portava a casa a
quintali ogni settimana, finch non ebbe esaurito gran
parte dell'offerta di mercato. Trovai a Laura un lavoro temporaneo
come impiegata in un grande magazzino. Viveva
da sola, aveva pochi amici e una vita molto regolare. Il
dieci di ogni mese, alle dieci del mattino, telefonavo al
capo indiano. Per sei mesi mi disse di richiamare, perch
non c'erano messaggi. Finalmente mi inform di un incontro
in una fattoria nell'Iowa e Laura O'Neill spar senza
lasciare traccia.
In questo incontro seppi perch Phil non rientrava nella
lista dei primi dieci ricercati insieme a noi. A quanto sembrava,
aveva sempre lavorato per gli altri. Il governo lo
aveva reclutato gi nel Montana, prima ancora che io
entrassi a far parte del gruppo, prima ancora della fondazione
del Second Front. Phil aveva detto tutto ai federali,
ma aveva cercato di salvarsi la pelle. Alla fine, per, non
c'era riuscito: Harvey si era sbarazzato di lui dopo averlo
intrappolato nel suo doppio gioco. Phil aveva informato
l'FBI anche dei traffici di droga e in questo modo aveva
prosciugato un'importante fonte di soldi per il movimento
e di droga per Harvey e Jim. Phil era rimasto invischiato
in un pericoloso conflitto di fedelt. Quando l'FBI lo aveva
avvicinato e gli aveva offerto la libert in cambio della sua
collaborazione come infiltrato, non aveva saputo rifiutare.
Lo capivo. Io stessa ero ostaggio delle mie convinzioni.
Ora che avevo partecipato alle azioni del Second Front,
avrei potuto chiudere soltanto costituendomi. Se fosse servito
a qualcosa, l'avrei fatto. Ma avrebbe significato solo
uno di meno a lavorare nel movimento e la prigione per
me. Era un nodo gordiano che adesso mi incatenava al
movimento. Non avevo alternativa. Non c'erano pi i dibattiti
filosofici, non c'era pi da scegliere la strada giusta.
Anche nei momenti peggiori non avevo mai dubitato che
la mia vita attuale, per quanto lontana dalla perfezione,
fosse preferibile al carcere. Le mie azioni mi avevano marchiata
come una criminale pericolosa e quindi avrei cercato
di restare libera il pi a lungo possibile, accettando le
conseguenze, se fossero venute.
C'erano poche cose che consideravo come un sacrificio.
La prima era Martin. Soffriva per la mia assenza? Non
avevo mai avuto la sensazione che il mio stile di vita potesse
danneggiarlo, ma ero consapevole di quanto mi
mancasse. Passavo troppo poco tempo con lui. L'estate
prima avevo trascorso un'ora con Martin sulla spiaggia, a
Coney Island. Aveva sette anni, ormai. Lo aveva accompagnato
mia madre, avevamo trovato un posticino per il
nostro telo da bagno in mezzo alla folla chiassosa e avevamo
giocato con la sabbia. Dopo un'ora mi ero scusata,
avevo baciato Martin e mia madre e mi ero allontanata. I
miei obiettivi si rafforzavano quando incontravo Martin.
Non che sperassi di realizzare qualcosa da cui lui avrebbe
potuto trarre vantaggio in futuro, anche se sul lungo termine
questa speranza c'era, ma lui sapeva che stavo lavorando
per una buona causa. In un certo modo, vedere
Martin era una specie di rigenerazione spirituale che mi
spronava nel mio lavoro.
L'altro sacrificio era proprio il Second Front. Adesso,
quando ci incontravamo, sentivo una vera e propria repulsione
per la tossicodipendenza sempre pi evidente di
Harvey. Non aveva ancora fatto stupidaggini, ma temevo
che fosse solo una questione di tempo prima che crollasse.
Ci avrebbe venduti per una dose oppure avrebbe fatto
qualche errore di valutazione che ci avrebbe incastrati tutti.
E poi, le attivit del Second Front erano diventate sempre
pi violente. Era Harvey il responsabile, era lui che
prendeva le decisioni, e tutti accettavano il fatto. I nostri
giochetti erano diventati sempre pi spericolati, sempre
pi rischiosi e sempre meno simbolici. Con il passare del
tempo era raro che avessero un vero messaggio: adesso
erano quasi sempre solo per i soldi.
Era impossibile controllare Harvey. Lui era sempre stato
perentorio: fingeva di consultarsi con noi, ma in realt ci
manipolava e ci portava dove voleva lui. Ovviamente non
potevo confidarmi con nessuno nel movimento, nemmeno
con Urey. Dopo la storia di Phil, sapevamo tutti che non
ci si poteva fidare pi di nessuno. Dare voce alla mia insoddisfazione
sarebbe stato interpretato come un chiaro
segno di infedelt, sarebbe stato come chiedere di farsi
togliere di mezzo.
Inizialmente, non avendo altra possibilit, passare dalla
disobbedienza civile alla militanza non mi era sembrata
una cosa molto grave. Ero meno orgogliosa della possibilit
di finire in carcere per aver ferito qualcuno che per
aver disobbedito apertamente a una legge iniqua. Ero
meno orgogliosa, ma non per questo mi tiravo indietro.
Chiaramente, dopo quello che era successo a Phil, chiunque
si fosse ritirato a questo punto avrebbe fatto la stessa
fine. All'inizio mi ero venduta al movimento e adesso
Harvey possedeva una parte anche di me.
Nel cuore del paese, dove tutto mi sembrava vagamente
irreale, il gruppo discuteva sul prossimo giochetto. Era
un'azione che doveva servire a raggranellare dei fondi ed
era molto pericolosa. Il piano consisteva nell'appropriarsi
dei depositi bancari del casin dell'hotel Hilton di Las
Vegas. Harvey aveva scoperto che i soldi venivano depositati
nella cassa continua della Nevada State Bank, a circa
un chilometro e mezzo dall'hotel. Il piano era richiedere
questo: una chiave della cassa continua per effettuare dei
depositi notturni, aspettare che l'hotel facesse il suo deposito,
aprire la cassa continua subito dopo e tirare fuori il
sacco dell'Hilton con una specie di amo da pesca. Avremmo
preso i contanti e poi avremmo rimesso dentro il sacco
vuoto.Harvey era esaltato dal suo piano, ma per mitigare l'impressione
che fossimo solo dei volgari rapinatori di banca,
butt l qualcosa sul giochetto che sarebbe seguito a quello
dell'Hilton. Aveva in mente di far esplodere uno dei missili
segreti nascosti in un silo sotterraneo nell'Idaho. Non ci
sarebbe stato pericolo, non ci sarebbero state radiazioni
perch i missili erano disarmati e non c'era personale di
sorveglianza. I missili costituivano una parte importante
dell'arsenale nucleare che in teoria avrebbe dovuto mantenere
un equilibrio tra le potenze degli Stati Uniti e della
Russia. Sarebbe stata una suprema dichiarazione antimilitarista.
Il comunicato stampa relativo a questo giochetto
avrebbe sottolineato che i soldi spesi per la custodia del
missile avrebbero potuto dar da mangiare a migliaia di
americani affamati. Invece di spendere denaro per la gara
agli armamenti, noi volevamo proporre che la lotta per il
potere si spostasse verso il soddisfacimento dei bisogni
della gente. Harvey non specific i dettagli della missione,
ma era di questo che parlavamo tutti quando la riunione
si sciolse. Nessuno pensava pi ai soldi dell'Hilton.
Fin male per il Second Front. L'Hilton di Las Vegas
aveva delle misure di sicurezza un po' pi elaborate di
quelle che Harvey aveva elencato. L'hotel aveva scelto la
Nevada State Bank, una banca minore, perch aveva sottoscritto
un accordo particolare per tutelare i depositi
notturni del casin. Considerata la pi intensa attivit notturna
dell'hotel, che in pratica scambiava il giorno per la
notte, la banca aveva assegnato ai depositi notturni una
guardia giurata speciale. Prima o poi, ragionavano, tutti
avrebbero scoperto che l'Hilton si appoggiava alla NSB. Il
che significava che il loro cliente sarebbe stato vulnerabile
tutte le notti durante le operazioni di deposito, che
avvenivano a cadenza oraria. Oltre ad assicurare la presenza di
una guardia giurata, con una spesa modesta la banca aveva
installato anche una cassa continua a uso esclusivo dell'Hilton.
Da parte sua, il casin aveva adottato una mentalit
da cowboy per la vigilanza: due guardie a cavallo
accompagnavano una limousine nera nel viaggio tra l'hotel
e la banca. Queste guardie erano armate di fucili e revolver
automatici. L'unico punto debole della procedura era proprio
l'elemento umano. Dopo otto o dieci depositi orari
ogni sera, per sei o sette anni senza mai il minimo incidente,
le guardie giurate, quelle della banca e quelle dell'Hilton,
si sentivano tranquille. Ripetevano gli stessi movimenti
tutte le notti, salutavano la guardia della banca
quando arrivavano, qualche volta il tesoriere dell'Hilton gli
offriva qualcosa da bere mentre scendeva dalla limousine
con le chiavi e il sacco e si avvicinava alla banca per aprire
la cassa continua e infilarci dentro i soldi. Negli anni si era
creata una certa amicizia. Anzi, la guardia della banca, una
delle due che facevano a turno il lavoro, era stata raccomandata
per il posto proprio da uno degli uomini della
vigilanza dell'Hilton, suo ex compagno di scuola. E cos,
quando si avvicinava la limousine scortata dai cavalli, le
guardie si salutavano amichevolmente e si chiedevano
come stavano le rispettive famiglie e i figli, e se sarebbero
andati alla partita di football della scuola nel fine settimana.
Non occorre aggiungere che le guardie non si aspettavano
che succedesse niente e che pensavano di avere il
lavoro pi facile di tutto il deserto.
Da parte sua, Harvey non sapeva nulla delle guardie a
cavallo, n delle guardie giurate della banca. La presenza
dei cavalli diede all'incidente un che di paradossale, ma il
sangue versato era caldo ed era reale. Ci sarebbero sempre
state diverse versioni di ci che accadde quella notte.
Dall'una e dall'altra parte ci fu un sopravvissuto. Uno dei
cavalli, di natura mite e sensibile, giunto nei pressi della
banca nitr e scart. Probabilmente aveva sentito la presenza
di Harvey e Garnet che aspettavano in macchina a una
trentina di metri di distanza. Dietro l'angolo c'erano Urey
e Jim, a piedi. Quando il cavallo percep la presenza di
estranei e reag, la guardia che lo cavalcava scrut nell'oscurit,
vide un bagliore e spar. Invece di scappare,
Harvey rispose al fuoco e la guardia giurata della banca
spar in difesa dell'amico e via cos, finch tutti quelli che
avevano un'arma non l'ebbero scaricata contro qualcun
altro. Io non ero armata e aspettavo alla stazione degli
autobus a qualche isolato di distanza. Il tesoriere nella limousine
chiese immediatamente aiuto via radio e le sirene
della polizia iniziarono a ululare per le strade di Las Vegas.
Nessuno ci bad, tranne me. Salii sul primo autobus che
si ferm. In seguito, Harvey spieg che era riuscito a cavarsela
perch si era abbassato proprio quando il proiettile
destinato a lui aveva infranto il parabrezza. Garnet era
morto. Urey era morto. Jim era morto. Le due guardie a
cavallo erano in alto, in piena vista, e si erano trovate nella
traiettoria di un paio di proiettili. Erano morte. La guardia
giurata della banca era morta.
Quando la polizia perquis la macchina che Harvey, nel
panico, aveva abbandonato a un paio di isolati di distanza,
trov il messaggio che aveva intenzione di mandare alle
stazioni televisive in cui rivendicava a nome del Second
Front il dirottamento del ricavato dei giochi d'azzardo
dell'Hilton.
L'autobus su cui ero salita era diretto ad Atlanta. Mi
presentai alla persona che avevo seduta a fianco come
Anne. Vissi ad Atlanta per quasi un anno, lavorando principalmente
in una libreria. Per un po' di mesi arrivai anche
a condividere la stanza con Nora, una donna che avevo
conosciuto al lavoro. Facevo le mie telefonate mensili al
capo indiano, che ogni volta per mi diceva di richiamare
perch non c'erano messaggi.
Gran parte del tempo che passai ad Atlanta vissi nel
lutto. Lessi i dettagli della disfatta del Nevada e della
morte di Urey sui giornali della citt. Ci volle molto tempo
per lenire il dolore della perdita di Urey. Naturalmente,
la gente che avevo intorno non immaginava nemmeno che
l'espressione della mia faccia non fosse quella abituale.
Adesso che non era pi possibile, fantasticavo forse sull'idea
che un giorno avrei potuto far incontrare Martin e
Urey e che entrambi mi avrebbero perdonato per ci che
avevo rubato loro, per aver imposto nelle loro vite i miei
desideri egoistici e testardi. Urey avrebbe reagito con profondo
risentimento. Immaginavo il suo orrore nell'apprendere
che ero stata capace di tenere lontano il padre dal
figlio e il figlio dal padre. Mi avrebbe aggredito, senza
capire. Pensavo di essere dio, a interferire cos nella vita
degli altri per i miei scopi personali? Ero umana, almeno?
Urey non avrebbe mai preso la decisione che avevo preso
io. Ci conoscevamo bene. Ci amavamo, persino. Ma non
ci amavamo bene. Le cose avrebbero potuto essere diverse.
Soprattutto ora che vedo crescere Martin, ci penso spesso.
Se fosse successo a me invece che a Urey, nessuno avrebbe
potuto dirlo a Martin. Sarebbe diventato orfano, con suo
padre ancora vivo ma all'oscuro di tutto. Che pensiero
triste. Ad Atlanta mi svuotai e reagii molto lentamente.
Non era difficile limitare la conversazione con la mia compagna
di stanza, era come se non ci fosse nessuno in casa.
Nora soffriva di un disturbo compulsivo. La libreria era
un paradiso per lei: tutti quei libri da sistemare, da disporre
in ordine alfabetico, da suddividere per categoria.
Avrebbe potuto essere una delle donne che inventavo io.
Raramente si incontra qualcuno la cui personalit sia permeata
in modo tanto assoluto da uno specifico tratto distintivo.
Nora non faceva niente per limitare le situazioni
che avrebbero alimentato il suo disturbo compulsivo. Aveva
il portafogli organizzato fino al centesimo, con tutte le
monetine nel proprio scomparto, tutte le banconote ben
ordinate e allineate nello stesso verso. Bisognava vederla
quando controllava l'anno di emissione delle banconote
per suddividerle in sottocategorie, le pi vecchie davanti,
le pi nuove dietro. Il cassetto delle posate era cos
ordinato che non si poteva resistere alla tentazione di sconvolgere
il perfetto schieramento militare di forchette e coltelli.
Sentivo una certa vicinanza con Nora: mi pareva di
riuscire a capire, in parte, la pace che si poteva provare ad
avere tutte le posate, tutte le medicine, tutta la biancheria
in ordine perfetto. Era come avere una barriera di protezione
intorno a s e alle proprie manie, uno steccato- o una
rete metallica infinita e perfetta tra s e il mondo. C'eri tu,
imperfetta e angosciata, poi un muro razionale, artificiale,
meccanico, e poi il mondo imprevedibile, inconoscibile,
infinitamente variabile. S, potevo capire Nora, senza dubbio.
Le chiesi se era sempre stata cos ordinata (non dissi
compulsiva). Mi spieg che era affascinata dalle cose in fila
sin da quando era bambina. Me ne enumer alcuni esempi:
da piccola contava sempre i fori della griglia fissata sul
muro accanto al letto dove appendeva i giocattoli, li contava
e li ricontava; teneva i pastelli ordinati secondo i
colori dell'arcobaleno, come quando li aveva comprati;
qualche volta risistemava i libri in base a principi diversi:
il numero delle pagine, il nome dell'autore invece del cognome,
il nome del protagonista, eccetera.
Non era difficile per Nora trovare cose da mettere in
ordine, ma anche l'hobby che aveva scelto era perfetto per
lei: le coperte trapuntate. Praticamente ogni singolo aspetto
dello schema di lavoro faceva appello alle sue particolari
abilit. Mi invit a partecipare a uno dei suoi corsi e io
accettai pi per una sorta di stordimento che per altro. Da
me Nora non si aspettava che una interazione minima e,
fintantoch tenevo le mie cose in ordine, mi lasciava in
pace. Il mio umore era monocromatico e cos pure fu la
trapunta che cucii. La mandai a Stephanie, sapendo che
avrebbe capito di doverla usare senza parlarne con nessuno.
Rimasi ad Atlanta quasi un anno. Non mi ero mai
fermata tanto a lungo nello stesso posto negli ultimi dieci
anni. Ma un giorno un uomo entr in libreria e chiese una
biografia di J. Edgar Hoover(3). Mi si accappon la pelle.
Lo credetti un messaggio. Come al solito, le mie cose personali
erano in ordine e non ci fu bisogno di tornare nella
mia stanza. Non salutai nemmeno Nora, con cui vivevo
ormai da otto mesi. Uscii dal negozio alle due e mezzo del
pomeriggio e presi un treno diretto a nord.
Ero a disagio quando giunsi alla fattoria. Era la prima
volta che cercavo aiuto. Finora ero sempre riuscita a confondermi
nell'ambiente, a diventare qualcun altro. In un
angolino della mente avevo immagazzinato il nuovo indirizzo
di Marsha e Barry Simpson, come ultima spiaggia.
Adesso avevo bisogno di una mano. Avevo visto la mia
libert minacciata da quell'uomo nella libreria di Atlanta.
Quando fui sul treno, per, mi tranquillizzai molto. Capii
che forse avevo avuto una reazione eccessiva, ma non pensai
nemmeno lontanamente all'idea di tornare indietro.
Una volta formulato, il pensiero era potenzialmente realistico,
quindi proseguii. Il viaggio fu lungo e, mentre il
monotono sferragliare mi distendeva i nervi, presi ad analizzare
il mio comportamento. Essendo sempre andata
avanti da sola, per scelta, avevo sottovalutato quanto fosse
incerta la mia situazione. Non cercavo pi di mimetizzarmi
nell'ambiente: scappavo, costantemente. Avevo immaginato
che un giorno la fuga sarebbe finita. Pur essendo
cos esperta nel creare nuove identit, erano talmente tanti
i fattori al di fuori della mia capacit di controllo, che
anche quando mi consideravo pi sicura, quando ero pi
a mio agio nella nuova identit, c'era sempre l'eventualit
che qualcuno notasse qualcosa di strano, un dettaglio che
mi poteva tradire. L'impossibilit di sapere quando o dove
sarebbe successo o quale dettaglio avrebbe potuto essere
notato mi aveva logorato i nervi. Chiedere una biografia di
Hoover, a pensarci bene, era una mossa troppo ovvia per
un agente vero. Forse avevo abbandonato una copertura
efficace senza motivo. Ma non riuscivo pi a sopportare
l'idea di stare ancora da sola, avevo bisogno di appoggio
morale, di solidariet.
 vero, tutte le persone che coinvolgevo nel mio gioco
venivano a trovarsi in pericolo: se fossi stata scoperta, loro
sarebbero diventate dei sospetti e proprio da loro avrei
potuto ricevere una pugnalata alle spalle quando meno me
l'aspettavo. Era per queste ragioni che avevo sempre evitato
i Simpson e anche tutti gli altri compagni. Ma i tempi
erano cambiati. Adesso arrivavo alla fattoria ancora nei
panni di Anne di Atlanta, non ancora trasformata in Beth
Harper del Vermont.
I Simpson mi accolsero reprimendo la sorpresa, ma in
un rapido scambio di sguardi colsi una traccia di nervosismo,
segno evidente del fatto che conoscevano bene la
mia situazione e che provavano una automatica preoccupazione
per se stessi e la loro famiglia. Mi presentarono i
bambini e accolsero Beth Harper nella loro casa. I Simpson
non chiesero altre spiegazioni, bast quell'unica frase
- Ho bisogno di una mano - che avevo appena sussurrato
quando mi avevano trovato sulla porta. Beth Harper
visse con loro e li aiut nei lavori alla fattoria per qualche
mese.
Anne di Atlanta aveva bisogno di qualche cambiamento
per arrivare a essere Beth a tutto tondo. La commessa della
libreria portava gli occhiali e si raccoglieva i capelli in una
coda di cavallo. Beth avvolse accuratamente gli occhiali
nella carta igienica e li butt nel contenitore per gli assorbenti
nella toilette della stazione. Si tagli i capelli piuttosto
corti, in modo che non avessero bisogno di molte cure.
Marsha mi sorprese quando si compliment per il nuovo
taglio, osservando che li portavo proprio cos l'ultima volta
che ci eravamo viste, cinque anni prima. Mi ripromisi di
sistemarli in un altro modo. Ricominciai a portare la salopette,
come tutti alla fattoria, gli stivali e una camicia da
lavoro. Beth era quasi una replica di com'ero io quando
avevo lasciato la riserva per diventare Mary Greens. La
famiglia Simpson e la vita alla fattoria costituivano per me
una struttura gi pronta. In passato mi ero sempre dovuta
creare un contesto, adesso invece non dovevo far altro che
adeguarmi al loro stile di vita. Come al solito, misi Beth
a lavorare con grande entusiasmo, in parte anche per ripagare
i miei amici per l'inquietudine che, mi rendevo conto,
procuravo loro con la mia presenza. Non parlammo mai
della mia situazione, ma io avevo portato Beth in quella
casa ed ero determinata a farla diventare una risorsa per
loro.
Beth trov ben presto un sistema redditizio per dare il
suo contributo alla fattoria. Accompagnando i Simpson a
una riunione degli allevatori e degli agricoltori della zona,
Beth scopr che serviva aiuto per creare un chiosco dove
commercializzare verdure e oggetti artigianali di loro produzione.
Molti avevano un hobby invernale - intagliare il
legno, cucire o fare altre cose durante le lunghe e lente sere
d'inverno - e molte delle fattorie avevano prodotti agricoli
in eccedenza che avrebbero potuto vendere se avessero avuto
un chiosco. Ma nessuno di loro poteva assentarsi dalla
propria fattoria abbastanza a lungo per seguire una cosa
cos impegnativa. E cos Beth si offr volontaria. Pass
lunghe giornate e molte ore di prima mattina a occuparsi
dell'arrivo delle merci, dei fornitori, delle vendite e delle
percentuali, a richiedere nuovi scaffali e cartelli, a introdurre
migliorie e innovazioni, finch tutti gli agricoltori non
dichiararono che senza Beth sarebbero stati ancora fermi a
pensare all'utilit di aprire un chiosco, un giorno o l'altro.
Beth andava di rado in citt, ma almeno una volta al
mese, il dieci, ci si recava per telefonare al capo indiano.
Dal massacro di Las Vegas erano passati quasi due anni e
da allora non c'erano pi stati messaggi. In tutto questo
tempo non avevo pi osato telefonare ai miei genitori e a
Martin, ben sapendo che erano sicuramente al corrente di
quanto era successo. Finch Beth gestiva il chiosco, ero sua
prigioniera, non mi avrebbe lasciato fuggire.
Tanto minuziosamente l'avevo inventata, che Beth aveva
quasi annullato la sua creatrice. Stavo scomparendo.
Ogni volta che chiamavo il capo indiano la mia vera identit
si risvegliava un poco. C'erano dei momenti in cui
Beth sembrava in lutto, gli occhi persi nel vuoto, l'espressione
del volto e lo sguardo rivolti all'interno. Quando i
miei amici mi vedevano cos, cercavano di distrarmi e sul
momento ci riuscivano. Ma con il passare del tempo Joan
appassiva e Beth soffriva per la perdita. Era stato sorprendentemente
e inaspettatamente facile per me diventare
Beth, in pratica in via definitiva. Joan Yates ormai non era
altro che una delle mie identit passate, definitivamente
scomparsa come Ellen Drew o Laura O'Neill. In passato
avevo sempre avuto dei momenti in cui poter stare da sola
ed essere me stessa. Adesso ero Beth a tempo pieno.
I Simpson ora stavano scontando gli anni che avevano
passato fuori dal movimento. Sapevano di aver scelto la
vita pi facile, mentre io avevo sempre corso dei rischi per
combattere per quello in cui anche loro credevano. Senza
dubbio si sentivano in colpa - e la colpa era cresciuta negli
anni - per aver anteposto al movimento i loro obiettivi
personali. Io non avevo mai vacillato nel mio impegno,
con un idealismo che loro in fondo invidiavano. Nel corso
degli anni avevo avuto numerose possibilit di formare dei
legami, ma avevo sempre resistito. Me li immaginavo,
Barry e Marsha, nel cuore della notte, nella quiete dell'aperta
campagna, a domandarsi a bassa voce se anche
loro adesso avrebbero potuto essere in fuga, come me. Una
parte di loro desiderava ancora vivere nella certezza dell'impegno
assoluto e si rimproverava la scelta di abbandonare
il gioco. Barry e Marsha erano scivolati nell'agio della
vita americana, una vita senza fastidi, chiusa nel privato,
presa solo dalle inezie quotidiane, le piccole preoccupazioni,
la gestione della casa, il pranzo, la cena, i bambini,
questioni minime che richiedevano minime decisioni, limitate
solo a se stessi. Che cosa era successo al genere
umano? Alla giustizia? Con Beth in giro, meglio evitare le
discussioni serie, meglio soffocare la curiosit con la gratitudine
del non avere segreti da custodire.
Secondo un codice inespresso, i bambini erano considerati
ancor meno affidabili dei drogati nel mantenere un
segreto. Il giorno il cui la piccola arriv a casa e raccont
dell'uomo che al parco giochi le aveva chiesto della signora
che viveva con loro, ritornai in me. Anche se cos all'improvviso,
dovevo partire subito. Lasciai tutte le cose di
Beth nella sua stanza, baciai i bambini, baciai i Simpson e
li ringraziai frettolosamente.
L'unico luogo dove avrei voluto trovare rifugio era la
riserva, ma sapevo che era anche l'ultimo posto dove andare.
L mi sarei sentita a mio agio: gli indiani, la vita alla
riserva, altre persone che vigilavano per me. Adesso per
non ci avrei pi trovato Urey e questo pensiero mi tormentava.
Le porte che un giorno avrebbero potuto aprirsi
erano chiuse e sigillate per sempre, i rapporti che avrebbero
potuto nascere e crescere, ghigliottinati. Non ci avevo
mai pensato finora. E cos mi fermai nella prima grande
citt che incontrai, Boston, e l mi stabilii come Nancy
Perkins. Il dieci del mese non c'erano messaggi. Il peso
dell'isolamento, da Martin e dai miei genitori, da quelli
che mi conoscevano, mi faceva male al cuore. Per la prima
volta non riuscivo a impedirmi di intromettermi nella vita
dell'altra.
Nancy Perkins abbandon subito lo stile campagnolo di
Beth Harper e in breve tempo ne perse anche l'aspetto
fisico e i modi. Nancy era snella - in poco tempo avevo
perso cinque chili - e portava le gonne. Avevo un sacco di
soldi con cui iniziare, dopo i mesi di lavoro al chiosco delle
fattorie. Nancy doveva confondersi nella vita cittadina:
gettai via le salopette e le camicie da lavoro di Beth e feci
in modo che Nancy fosse sempre ben curata: si truccava
con moderazione, andava regolarmente dal parrucchiere e,
in generale, si adeguava all'immagine stereotipata della
media borghesia urbana conservatrice. Nancy comprava le
riviste giuste, si faceva fare le unghie, usava persino un
profumo alla moda. Avevo pensato di trovarle un buon
lavoro in un ufficio, come dattilografa o segretaria, magari,
eventualmente anche come centralinista, ma poi presi la
prima cosa che mi capit, un lavoro da cameriera in una
tavola calda.
In una situazione normale, un lavoro del genere non
avrebbe costituito per me una grande sfida, ma avevo la
mente altrove, ero cos assente che la cosa inizi a ripercuotersi
su Nancy. Nella mia stanza feci un bell'esame di
coscienza.
Mi impedisco di concentrarmi sul lavoro. Non ci vuole
Einstein per prendere degli ordini e portare da mangiare,
ma mi intrometto di continuo. Non avevo mai avuto
questi problemi, finora. Ce la sto mettendo tutta, davvero,
ma a quanto pare non riesco proprio a lasciare in pace
Nancy. Si sta facendo la fama di una sbadata e maldestra.
Facciamo tutti degli errori, ogni tanto, ma la cosa sta cominciando
a crearmi problemi. Devo fare di meglio.
Le altre ragazze cercavano di coprire Nancy, facevano in
modo che i suoi clienti venissero serviti, rimediavano ai
suoi errori. Dopo un'altra settimana, feci un nuovo esame
di coscienza.
 cos difficile, l fuori, cercare di tenere tutto in piedi.
Quella cretina mi ha fatto tornare indietro tre volte con il
toast prima di trovarlo di suo gradimento. Forse sarebbe
meglio che mi facessi trasferire in cucina, giusto? Non  un
vero fallimento. Sto facendo del mio meglio. Pi o meno.
Okay, va bene, ci sono dei problemi sul lavoro. Bell'affare!
Non appena far spostare Nancy in cucina filer tutto
liscio.
E cos Nancy venne trasferita in cucina. Funzion, per
un poco, ma la paura di essere scoperta era pi insistente
degli ordini che mi arrivavano al microfono. Nancy Perkins
venne licenziata. Ero mortificata, ma Nancy si scosse
di dosso il turbamento e la mattina dopo di buonora si
mise subito a spulciare le offerte di lavoro sul giornale. Si
present per un lavoro in fabbrica, pensando che una attivit
manuale e ripetitiva potesse essere pi facile da svolgere,
anche con la mente altrove. In effetti era pi facile,
ma Nancy era costretta ad allontanarsi spesso dal tavolo di
lavoro, proprio perch io ero troppo agitata. Pi tardi, ci
riflettei.
So perch succede.  passato molto tempo, ormai, e
questo isolamento comincia a pesarmi. Ma non riesco a
farci niente. Non posso dire a Harvey di organizzare qualcosa
solo perch io sto crollando. Ma sto veramente crollando?
 solo perch siamo inattivi da troppo tempo e
perch ho perso il contatto con tutti. Non mi aveva mai
dato fastidio, prima, per non era mai durato cos tanto.
Sono anni, per l'amor del cielo...
Seduta nella mia stanzetta, iniziai a tremare, a lasciarmi
andare. La faccia perse l'abituale compostezza e mi abbandonai
a uno scoppio di pianto irrefrenabile, come quello
di un neonato. Piansi, intensamente e disperatamente. Ma
senza melodrammi: continuai a restare seduta sul letto. I
singhiozzi mi salivano dal profondo delle viscere e a un
certo punto divenni consapevole di tutto il chiasso che
facevo. Feci molti respiri profondi finch non riuscii ad
allontanare il pianto e a recuperare il normale ritmo del
respiro.
Forse dovrei chiamare a casa...
Sentii una voce calma nella testa, la parte di me pi
razionale e controllata.
Avevo le batterie scariche, mi serviva una spinta. Dai
Simpson c'era stata una tacita solidariet: le nostre passate
esperienze comuni non rendevano necessario discutere dei
dettagli specifici. Spesso ci scambiavamo delle occhiate
d'intesa, dei complici ammiccamenti, dei piccoli gesti
amichevoli. Una sera eravamo seduti tutti insieme, chi a
leggere, chi a giocare a Scarabeo con i bambini, e aspettavamo
che si facesse l'ora di andare a letto. Andai in cucina
a bere. Feci scorrere l'acqua per un momento e quando
chiusi il rubinetto sentii Marsha che parlava con Barry
nell'altra stanza. Ti ricordi l'ultima riunione del NANA?
Avremmo voluto salvare il salvabile dell'organizzazione,
ma non sapevamo come. Te lo ricordi bene, lo so. Fu una
giornata nera per noi. Per un verso. Per un altro, fu l'inizio
della nostra vera vita. Una vita da rivendicare per noi stessi,
da vivere noi due, per noi due, e adesso per i nostri
bambini. Quando eravamo nel NANA, eravamo come due
nomadi, in giro per il paese con il movimento, senza sapere
mai quello che avremmo fatto la mattina dopo o dove
avremmo dormito quella notte. A me piace la vita che
facciamo qui. Forse il nostro raggio d'azione  limitato, ma
quando mi va il sapone negli occhi e allungo la mano per
prendere l'asciugamano, so dove trovarlo. E la mattina la
luce entra sempre dalla stessa finestra, e trovo il bagno
anche nel cuore della notte, e la tua mano quando mi
sveglio. So che ci sono delle altre persone che portano
avanti il lavoro anche per noi. A volte mi sento male per
questo, ma non abbastanza da pensare di rinunciare a
quello che abbiamo qui. Ricordi che ci sentivamo chiamati
a una missione, a vivere per una vita migliore? Be', la
nostra vita adesso sembra molto pi normale, ma  giusta
per noi. Forse non sar significativa per nessun altro, ma
ognuna delle nostre piccole giornate significa qualcosa, per
me e per te.
Pensai che Marsha stesse cercando di trovare una giustificazione
alla loro scelta di abbandonare il movimento e
trovai il suo discorsetto piuttosto patetico. Io stavo passando
un brutto periodo, ma non era- la prima volta.
L'avrei superato. Sono forte. La mia dedizione alla causa 
incrollabile. Avevo condiviso la vita dei Simpson senza
convinzione, senza tutta me stessa. C'era Beth alla fattoria,
non io.
Questa doppia vita non era pi possibile senza un aiuto
dall'esterno. Andai a una cabina telefonica, composi
lentamente il numero della segreteria e dopo il segnale dissi: Ti
voglio ancora bene, Martin.
Non riuscii a dire altro, ma bast. Strano, ma vero. Il
solo sapere che Martin era l ad ascoltare il mio messaggio,
la mia voce, mi diede la forza di andare avanti. Immaginavo
la spia che lampeggiava sulla segreteria dopo tanti
mesi di silenzio. Evocare Martin chiar la fermezza di propositi
che stava alla base di ci che facevo. Martin, mio
figlio, sarebbe orgoglioso di me, se fossi forte. Ci che
faccio  per una ragione importante e devo rimanere concentrata.
Queste conversazioni a senso unico erano efficaci come
un incontro a tu per tu. Mi davano ispirazione, tranquillizzavano
la mia famiglia e ricordavano a Martin che cero
ancora. Non dicevo mai niente di particolarmente importante,
non rivelavo mai dov'ero o dov'ero stata, n con chi:
erano solo chiacchiere, commenti sui fatti del giorno, auguri
di buon compleanno, cose simili. Avevo bisogno di
loro, avevo bisogno che fossero esattamente l dov'erano,
che facessero esattamente la vita che facevano, tranquilla e
persino silenziosa, contrari a ogni mio singolo passo, ma
pieni di indubbio e inespresso amore. Ero io a scegliere se
stare in contatto o meno, io, che avevo rivendicato la libert
di seguire la mia strada.
Avevo preso la tirata di mio padre come un tentativo di
compensazione per la sua filosofia genitoriale lassista. Era
stata molto dolorosa, ma era giunta troppo tardi per fare
una differenza. Possono commettere tutti gli errori possibili,
i miei genitori, ma riescono ancora a farmi piangere.
Adesso sentivo di pi l'urgenza di restare in contatto
con Martin, anche se era pi difficile. Man mano che la
mia vita come Joan si riduceva, le mie opzioni si facevano
pi limitate. Il mio impegno era stato semplice, le mie
scelte sempre dettate dal beneficio che ne avrebbe tratto il
movimento. Portare giustizia nella societ, consentire a
tutti di avere le stesse possibilit nella vita, fare in modo
che le persone venissero trattate con rispetto... erano questi
i miei obiettivi. Adesso ci pensavo meno. Giorno per giorno
le mie motivazioni erano il travestimento e l'inganno,
non pi il progredire della causa della giustizia. Anzi, mi
rendevo conto di quanto raramente la giustizia e il rispetto
umano fossero al centro delle mie azioni. Avevo passato
gran parte degli ultimi anni a scappare. Scappare dai fantasmi,
scappare nel vero senso della parola, anche quando
mi fermavo in un posto. Sopravvivere. In qualche modo,
il mio ordine del giorno aveva subito un radicale stravolgimento:
far progredire la causa nascondendo Joan.
Dopo questo contatto con Martin e i miei genitori,
Nancy riusc a restare per un altro po' di tempo alla fabbrica
senza attirare l'attenzione su di s. Ma poi dov'era
finita la giustizia? E quando mi ero resa conto che noi del
movimento eravamo troppo invischiati per poterci tirare
indietro, o troppo spaventati all'idea dell'arresto e della
condanna per preoccuparci degli ideali? Che cos'era il
movimento, adesso? Di certo non quello che era quando
la mia indignazione per come stavano le cose mi aveva
spinta a cercare dei modi per cambiare la societ. Che cosa
stavo facendo, adesso? Potevo affermare di essere motivata
dal desiderio di un cambiamento sociale, o non investivo
piuttosto tutte le mie risorse, ogni giorno, per evitare di
essere scoperta? S,  vero, la vita  una serie di compromessi,
ma con chi avrei dovuto negoziare? Avevo gi perso
la libert, era come se fossi gi in prigione. Ma la prigione
sembrava una scelta poco realistica. A che scopo finire
dentro? Non era preferibile avere almeno questo poco di
libert, invece di pensare al carcere? Eppure, c'era qualcosa
di seducente nell'idea della prigione. Almeno non avrei pi
dovuto continuare a nascondermi. Non avrei pi dovuto
essere sempre all'erta per non dimenticare la parte che
recitavo. Avrei potuto essere Joan, e basta. Non avrei dovuto
pianificare le mie giornate, non avrei dovuto vivere
una vita fasulla per sembrare uguale a tutti gli altri. Avrei
potuto leggere e parlare direttamente e rispondere onestamente.
Sarebbe stato un bel miglioramento far rientrare
l'onest nella mia vita. L'inganno non mi veniva cos facile.
L'onest, istintiva e naturale, era una delle parti migliori di
me. L'artifcio era difficile, non solo per la necessit di
essere sempre coerente nel ruolo di qualcun altro, ma per
il disgusto interiore che provavo ogni volta che mi trovavo
costretta a ingannare. Era in un certo senso ignobile non
dire la verit. Si mente perch ci si vergogna della verit?
La verit non mi aveva mai imbarazzato e l'avevo sempre
preferita. Adesso, erano rare le occasioni in cui potevo dire
la verit.
Negli ultimi due anni, prima ad Atlanta e poi alla fattoria,
ero stata me stessa solo per una piccola porzione di
tempo. Forse, fra qualche altro anno di finzione, non ci
sarebbe pi stata nessuna Joan. In che modo, esattamente,
tutto questo contribuiva alla causa del movimento? Adesso
ero costretta a non farmi scoprire per evitare di dover
implicare anche gli altri. C'era Harvey. Anche se non avevo
fatto molto per la causa della giustizia negli ultimi anni,
mi sentivo ancora fedele a quello che il movimento rappresentava.
Ero ancora convinta che dovesse aver luogo un
cambiamento profondo per creare una societ giusta.
C'erano ancora delle persone che non avevano un'equa
possibilit nel mondo ed era mia responsabilit fare tutto
quello che potevo per porvi rimedio. Che cosa c'era di pi
importante?
Alla successiva telefonata, Longfsh aveva un messaggio:
ci sarebbe stato un incontro alla riserva alla fine del decimo
mese. Avevo tempo a sufficienza per rimettermi in
sesto, dire addio a Nancy e prepararmi per il viaggio verso
ovest.
La riserva non era cambiata molto dall'ultima volta che
l'avevo vista. C'erano ancora gli uomini di guardia, le casette
linde con tanti bambini che giocavano in cortile, i
giardini stentati e le molte facce senza sorriso. Io e Harvey
ci abbracciammo, poi salutai gli altri tre scampati da Las
Vegas. Ci incontravamo di nuovo, come i reduci di un
battaglione che tornano dalla prima linea, dalle trincee, e
fanno mentalmente l'appello prendendo atto di chi manca.
L'assenza di Urey fu un duro colpo.
Passammo qualche minuto a raccontarci a vicenda che
cosa avevamo combinato nel frattempo. Erano questi i
miei compagni di lavoro. Nessuno di loro mi piaceva particolarmente,
n aveva la mia stima. Ci eravamo trovati
insieme per ragioni diverse e adesso eravamo uniti in
modo permanente da quello che avevamo fatto. La nostra
esperienza comune ci aveva spinto pi vicino di quanto
non avremmo mai potuto essere in una situazione normale.
Condividere il pericolo, aver bisogno della protezione
reciproca, essere presi nella stessa rete.
Harvey e gli altri avevano elaborato il nostro prossimo
giochetto. Erano occorsi quasi tre anni per mettere insieme
il piano, ma era perfetto. Sapevo che era questa l'unica
ragione per cui Harvey poteva aver deciso di riunirci.
Harvey non aveva cambiato il suo aspetto tanto da non
essere riconoscibile. I capelli gli erano diventati piuttosto
grigi, oppure ne aveva tinto una buona parte, quasi la
met. Si era fatto togliere un neo da una guancia e si era
fatto qualche lavoro ai denti che in qualche modo gli aveva
modificato la forma della bocca. Io adesso mi ero avvicinata
il pi possibile ai quarantacinque chili. Il dimagrimento
era in linea con l'umore e comunque faceva parte
del ciclo di aumento e calo del peso che seguivo. Pensavo
che l'estrema magrezza fosse una cosa che saltava agli occhi
della gente. Quindi, se nel giro di qualche settimana avessi
messo su una ventina di chili, non sarei pi stata corrispondente
a questa descrizione.
Harvey, che in questi anni era vissuto pi di espedienti
e di inganni che delle proprie risorse, sapeva ben poco di
me e delle mie motivazioni. Gli era bastato che io, con la
mia reputazione di grande lavoratrice, avessi accettato di
aggregarmi a loro. Ci eravamo ritrovati insieme, e la situazione
poi era precipitata fino a questo punto. Eravamo
ingabbiati in uno schema d'azione in cui la violenza serviva
a richiamare l'attenzione sul messaggio: usavamo le
bombe invece dei microfoni per comunicare. Ma il messaggio,
adesso, era un'affermazione della nostra sopravvivenza,
era un atto di sfida, pi che un'idea. Il successo
adesso era farsi sentire, pi che indurre un cambiamento.
Harvey, vedendomi tanto diversa fisicamente, si rese conto
che non mi conosceva affatto e che non avrebbe saputo
prevedere la mia reazione alla sua proposta.
Inizi cos: Ho pensato a un giochetto molto simbolico,
ma allo stesso tempo concreto.
Onestamente, Harvey, intervenni, pensi davvero che
siamo pronti?  questo il momento? D'altra parte,  anche
vero che probabilmente siamo tutti stufi di fare la vita che
abbiamo fatto negli ultimi tempi. Che cosa hai in mente?
Ha a che fare con quel silo missilistico nell'Idaho, una
faccenda che mi ronza sempre per la testa.
Harvey, che cosa avrebbe a che vedere un silo missilistico
con i poveri? gli chiese Burt.
Il punto  che tutti i soldi che vengono investiti per
costruire e custodire un missile insulso potrebbero essere
spesi per chi ha fame, per tutti quei randagi senza lavoro,
per sistemare il ghetto, per migliorare le scuole dei neri. Ci
sono quintali di cose che si potrebbero fare con quei soldi.
Nessuno  stato capace di spiegarmi in parole povere perch
ce ne servano tanti, di missili. Se ne basta uno, o se ne
bastano sei per stendere quei russi, perch dobbiamo tenerne
seicento? Scommetto che i grandi fabbricanti di
armi vogliono vedere le ciminiere fumare a pieno regime
in tutti i loro impianti per dormire sonni tranquilli. Loro,
per, ce l'hanno il letto e tutti gli eccetera, mentre il resto
della nazione ha un bagno in comune in fondo al corridoio
e dorme in cinque in un letto.
Ma non fate parlare solo me, ragazzi, disse Harvey.
Avrete anche voi qualche idea. Fatemi capire bene. Sono
solo io che sono fissato?
Mi d il voltastomaco tutto il fiato che viene sprecato
a spiegare perch dobbiamo far piovere missili su quei
bastardi per farli schiattare tutti. Sono umani o cosa?
comment Quinn con voce roca.
Mi piacerebbe proprio vedere uno di quei missili
schizzare via. Ehi, Harv, se ne facciamo saltare uno mandiamo
in polvere tutto il paese? Facciamo cadere pioggia
radioattiva dappertutto? Magari finiamo in polvere anche
noi, disse Burt.
Aspettate un momento, ragazzi. Prima di tutto dovete
mettervi in testa che i missili non se ne stanno l con tutta
la roba nucleare dentro. Il missile  solo il piccione viaggiatore
che porta la bomba. Noi facciamo saltare il piccione,
come simbolo. Sapendo di non fare niente di veramente
pericoloso per nessuno. Si tratterebbe solo di illustrare
il nostro punto di vista a tinte un po' forti, spieg Harvey.
Questo  un elemento importante. Almeno per me,
intervenni. Stiamo cercando di dire al mondo che il
modo in cui vanno le cose non ci soddisfa. Stiamo cercando
di dire al mondo che bisogna fare dei cambiamenti.
Siamo diventati dei fuorilegge perch il mondo non ci
vuole ascoltare o non vuole sentire quello che abbiamo da
dire. Allora proviamo a dirlo in modo che nessuno poi
possa sostenere di non averci sentito. Ehi, Harvey, come
facciamo a sapere se c' un missile nel silo?
Be', abbiamo le nostre fonti. Ci diranno loro se c' il
missile nel silo. Abbiamo delle informazioni dall'interno,
ma a quello ci penso io. Sapremo per certo se c' o non c'
questo missile dannato.
Non credi che dovremmo conoscere tutti queste tue
fonti, Harvey? azzardai. Hai ancora paura delle spie?
Siamo rimasti solo in cinque. Se non ti fidi neanche di
noi,  meglio lasciar perdere.
Io penso che voi non vogliate sapere pi di quanto 
necessario. Finora nessuno di noi  stato nemmeno interrogato.
Pura fortuna. La prossima volta, chiss. Io non
vorrei che vi doveste preoccupare dei miei contatti gi al
silo. Non vi servono delle informazioni extra. Sarebbero
solo una cosa in pi da tenere segreta. E chi la vuole?
Facciamo un giro di opinioni e sentiamo che cosa
avete da dire voi su questa idea, propose Harvey. Comincio
io e vi dico subito che ne ho abbastanza di questa
merda della clandestinit. Voglio riprendere quello che
stavamo dicendo quando ci hanno interrotto in modo cos
maleducato. Non mi pare che siamo cattivi. Stiamo solo
cercando di mandare un messaggio. Un messaggio di rivoluzione.
Noi vogliamo che i nostri fratelli e le nostre sorelle
sappiano che ci siamo ancora e che lavoriamo ancora per
loro. Vogliamo giustizia e pari opportunit per tutti, indipendentemente
dal colore della pelle, dalla razza o dai
genitori. Vogliamo mettere un po' dei soldi di questa societ
a disposizione di quelli che ne hanno veramente bisogno,
non dell'industria bellica. Questa cosa rischiarer
tutto il cielo e speriamo che il nostro messaggio faccia
sapere a tutti che ci siamo ancora, anche se per un po'
siamo restati muti. Mi piace pensare che, se non lo facessimo
noi, lo farebbe qualcun altro.  giusto. Noi sappiamo
che non stiamo cercando di foderarci le tasche di soldi:
vogliamo ottenere qualcosa per i pi poveri. Io sono favorevole
a questo giochetto. Non sar facile, ma secondo me
ce la possiamo fare, se ci prendiamo il tempo che ci serve
e se non ci sono spie. Tu che ne dici, Burt?
Io ci sto, se  una cosa che possiamo fare per i fratelli.
La societ ufficiale mi guarda, ci guarda come se fossimo
criminali. Io so cosa vuol dire essere un criminale, e non
 questo. Noi stiamo cercando di portare avanti dei discorsi
importanti per la nostra gente. Perch devono spendere
tutti quei soldi per una manciata di silos e di missili?
Facciamolo saltare, gente, e facciamogli sapere che i neri
vogliono che i soldi vengano usati per loro. Ne hanno
bisogno loro, non i missili.
L'entusiasmo di Burt cresceva man mano che parlava,
alimentato dalle grida e dalle esclamazioni di incoraggiamento
degli altri. Burt non era un maestro di logica, ma
stava dalla parte del giusto, e lo sentiva. Harvey sollecit
Quinn a dire la sua.
Be', Harvey, e tutti quanti, io ci sto. Questa non  vita,
stare sempre imboscati, nascosti. Io sto andando in paranoia.
Facciamo qualcosa. Qualsiasi cosa proponi, Harvey.
Lester?
Io ci sto.
Joan, ultime le signore.
Harvey, ci sto anch'io. Dimmi che cosa devo fare.
Non correre troppo. Dobbiamo ancora fare un sacco
di preparativi. Mica si pu far saltare un silo da un giorno
all'altro, giusto?
S, voglio dire... qualunque cosa vuoi che faccia, sono
pronta. Quello che ha detto Quinn probabilmente vale per
tutti quanti. Non possiamo continuare all'infinito a fingere
di essere qualcun altro. Se proprio dobbiamo nasconderci,
almeno possiamo concludere qualcosa di buono nel
frattempo.
E cos Harvey cominci a organizzare l'attentato al silo
missilistico nell'Idaho. Ci disse di dividerci e di tenerci in
contatto come al solito. Avremmo ricevuto un nuovo
messaggio tra qualche mese.
E fu cos che venne creata Greta Ellington. Questa
nuova identit mi permise di confondermi nella folla della
grande metropoli e di vedere Martin e la mia famiglia,
cosa che sentivo il bisogno di fare gi da parecchio tempo.
Uno potrebbe pensare che New York City sia il posto
ideale per chi non vuole farsi notare. Confusione, folla,
gente di tutti i tipi. Sembra cos facile sparire. Certi giorni,
per, sembra quasi di essere a una rimpatriata. In un unico
giorno riuscii a schivare una persona del primo corso di
Filosofa da Azuma; vidi un cugino che detesto e che cerco
sempre di evitare, al quale dissi ciao, bene, bene, molto
bene, non riuscendo a svicolare. In quella stessa giornata
vidi anche una persona che avevo conosciuto nella sede del
Midwest. La evitai con destrezza.
Avevo sentito dire che Lorraine Taylor, una della resistenza
del NANA, lavorava come assistente sociale a New
York. Decisi di correre il rischio e la contattai. Lorraine mi
indic un appartamento che rientrava in un progetto di
assegnazione di alloggi popolari e che al momento si trovava
in una specie di limbo. L'occupante precedente se
nera andato, ma l'appartamento non era ancora stato assegnato
a una nuova famiglia. Mi ci trasferii con gratitudine,
pur sapendo che ci sarebbero stati eserciti di scarafaggi
e topi contro cui combattere. Animali a parte, anche i
vicini non erano l'ideale: drogati, criminali, gente che non
aveva mai avuto una chance nella vita e che quindi doveva
accontentarsi di quello che le veniva dato. Entrai nell'appartamento
con gli occhi fissi sugli individui che vedevo
intorno a me. Erano queste le persone per le quali avevo
speso la vita. Nel mio piccolo universo una convinzione
distorta e megalomane mi ripeteva con insistenza che ci
che era giustizia per me era la giustizia in assoluto. Sicuramente
non mi ero mai confrontata con i milioni di
persone per le quali rischiavo la vita e vivevo tra mille
disagi, non avevo mai chiesto conferma.
Essere a New York mi permise di incontrare parecchie
volte Martin - che adesso aveva dieci anni - e la mia
famiglia, sempre in posti pubblici e affollati. Dopo essere
stata lontana tanto tempo, riuscii a farmi un'idea piuttosto
chiara delle allusioni dei miei genitori a proposito di
Martin. Chi poteva sapere se il suo comportamento era
tipico dei bambini della sua et o se era sintomatico dell'esistenza
di altri problemi? Tanto per cominciare, Martin
mi diede buca per tre volte di seguito. I miei genitori
erano sulla difensiva, non volevano che mi impensierissi
per qualcosa che non avevo modo di risolvere, qualcosa
che dovevano affrontare loro: aveva il raffreddore, un
amico lo aveva invitato alla sua festa di compleanno e lui
aveva preferito andare l, sai com', dice che non se la
sente. Quando finalmente si fece vedere, allo zoo, mi comportai
come se niente fosse e non accennai ai suoi rifiuti.
Aveva perso l'atteggiamento di innocente apertura che
aveva quando era pi piccolo. Non era pi curioso di sentire
quello che avevo da dire o, se lo era, preferiva nasconderlo
e mostrare principalmente indifferenza, noia persino,
e qualche volta impazienza. Il suo viso rifletteva l'atteggiamento
ombroso dell'adolescenza ormai vicina: Sono qui
perch mi tocca, non per mia scelta. D pure quello che
vuoi, ma non puoi costringermi a partecipare alla discussione.
Accusa e risentimento erano palesi nella sua espressione.
Naturalmente era troppo giovane per capire la necessit
del mio lungo silenzio. Meno ancora avrebbe potuto
afferrare il senso dell'accordo che aveva portato alla sua
nascita. Era colpa mia? Saremmo stati meglio tutti quanti
se avessi seguito il mio primo istinto? Un pensiero orribile.
In una cittadina, da qualche parte, avevo visto un monumento
dedicato ai bambini non nati, con tutta l'ambiguit
dell'espressione. Sarebbe stato meglio per Martin non essere
mai nato? E io, avevo dei fratelli non nati?
Stranamente, la voglia di capire trasform i miei sentimenti
nei confronti di Martin in empatia. Si sentiva abbandonato
da sua madre? Sognava di essere solo, immaginava
che le persone che gli stavano accanto potessero un
giorno imprevedibilmente scomparire? Si preparava alla
sofferenza, a una vita solitaria, si corazzava, non per dare
battaglia, ma per difendere le sue posizioni?
Aveva appena dieci anni. Suo padre era gi solo, alla sua
et. Che significava?
Forse i figli sono sempre un'intrusione, l'inopportuna
interruzione di una storia d'amore. Per senso di responsabilit,
per istinto di perpetuazione della specie, mettiamo
sotto ghiaccio la nostra indipendenza per un poco, per
accudire e proteggere la nostra prole indifesa. Ma riusciamo
a celare l'impazienza, posticipare le aspirazioni, soffocare
l'entusiasmo, l'ardore della passione? I nostri figli
coglieranno la riluttanza delle nostre attenzioni, capiranno
che ci stanno frenando, che ci stanno privando della spontaneit
e della passione?
Io e Martin andammo allo zoo nel parco e camminammo
a lungo intorno ai piccoli recinti, indicandoci a vicenda
gli animali man mano che si avvicinavano. Era come
stare seduti su una piattaforma girevole, con gli animali
che ci passavano e ripassavano davanti. Mangiammo alla
caffetteria, seduti davanti ai vassoi. Sapevo cos poco della
vita quotidiana di Martin, delle sue esperienze e dei suoi
pensieri che, sebbene quel legame profondo tra di noi ci
fosse sempre, ogni piccolo aneddoto serviva a mettere in
luce il bambino. Detestavo la sua petulanza, pi evidente
che mai in quest'ultimo incontro. Gli facevo delle domande
innocue - sugli insegnanti, gli amici, lo sport - e lui
rispondeva a monosillabi oppure guardava da un'altra parte
con una strana espressione, forse disprezzo, superiorit,
insofferenza, una sorta di tolleranza forzata, i denti quasi
digrignati, gli occhi mezzo levati al cielo o abbassati verso
terra con le palpebre semichiuse. Rivedo spesso questa
scena penosa, seduti intorno al tavolino di metallo, sulle
scomode seggiole di metallo, allo zoo nel parco. E mi rivedo,
gli occhi fissi su mio figlio, i capelli questa volta
tenuti indietro da una fascia, gli abiti intenzionalmente
anonimi, la voce lenta e dolce, a incoraggiare Martin a
continuare un suo pensiero o a esprimere un'opinione sul
pi irrilevante degli argomenti. E, rivedendo la scena, noto
delle cose che mi erano sfuggite. Rivedendo il suo sguardo
su di me, intenso come il mio, le labbra strette per frenare
un entusiasmo non desiderato, mi pare di coglierlo attento
a come recepisco le sue parole. Ero contrariata? Osservandomi
in compagnia di mio figlio, vedo la sua reazione
quando mi allungo per togliergli una briciola dalla spalla.
Da me Martin non vuole queste attenzioni pignole, ma
vuole il sentimento materno che le anima. Se fosse mia
madre a togliere una briciola dalla spalla di Martin, il gesto
porterebbe con s un messaggio di cura e di amore, ma
non il messaggio unico e speciale insito nel gesto della sua
vera madre. Cos come  successo a me, anche per Martin
potrebbero passare degli anni prima di legare con i suoi
compagni. Quel giorno al parco non parlammo di quanto
sentissimo la mancanza l'una dell'altro, n di quanto fosse
doloroso stare lontani. Ormai la mia vita consisteva quasi
solo di momenti dolorosi.
Quando i miei genitori vennero a riprendersi Martin, le
loro figure sfiorite che d'un tratto emergevano da una folla
di estranei mi turbarono. Erano visibilmente invecchiati,
ben oltre la mezza et, verso la quale ormai mi stavo avvicinando
io. La prima occhiata di mia madre fu di rimprovero
per non essere mai stata capace di apprezzare il
quadretto alla Norman Rockwell(4) che formavo con Martin
e per averlo voluto demolire intenzionalmente. Pieg la
testa di lato, come un artista che corregge l'inquadratura
per apprezzare meglio la perfezione della scena, io e mio
figlio insieme, cos come avrebbe dovuto essere. Mi offesi
immediatamente per questa sua involontaria esibizione al
contempo di piacere e di rammarico. Il risentimento offusc
il modo in cui accolsi i miei genitori. Mio padre, nei
pochi attimi impiegati per raggiungerci, aveva represso
sentimenti ed emozioni: mi salut in modo asciutto e forse
eccessivamente controllato, soffocando tutto quello che
avrebbe potuto dire, e si chin a baciarmi come se fosse
tutto perfettamente normale.
La visione di noi quattro seduti al tavolo mi  rimasta
impressa nella mente per molto tempo. Tre generazioni di
una famiglia, tecnicamente una famiglia, ma difficilmente
un vero ritratto alla Rockwell, a meno che anche i suoi
quadri sentimentali non nascondessero rammarichi e inespresse
recriminazioni. Ogni volta che passavo del tempo
con i miei genitori o con Ziggy percepivo il loro muto
rimprovero per le scelte che avevo fatto. Per Ziggy era in
parte un'autoaccusa per l'errore che in qualche modo aveva
commesso indottrinandomi: si sentiva responsabile perch
avevo frainteso il suo messaggio, perch avevo male
interpretato qualche cosa che mi aveva detto. Lui non aveva
mai pensato di spingermi a una vita di tali sacrifci. Sacrifici
anche per loro, poi. Lui aveva gioito della mia compagnia
quando ero piccola e da allora gli ero sempre mancata.
Gli pesava che il semplice messaggio umanistico di cui
voleva farsi portavoce fosse stato portato alle estreme conseguenze
e distorto. E tuttavia era inevitabile. Potevo forse
sentirmi soddisfatta frenando l'intensit del mio sentire,
dando solo il cinquanta per cento? Io credo che Ziggy
volesse solo che lo imitassi, che diventassi un suo duplicato,
convalidando in questo modo il suo tiepido liberalismo
fatto di sole parole.
Le domande di mia madre furono tutte inopportune.
Avevo un amico particolare? Avevo fatto qualcosa di interessante
ultimamente? Avevo sentito della tale e del suo
ultimo figlio? Davvero, nient'altro che un nervoso blaterare
a vanvera. O c'era troppa insensibilit da parte di mia
madre o c'era troppa sensibilit da parte mia. Mi ritrovai
calata nel tipico atteggiamento adolescenziale, pronta ad
adombrarmi per le implicazioni e le allusioni insite nelle
osservazioni sue. Ero sconcertata e stupita nello scoprire
che le sue aspirazioni per me erano ancora le stesse di
quando ero adolescente. Nemmeno la nascita di Martin,
che per mia madre aveva pure significato uno straordinario
adattamento, aveva rimosso la fantasia che un giorno avrei
abbandonato la vita che avevo scelto e sarei diventata come
tutte le altre e, secondo lei, normale. Era una lampante
condanna delle mie scelte. Avevo sempre saputo che i miei
genitori disapprovavano tutto quello che avevo fatto. Non
avrei mai potuto avere la loro approvazione, anzi avevo
dovuto ignorare il bisogno che ne avevo per poter andare
avanti per la mia strada. In qualche modo, l'approvazione
di Martin era diventata pi necessaria.
Ci furono diversi incontri con Martin, qualche volta alla
presenza dell'uno o dell'altro dei miei genitori, qualche volta
con Ziggy, ma l'ultimo fu quel giorno allo zoo ed era quello
che ricordavo in modo pi vivido. Quel giorno avevo saputo
che presto sarei dovuta tornare alla riserva. C'era stata la
solita telefonata delle dieci e il messaggio fissava l'incontro
per l'ultimo giorno del mese. Mi restavano tre settimane per
mettere insieme le mie cose e far sparire le tracce.
Alla riserva Harvey ci spieg i preparativi che aveva
fatto finora. Abbiamo tutto il materiale che ci serve per
eliminare il silo, missile e tutto. Abbiamo il trasporto. Ci
pare di non avere nessuno alle calcagna. Non abbiamo
detto al capo indiano n a nessun altro qui alla riserva
quali sono i nostri piani.
Sembra perfetto, Harvey. Qual  la prossima mossa?
chiese Quinn.
Be', c' stato un piccolo intoppo. Il nostro contatto
interno  stato trasferito. Non c' da temere che abbia
parlato: non ha mai nemmeno saputo che stava con noi.
Era un contatto di poco conto che ci avrebbe solo consentito
di entrare nella base. Avevamo in mente di piazzare la
roba intorno al silo, pi o meno come abbiamo fatto
qualche anno fa con i depositi del grano. Ma questa volta,
invece del fuoco, avevamo pensato a un'esplosione. Volevamo
sistemare le cariche e far scattare un timer che le
facesse esplodere una dopo l'altra, in modo che ciascuna
innescasse quella successiva. Adesso ci sar da modificare
un poco il piano.
Dio, Harv, si lament Burt. Come diavolo facciamo
a portare dentro tutta quella merda senza uno all'interno
che lavora per noi?
Vi ho fatti venire qui tutti quanti per vedere se riusciamo
a risolvere il problema insieme. Per il resto,  tutto
pronto. Suggerimenti?
Forse potremmo bighellonare in zona e cercare un altro
contatto, propose Lester. Probabilmente non ci vorrebbe
molto a trovare un altro amico che ci faccia entrare.
Ci sono dei fratelli che ci lavorano?
Io credo che sarebbe meglio non correre rischi in quella
direzione, osserv Harvey.  vero che il nostro amico
 stato trasferito, ma non dovremmo escludere la possibilit
che sia stato scoperto. La paranoia  a mille. Teniamone
conto. Lasciamo perdere l'idea del contatto interno per
un po'. Altre idee, Lester?
Ehi, amico, mi hai mai visto con in testa pi di un'idea
alla volta?
Bene, sentiamo la prossima, se c'. Ci servono delle
idee che sfondano. Qui siamo davvero impantanati. E
sarebbe davvero un giochetto sublime!
Harvey, prova a descriverci di nuovo il posto, gli dissi.
Sicuro. Di fuori  la solita base militare. Sapete come
sono fatte. Il cartello che dice che  vietato entrare senza
autorizzazione. Poi c' un muro tutto intorno, con il filo
spinato in cima. Se avete presente i campi di concentramento,
 qualcosa del genere. Non so se dal filo spinato ci
passi anche la corrente.
Ci fece fare un giro turistico della base, a parole e sulla
carta. Questa  la guardiola e qui c' il silo, in mezzo a
questi edifici distaccati dove stanno gli alloggi e gli uffici
del personale. La base non  molto presidiata. Non ci sono
mai pi di cinquanta uomini in sede. C' solo un'entrata,
che  anche l'uscita. Semplificazioni dell'esercito. Qui c'
il quartier generale e qui gli uffici. Lo spaccio, la caffetteria,
l'area ricreativa. Questa  la rimessa. Dentro ci sono
dei carri armati, altre jeep, l'equipaggiamento e arnesi e
attrezzi vari per la manutenzione. Al centro della base c'
una struttura a due piani, come un grosso impianto di
condizionamento.  l che c' il missile. Il silo  sotterraneo,
quindi lungo il perimetro ci sono montacarichi e altri
macchinari complicati. I missili non sono armati, ma sono
sempre pronti all'azione. Vale a dire che possono diventare
operativi entro poche ore dalla decisione di effettuare il
lancio. Sono sempre pieni di carburante e vengono controllati
regolarmente per garantirne il perfetto funzionamento
al bisogno.  questa la funzione di tutta la base:
tenere il missile pronto all'uso.
Ero protesa in avanti, tutta l'attenzione concentrata
sulla litania di Harvey. Nessuno interruppe la spiegazione.
La precisione e la concretezza dei dettagli dimostravano
che Harvey aveva preparato con cura tutto il discorso.
Aveva passato molte ore in biblioteca a racimolare tutte le
notizie possibili sui silos missilistici in generale. Naturalmente,
gran parte delle informazioni era riservata e il
materiale consultabile era ben poco. Harvey aveva messo
insieme tutte le notizie utili che aveva potuto ricavare dal
suo contatto interno e dalle altre fonti che aveva consultato.
Il quadro che aveva tracciato era quasi impeccabile.
Capii subito che cosa serviva per il successo della missione.
Ma non parlai.
Mi alzai dal cerchio con la testa che rimbombava. I
pensieri erano nel caos pi completo, balzavano in avanti,
tornavano indietro, senza ordine e consequenzialit. Andai
a sdraiarmi su una branda e chiusi gli occhi. Cercai di far
riemergere dal tumulto la mia solita natura, ma riuscivo a
malapena a restare ferma. Le braccia avevano degli scatti
nervosi e il respiro era pesante e sonoro, come quando il
medico ti ausculta i polmoni. Mi misi a sedere sulla sponda
del lettino, respirando profondamente e sfregando insieme
le mani. Quando aprii gli occhi non riuscii a mettere
a fuoco la stanza, dovetti battere le palpebre pi volte
e guardare fisso per cercare di tornare a una visione normale.
D'un tratto sentii un rumore e mi guardai intorno
per capire da dove venisse. Mi accorsi che ero io che
mormoravo. Era una specie di mugolio, con suoni gutturali
di approvazione.
Harvey mi trov cos, seduta sulla sponda del letto, a
mormorare. Si sedette accanto a me e mi mise un braccio
sulle spalle. Non devi, Joan. Troveremo un modo. Non
preoccuparti, dolcezza. Mi cull e io gli posai la testa sulla
spalla mentre mi confortava e mi cantava sommessamente
nell'orecchio. Lentamente, tornai in me.
E quando tornai in me, la decisione era presa e non
ebbi pi ripensamenti.
Chiamai Martin e gli lasciai un messaggio in segreteria.
 Verso l'Idaho, settembre 1975.
In macchina, sulla strada per l'Idaho, guardo in silenzio fuori
dal finestrino. Vedo la quiete, e vedo la vita in quella quiete
che mi scorre accanto. Non ho ripensamenti su questo viaggio.
Harvey ha cercato di dissuadermi, ma non ho nemmeno
voluto discuterne. Non c incertezza in me, non c' nulla, ho
solo la gola un po' secca.
Mentre attraversiamo in silenzio l'aperta campagna e le
piccole cittadine, su questa strada dove gli incroci sono rari,
ripenso alla giornata che io e Martin abbiamo passato insieme
allo zoo. Lui ricorder la mia intensit, i miei capelli, il
mio calore. Dimenticher gli argomenti di cui abbiamo parlato
con tanta seriet, certo, perch riguardavano le banalit
della vita, i lacci delle scarpe, la scuola, le matite. La preferenza
per i quaderni con un certo tipo di copertina, l'abitudine
di mettere lo sciroppo di cioccolato sul gelato alla vaniglia,
la posizione dei piedi prima di mettersi a dormire. Tutti
questi dettagli insignificanti della vita quotidiana servivano a
comunicare un modo di essere; io avevo un'opinione su tutte
queste cose, come lui del resto, e potevo parlare delle sensazioni
che mi dava un quaderno, come volevo che fosse, come mi
piacevano le pagine, con le righe fitte o distanziate, e la penna,
con la punta grossa o sottile, e il colore dell'inchiostro, blu,
nero o verde.  questo mio modo di esprimermi sulle piccole
cose che lui ricorder. I miei commenti sull'altra gente saranno
un ulteriore elemento per lui. Quello che dicevo delle persone
che avevamo intorno rivelava i miei pensieri. Gli avevo
evitato i commenti sui miei genitori e su Ziggy, ma ormai
sapeva gi gran parte della storia. Nella sensibilit che esprimevo
- il modo di dare qualche monetina a un mendicante,
l'amore per gli animali - sono sicura che Martin era giunto
a conoscere sua madre.
Non ho detto quasi pi nulla, da quando la decisione 
stata presa. I miei pensieri continuano a essere disorganizzati
e io sono un po' assente, ma nessuno tranne Harvey sembra
notarlo. Agli altri non  stato detto niente.
Quando arriviamo alla base,  proprio come lo schizzo di
Harvey. La guardiola, il filo spinato, il silo che si intravede
tra gli altri edifici. Harvey ha scelto un giorno in cui dei
cinquanta uomini di stanza solo una manciata sono alla
base, molti impegnati in una partita di baseball nel punto
pi lontano dal silo. Non interamente fuori pericolo, ma il
pi lontano possibile. Harvey ha preparato il comunicato per
la stampa. Anche se si era ripromesso di non farlo, mi chiede
con gli occhi se voglio ancora andare avanti. Lo spingo via e
salgo sulla macchina carica di dinamite e altri esplosivi, mi
allaccio la cintura in un inutile gesto automatico e schiaccio
il pedale dell'acceleratore, avanti, addosso al cancello, intorno
a un edificio, contro il silo, con una serie di esplosioni che
scuotono la terra per chilometri e scatenano sirene e allarmi
e fiammate.
Questo  il mio ultimo messaggio, Martin. Ho cercato
di fare del mio meglio. Sempre. Ho lavorato per un mondo
migliore... per la giustizia... ci ho sempre creduto.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Note.
1. Woolworth's: catena di negozi molto diffusa negli Stati Uniti, nei
quali si potevano acquistare svariati prodotti a prezzi convenienti e consumare
pasti sul posto. Le prime proteste dei neri iniziarono a Greensboro,
NC, nel 1960 e si diffusero rapidamente in tutti gli Stati Uniti. La
desegregazione nei negozi Woolworths avvenne nel luglio di quello stesso
anno (N.dT).
2. Il Memorial Day, celebrato l'ultimo luned di maggio
(N.d. T.).
3. J. Edgar Hoover (1895-1972): criminologo americano; capo
dell'FBI dal 1924 al 1972; figura di spicco nella lotta contro i gangster
all'epoca del Proibizionismo (1919-1933); dopo la Seconda guerra mondiale,
feroce anticomunista, criticato anche per i maltrattamenti perpetrati
dall'FBI a esponenti della sinistra (N.d. T).
4. Norman Rockwell (1894-1978): artista americano famoso per le
immagini sulle copertine del Saturday Evening Post, spesso raffiguranti
bambini e famiglie in luoghi comuni, a casa, in campagna, in piccoli
negozi (N.d.T).
...
.
...
FINE.